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MONZA. Tra autodromo, impresa e storia, a passo di rock. Alla ricerca dell’identità.

18 aprile 2017

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Senza imparare a conoscere la nostra identità, anzi le nostre diverse identità, non potremo dialogare con le altre”.
Marc Augé

La storia non è in bianco e nero. È a colori, cangiante e futuribile.

La parola “identità” è ambigua, perché include e non distingue tra due significati opposti: da una parte chiusura, staticità, pretesa di essere “i migliori del mondo”, conflittualità; dall’altra apertura, cambiamento, miglioramento, confronto e dialogo con gli altri . È ciò che distingue il nazionalismo dal patriottismo bene inteso. Uso il termine “identità” nel secondo significato.

Ma anch’esso viene spesso sottovalutato e rimosso, specialmente dalle persone politicamente orientate a sinistra. Perseguendo l’obiettivo di una smart city, cioè di uno standard amministrativo all’avangiardia, e dedicando, prioritariamente e giustamente, l’attenzione ai beni comuni e ai diritti fondamentali dei più deboli, si dimentica (se vuoi prosegui su Vorrei) che qualsiasi essere umano, associazione, squadra, è una realtà organica tenuta insieme da un suo, chiamiamolo così, “spirito”. Così è, o dovrebbe essere, anche per una città. Se si vuole che la città conservi e sviluppi la sua vitalità, occorre scoprire e coltivare questo spirito. Si tratta di ciò che la fa diversa dalle altre, unica. Scoprire, o piuttosto ricercare continuamente la propria identità è fondamentale in relazione ad altri aspetti che nell’attuale era della comunicazione vanno per la maggiore: immagine, notorietà, attrattività. Aspetti che possono convergere, ma anche divergere con l’identità.

Ma conoscere la propria identità non è facile. E non a caso sul frontone del tempio di Apollo, sede dell’oracolo di Delfi, dove la gente andava a farsi predire il futuro, era scritto un pregiudiziale “conosci te stesso”.

Tutto ciò premesso, provo ad applicarlo all’identità di Monza. Consapevole della problematicità dell’argomento, mi guardo bene dal definirla. Propongo solo dei percorsi di ricerca, dei temi di discussione.

Si sente spesso dire che “Monza è conosciuta in tutto il mondo per l’autodromo”. Ma questa notorietà riassume forse l’identità di Monza? Seguendo Pirandello nel suo “Uno, nessuno, centomila”, qualcuno potrebbe affermare che quella, e non altra, è l’identità di Monza, sancita da come viene vista dall’esterno, ma anche da come viene probabilmente sentita da molti monzesi: sede di un autodromo. Come Indianapolis, come Silverstone, “circuito situato nel villaggio omonimo della contea di Northamptonshire in Inghilterra”.

Ebbene, con buona pace di Pirandello, io non credo che l’identità di Monza possa essere ridotta a quella di un circuito, per quanto amato e celebrato dai fan dell’automobilismo. Si potrebbe persino dire che l’autodromo è una cosa, Monza un’altra. Tant’è vero che da decenni si cerca di attrarre alla città il pubblico che accorre all’autodromo per assistere al Gran Premio di F1, ma con scarso successo. Insomma, sembra evidente che basare l’identità di Monza sulla notorietà dell’autodromo sia quanto meno riduttivo, se non addirittura negativo, perché presenta Monza come un luogo insignificante, appendice casuale di un autodromo famoso di per sé.

Ben più consistente appare il ricollegare l’identità di Monza alla sua storia industriale. Qui ritroviamo l’anima più profonda della città e del suo intorno, la Brianza. La tradizione artigianale di Monza si perde nella notte dei tempi. Il gusto del fare, e del fare bene, anche a livelli di eccellenza, è nel sangue della sua popolazione. Non è un prodotto d’importazione, è proprio nella vocazione locale. Ciò che qualifica particolarmente questa vocazione è la varietà spaziale e temporale: è infatti basata sulla grande diffusione della cultura e delle iniziative imprenditoriali (quasi un’impresa ogni dieci abitanti), e ancor più nella capacità di rinnovarsi con il progresso tecnologico e le esigenze dei mercati: dalla produzione della lana nel medioevo, alla seta, ai cappelli, ai mobili e alla meccanica, e si può star sicuri, alle nuove tecnologie dell’industria 4.0. Questa laboriosità e creatività di base, che si esprime nelle piccole imprese, è divenuta un elemento di attrazione anche per grandi imprese operanti nei settori più diversi. Monza non è un distretto industriale, con tutti i pregi ma anche i rischi dei distretti italiani: è una grande realtà produttiva multisettoriale, flessibile e dinamica.

