Archive for ottobre 2016

MULTINAZIONALI: PROSPERITA’ O POVERTA’?

24 ottobre 2016

Con il titolo “Taking care of losers, that is saving globalization and technology from themselves” (“Prendersi cura dei perdenti, così è possibile  salvare la globalizzazione e la tecnologia da loro stesse”) Rich Lesser, presidente del  Boston Consunting Group (BCG), una tra le più autorevoli società di consulenza  che orientano  le strategie delle aziende multinazionali,  insieme agli strategist Martin Reeves e Johann Harnoss, dà ai suoi clienti un indirizzo rivoluzionario.

La premessa è che globalizzazione e innovazione tecnologica, se  da una parte hanno recato  enormi vantaggi all’umanità, strappando dalla povertà milioni di persone in ogni parte del mondo, dall’altra creano disuguaglianze e insicurezza crescenti,  che alimentano una sempre  più diffusa opposizione.  Le disuguaglianze, infatti, inducono “i perdenti”, cioè coloro che dalla competizione globale e dai progressi tecnologici vengono progressivamente esclusi, a desiderare un ritorno al passato: barriere contro i prodotti stranieri e i flussi migratori, ostacoli alle tecnologie distruttrici di posti di lavoro, ritorno ai vecchi stati nazionali. Brexit docet.

Il BCG suona l’allarme per i suoi clienti: attenzione, questa deriva sarà distruttiva per gli stessi interessi delle grandi corporate. Occorre cambiare strada, andare in una direzione opposta a quella sin qui seguita.

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Ed ecco in sintesi  le sette strategie (leggi il seguito su Vorrei , ) che il BCG propone  per evitare  che globalizzazione e progresso tecnologico, in sé positivi, producano veleni   che alla lunga possono bloccare le magnifiche sorti e progressive del mondo:

1. Dare una diversa  forma alla  globalizzazione. “La forma della globalizzazione è stata sinora basata  sulla conquista di nuovi mercati  e sulla creazione di catene produttive  internazionali finalizzate a ridurre i costi”.  Il risultato è stato quello delle delocalizzazioni selvagge, distruttive di posti di lavoro nei paesi sviluppati  e basate sullo sfruttamento dei lavoratori  nei paesi arretrati.. Citando  Jeft Immelt, numero uno di General Electric, gli autori sostengono che il modello del futuro dovrà puntare sulla valorizzazione delle  capacità delle persone in ogni parte del mondo, piuttosto che sulle  differenze nel costo del lavoro.

2. Sostenere gli ecosistemi imprenditoriali. Per diversi decenni abbiamo assistito alla concentrazione della attività economiche in gruppi   sempre più grandi, con un declino delle nuove iniziative imprenditoriali (startup). In futuro occorrerà fare il contrario:  favorire la creazione  di sistemi d’imprese, basati sulla  collaborazione di migliaia di soggetti  anche individuali. Questi ecosistemi   potrebbero favorire la riduzione delle disuguaglianze e la sopravvivenza diffusa di attività produttive, la partecipazione di  piccole imprese e  lavoratori autonomi al progresso tecnologico, combinando occupazione e innovazione. Gli aspiranti imprenditori diventeranno compartecipi  dello sviluppo. Orientamenti in questa direzione sono già in atto: le principali imprese energetiche (tra cui la nostra ENEL) stanno investendo in reti diffuse di fonti energetiche alternative alle grandi centrali, dando ragione alla visione proposta anni fa da Jeremy  Rifkin (una internet dell’energia), allora apparsa come utopistica . La Toyota è all’avanguardia di questi sistemi nel settore delle auto. Del resto, aggiungo io, i distretti produttivi diffusi nel nostro Paese sono modelli storici di questi sistemi d’imprese, evidentemente con un grande futuro.

3. Fare leva sulla tecnologia dall’esterno, e non dall’interno dell’impresa. Se si parte dalle esigenze organizzative dell’impresa, puntando sull’efficienza e sulla ottimizzazione dei processi interni, l’esito inevitabile è  l’espulsione di lavoratori. Ma questo modo di procedere è miope e fa perdere grandi opportunità. Occorre invece partire dall’obiettivo di  creare valore per il cliente, di avviare attività innovative che richiedono lavoro, migliorando le condizioni di vita della gente. In sostanza, dare risposta  alla vasta e inesplorata marea  dei   bisogni  insoddisfatti, a vantaggio di  milioni  di persone.

4. Investire in capitale umano. il continuo cambiamento e la crescente diversità delle attività produttive esigono che le persone siano capaci di aggiornare  le proprie capacità a un ritmo più veloce. Le imprese private possono trarre  profitto, anche in collaborazione con le istituzioni pubbliche, dal  favorire questi cambiamenti. ”Riteniamo anche di grande importanza che i leader delle imprese siano sostenitori appassionati e coerenti nel promuovere l’accesso all’istruzione di alta qualità di persone di ogni età e di ogni livello di reddito”.

