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LA CORONA FERREA, MOBY DICK E MONZA

27 maggio 2011

“Laggiù sull’orlo della tazza sempre colma le acque tiepide si arrossano come vino. La fronte dorata scandaglia l’azzurro. Il sole che si tuffa: si tuffa lentamente nel meriggio, scende giù, e il mio spirito risorge! E’ ormai stanco della collina infinita. E’ dunque troppo greve la corona che porto, questa Corona Ferrea della Lombardia? Eppure scintilla di molte gemme: io che la porto non vedo i suoi lontani splendori, ma sento oscuramente di portare una cosa che abbacina sfolgorando. E’ ferro, lo so, e non oro. Ed è pure spaccato, lo sento: l’orlo rotto mi tortura talmente che mi pare che il cervello pulsi contro il metallo; ma è d’acciaio il mio cranio, di quelli che nella lotta più micidiale non hanno bisogno dell’elmo”.

Hermann Melville, Moby Dick, Traduzione di Cesare Pavese, Frassinelli, Torino, 1956, p. 242.

Questo passaggio fantastico del capolavoro della letteratura americana mi ha sempre rimandato con la mente al famoso verso dantesco “Era già l’ora che volge il desio – ai naviganti …”, anche se i contenuti sono molto diversi, elegiaci in Dante e drammatici in Melville 1.

Del resto (leggi il seguito)