 

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Monza non è un distretto industriale, con tutti i pregi ma anche i rischi dei distretti italiani: è una grande realtà produttiva multisettoriale, flessibile e dinamica.

Due rifllessioni, però: é questa dote intrinseca di Monza sufficiente a differenziarla da altre realtà analoghe? Ricordo che diversi anni fa si tenne un convegno dal titolo “le Brianze d’Europa”, che metteva a confronto altre realtà europee analoghe a quella briantea, inserite in una fascia produttiva che va da Londra alla Pianura Padana. Inoltre, la vocazione artigianale-imprenditoriale di Monza è spesso subalterna all’incombente vicina: Milano. Un esempio lo si ha nel design: Monza e la Brianza sono il retroterra produttivo del design, che tuttavia si è sempre più affermato come un elemento identitario (insieme alla moda e a molto altro) di Milano. Tutto ciò fa temere che la cultura del lavoro e l’imprenditorialità di Monza non siano sufficienti a differenziarla, a caratterizzarne l’unicità rispetto ad altre città, italiane e straniere, non siano tali da esaltare la sua immagine e attrattività. Si avverte il bisogno di un salto di qualità, di un supplemento d’anima anche nell’identità manifatturiera, per quanto tradotta nell’internet delle cose, di un più alto livello culturale e sociale, quali si addicono a una città di 120 mila abitanti, moderna, viva e con tradizioni plurisecolari.

Ed è quest’ultimo elemento, forse decisivo, che va approfondito per ritrovare l’identità di Monza: la sua storia. Monza ha una storia importante, italiana ed europea nello steso tempo, come testimoniato da diverse vestigia: L’essere stata una delle residenze del regno longobardo con la regina Teodolinda; insignita intorno all’anno mille come “sede del grande regno d’Italia” nel quadro del Sacro Romano Impero; depositaria della Corona Ferrea, simbolo di questo ruolo; scelta dagli Asburgo e da Napoleone come luogo dove costruire una “imperial regia” Villa e Parco.

Ma questi segni straordinari sono sottovalutati. Vengono spesso ricordati, anche con iniziative importanti (ad esempio quella encomiabile delle “Longobard ways across Europe”) ma come “pezzi unici”, slegati l’uno dall’altro, senza essere ricondotti a una narrazione unitaria da ripensare su basi reali ma con immaginazione (le grandi storie sono sempre fatte di fatti e immaginazione, addirittura con ascendenze mitologiche). Sembra quasi che Monza si vergogni della sua storia, che si schermisca nel rievocarla.

Mi arrischio ad argomentare: dopo essere stata una delle sedi importanti del regno longobardo in Italia, Monza è divenuta nel Medio Evo un avamposto in Italia del Sacro Romano Impero, come Pavia, come Como. A differenza di molte città italiane non ha sviluppato una autonoma storia comunale, ma “imperiale”, sia pure non propria. Basta pensare alle vicende che portarono allo scontro tra la Lega Lombarda e Federico Barbarossa: Monza era particolarmente amata dall’imperatore, che fu tra le decine che si cinsero della Corona Ferrea, e che vi si insediò dopo avere distrutto Milano. Successivamente Monza fu assoggettata a Milano e ne seguì le sorti, per secoli, prima sotto i ducati, poi con gli spagnoli e l’Austria. Ma non fu forse un caso se gli Asburgo, ultimi rappresentanti del moribondo Sacro Romano Impero, edificassero a fine settecento proprio a Monza, e non altrove, la Villa, e che Napoleone, nel breve periodo del Regno d’Italia a cavallo tra i due secoli XVIII e XIX, la proclamasse insieme al Parco “Cesarea Imperial Regia”. Quest’ultimo racconto consentirebbe tra l’altro di ricongiungere idealmente e fisicamente la Villa e il Parco con la città.