5. Pensare l’impresa come orientata alla società. Le imprese dovrebbero avviare delle attività produttive orientale alla soluzione di problemi sociali, collaterali ai loro core business (attività principali)  ma capaci di rinforzarli, e quindi ben diverse da quelle filantropiche, estranee alla missione propria dell’impresa, spesso insostenibili. Muhammad Yunus, creatore della Grameen Bank, che ha lanciato in India un sistema di finanziamento delle attività delle donne in condizioni di povertà  in villaggi sperduti, viene citato come esempio; così come la Danone, che ha finanziato una rete di microimprese produttrici di yogurt a livello locale, la Essilor (produttrice di lenti da vista a prezzi accessibili per i  meno abbienti), la Safaricom, (trasferimenti di denaro via cellulare, adottati dal 70% degli adulti in Kenia). Il premio Nobel Amartya Sen viene considerato come il guru   di questa nuova politica economica d’impresa a livello globale.

6. Bilanciare e allineare il riconoscimento dei meriti dei dipendenti. I leader dovrebbero occuparsi direttamente del come i collaboratori  valutano i propri meriti, la correttezza dei riconoscimenti, le opportunità per tutti di salire di livello. Questo orientamento indurrebbe   molte imprese a dedicare maggiore attenzione e un migliore trattamento del personale meno pagato, aumentandone l’autostima, la motivazione, il contributo creativo.

7. Rinnovare,  possedere e trasmettere una visione. Traduco così il titolo “Renew and own the  narrative”, perché in italiano il significato della parola “narrativa”, anche se  molto di moda,  è inteso  cinicamente come puramente formale e manipolatorio. Gli autori osservano che  “nei consigli di amministrazione, tra gl’investitori, i potenziali acquirenti vige una tremenda pressione a focalizzarsi sui profitti di breve termine e sui guadagni di capitale”.  Qualcosa di analogo, io direi,  avviene per i leader politici, attenti soprattutto ai sondaggi di opinione alla ricerca del consenso immediato. La  “contro-narrativa” che emerge da questi comportamenti  ha effetti deleteri  sull’opinione pubblica: la fiducia verso le élite crolla,  esse sono sempre meno ascoltate e credute,  la  globalizzazione e l’innovazione tecnologica, invece di essere apprezzate nei loro aspetti positivi, vengono addirittura demonizzate.   Nel vuoto di visioni ampie e lungimiranti, prosperano le controstorie basate sull’istinto, la paura, le emozioni. “E’ giunto il tempo per i leader di assumere un atteggiamento attivo e non difensivo, di presentare visioni credibili, inclusive, capaci di ispirare fiducia, sia per la guida della società civile sia per la condivisione di benefici e di opportunità al suo interno”.

Quanta probabilità  di essere tradotti  in realtà può  essere attribuita a questi indirizzi  che il  BCG rivolge direttamente ai vertici delle grandi imprese? Ovviamente non è il caso di farsi  grandi illusioni, ma non è neanche razionale affossarli nello scetticismo, come è purtroppo costume soprattutto nel nostro Paese.   Personalmente ho sempre pensato che i “poteri forti”, di cui le multinazionali fanno parte a pieno titolo, debbano essere oggetto di regole e controlli a tutti i livelli, più che combattute come nemici del genere umano. Gli scontri attualmente in atto  tra le multinazionali e diversi paesi sui domicili fiscali, con l’Unione Europea che agisce efficacemente in questo campo,   sono un un esempio fisiologico della logica  “Regola e Controlla”, propria dei sistemi democratici.  La trasparenza dei comportamenti, che l’informatizzazione rende sempre più possibile, dovrebbe facilitare enormemente, in futuro,  questa regola.

Il vero avversario, a mio parere,  sta nei “poteri oscuri”, che vanno dalla finanza speculativa alla criminalità e si annidano in tutte le strutture, private e pubbliche, tanto che sarebbe errato individuarle  in particolari aziende o istituzioni, comprese le banche. Occorre individuarli e colpirli inesorabilmente, come incita  efficacemente Il neo premio Nobel per la letteratura Bob Dylan, nella splendida e feroce canzone “Masters of war”:

“E guarderò   mentre verrete calati
nella vostra bara
E starò lì davanti alla fossa
Finché sarò sicuro che siete morti”.

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SANDEL: IL MERCATO E QUALCOSA CHE NON SI PUO’ COMPRARE

6 ottobre 2016

Sono sempre stato un sostenitore del mercato, in un paese come il nostro ancora fortemente dominato da corporazioni varie, di cui il cittadino è suddito, e da due culture, quella cattolica e quella marxista, non certo amanti di una economia aperta. Considero il mercato una delle espressioni dello spirito umano che si perde nella notte dei tempi, uno degli aspetti fondamentali della convivenza e della libertà.

Ma il mercato non è uno strumento universale. Vi sono aree in cui fallisce (leggi il seguito su Vorrei, oppure (more…)