 

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Ma soprattutto questa rivisitazione storica potrebbe insegnare molto sulla questione delle relazioni che legano da sempre e che sempre legheranno Monza con Milano. Nonostante l’inevitabile predominio della grande metropoli, quasi incredibilmente Monza ha conservato una sua diversità e individualità. Si cita spesso l’adesione di Monza al nuovo rito romano-gregoriano nella Messa, distaccandosi dall’antico rito ambrosiano. Ma la distinzione di Monza rispetto a Milano è plausibilmente dovuta a ragioni storiche più profonde, tra cui il contrasto tra impero, municipalità medievali e nazioni emergenti nel secolo XV. Si potrebbero così porre le basi per un rapporto proficuo ma non subalterno di Monza con Milano. Magari lasciando a Milano la sua caratteristica di città esagitata, “fanatica” direbbero i romani, e facendo di Monza una realtà più vivibile, dotata di una forza tranquilla!

Ci si potrà chiedere quali siano le ragioni della reticenza monzese a coltivare la propria storia. Forse è dovuto al perdurare della visione nazionalistica che ha improntato gli ultimi due secoli, e a una ignoranza più o meno cosciente e diffusa dei fatti storici. Tuttora, se si chiede a un monzese chi abbia creato la Villa e il Parco, la risposta è spesso “Il Re”, con riferimento alla Casa Savoia. E l’essere stati dalla parte degli imperatori, per lo più germanici, invece che dei comuni italiani, può essere vissuto come un marchio negativo. Ma, come illustra Fabio Finotti, che insegna italianistica nella Pennsylvania University di Filadelfia nel suo bel libro “Italia, l’invenzione della Patria”, il rapporto dell’Italia comunale con l’Impero con l’Europa è stato complesso: se l’idea nazionale emergeva già con Petrarca, secondo il quale “Ben provide Natura al nostro stato, quando de l’Alpi schermo pose tra noi e la tedesca rabbia”, prima di lui Dante, con una visione antica ma oggi attualissima, inveiva contro “Alberto tedesco”, cioè con l’Imperatore di turno, austriaco, del Sacro Romano Impero, per la ragione opposta: per il fatto di aver abbandonato “costei (cioè l’Italia) ch’è fatta indomita e selvaggia (tanto per cambiare!), mentre avrebbe dovuto “inforcar li suoi arcioni”, cioè governarla. Tutto ciò per dire: le cose cambiano, e ogni storia ha il suo valore con riferimento al mutare degli eventi. E oggi essere europei prima che italiani dovrebbe essere auspicabile.

Ciascuno di noi non ha un’anima unitaria, ma una “confederazione di anime”, tra cui di volta in volta una prevale sulle altre.

Il lettore potrà pensare che io ritenga la storia politica di Monza come l’espressione unica della sua identità. È vero che io le attribuisco un ruolo preminente, ma sono consapevole della complessità dell’argomento. Ho sempre presente la concezione dei medici-filosofi a cui si ispirava Pereira nel romanzo di Tabucchi, secondo cui ciascuno di noi non ha un’anima unitaria, ma una “confederazione di anime”, tra cui di volta in volta una prevale sulle altre. Sicuramente preferirei che l’anima storica, culturale ed economica di Monza prevalesse su quella dell’autodromo. Anche quella, che appassiona oggi tanti giovani, di riferimento importante della musica rock, ci può stare: purché sia un’addizione in sedi proprie e di dimensioni eccellenti, e non si traduca nella distruzione di una ricchezza culturale senz’altro più preziosa, anche dal punto di vista economico: il Parco.

Una considerazione finale, un po’ cattiva: se è possibile e per me opportuno rivendicare una identità storica di Monza, è difficile negare che questa identità è stata vissuta dai monzesi come sudditi, e non come cittadini, a differenza delle città che hanno avuto una storia comunale. Mi spiace dire che questa “cultura della sudditanza” mi sembra ancora dominante. A mio parere i monzesi debbono ancora diventare cittadini in senso pieno, cioè orgogliosi della propria identità e storia, e smetterla con l’accettare qualsiasi dono da parte di “stranieri”: spesso si tratta di cavalli di Troia, o di lustrini (Ligabue) spacciati come più preziosi dell’oro svenduto (il Parco). Oggi si parla di un “brand” della città. C’è il rischio che sia d’importazione, d’imposizione o d’improvvisazione, frutto di interessi particolari, di corte vedute. Monza ce l’ha già la sua identità, di grande spessore, che è solo da restaurare. Un restauro che deve e può coinvolgere culturalmente e civilmente tutti i monzesi, che sono molto partecipativi per tante cose.

Una amministrazione cittadina lungimirante dovrebbe quindi porsi come obiettivo primario quello di diffondere tra i cittadini una forte consapevolezza e orgoglio cittadino, con iniziative basate sulla riscoperta della identità. Questa azione dovrebbe essere proiettata verso l’esterno, in termini di notorietà ed attrattività anche economica. Ho più volte suggerito due possibili iniziative, vocazionali per Monza: un festival internazionale Italia-Europa, da tenere ogni anno su argomenti storici e sulle prospettive dei rapporti attuali e futuri tra il nostro Paese e l’Europa . E un “History telling” sulla Imperial Regia Villa e Parco di Monza, da mettere in scena, anch’esso annualmente, nell’Avancorte della Villa, sul modello di altre città europee.

Per la prima proposta, temo molto l’asso pigliatutto invidioso: Milano.

 

N.B. Elenco qui di seguito una serie di interventi che, in un’ottica di lungo termine, contribuirebbero al rilancio dell’identità storica di Monza:

  1. L’interramento di Via Boccaccio, ristabilendo così l’essenziale  collegamento storico tra la Città e l’Imperial Regia Villa e Parco di Monza, tramite  la Passeggiata Beauharnais dei Giardini Reali.
  2. Rilanciare le iniziative dirette a ottenere l’inclusione della Imperial Regia Villa e Parco di Monza nel Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco, facendo accettare la pista storica su cui si corre il Gran Premio di F1.
  3. Demolire progressivamente l’inutile, fallimentare e devastante ecomostro della pista di alta velocità, cominciando dalla curva sopraelevata sud, per recuperare la prospettiva del Viale Mirabello e 60 ettari alla struttura paesaggistica del Parco e al pieno uso pubblico.
  4. Un Festival Internazionale Italia-Europa, da tenersi ogni anno sulla storia e il futuro dei rapporti tra Italia e Europa. Nessuna città come Monza ha tutti i numeri per esserne la sede (Regno Longobardo, Corona Ferrea simbolo del Regno d’Italia nel Sacro Romano Impero, stemma cittadino “Est sede Italiae Regni Modoetia Magni”, presenza della Imperial Regia Villa e Parco, asburgica, napoleonica e sabaudo-italiana…).  .
  5. Uno spettacolo di History telling, sul modello realizzato in molte città europee, con nuovi effetti di realtà aumentata, da tenersi annualmente nell’Avancorte della Villa Reale, che illustri la storia di Villa e Parco dal periodo asburgico a quello napoleonico a quello sabaudo-italiano, inquadrata nelle vicende storiche europee dalla Rivoluzione francese all’uccisione di Umberto I, e nella storia millenaria di Monza.
  6. Il rilancio del Liceo Artistico – Istituto d’Arte, culla della Triennale d’Arte di Milano, nell’ala sud della Villa Reale, con strutture adeguate a una offerta di studi superiori parauniversitari, possibilmente in cooperazione la Biennale (cioè con Milano, ma da pari a pari, senza subalternità). Incredibilmente, attualmente Liceo Artistico e Museo della Triennale, ambedue insediati nella Villa, non si parlano!
  7. Realizzare nelle Cave Rocca (30 ettari) un grande parco con al centro un anfiteatro-arena (8-10 ettari, come la Gerascia o il Circo Massimo di Roma) da destinare a grandi eventi e concerti, affidando il progetto a un architetto di fama, necessario per il successo internazionale (v. in proposito Enrico Moretti , professore di Economia all’Università di Berkeley, “La nuova geografia del lavoro”, ed. Mondadori, 2013)
  8. L’ interramento del parcheggio davanti all’Ospedale Nuovo, realizzando un parco che, insieme agli impianti sportivi esistenti, potrebbe diventare il cuore di un campus universitario costituito dalla Università di Medicina (oltre 2000 studenti), importante fattore di attrazione (v. Moretti cit.)
  9. La nuova biblioteca centrale, come luogo primario della vita cittadina e di richiamo per un turismo culturale, sul modello della biblioteca realizzata a Bologna, in Piazza Grande, nella vecchia sede della borsa.

EURO SI, NO, NI. LA PAROLA A STIGLITZ

3 aprile 2017

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Ormai da molto tempo l’opinione pubblica e i capi che la seguono (questi non sono tempi di leader, ma di capi-popolo!) hanno messo  l’euro tra gli argomenti più scottanti, attribuendo alla nuova moneta tutti le colpe o i meriti del mondo, assumendo posizioni radicali e semplicistiche nei suoi confronti: euro si, euro no. In questa contesa, ognuno ha cercato di portare a sostegno delle proprie posizioni personaggi autorevoli. Tra questi, un ruolo di spicco ha assunto Joseph E. Stiglitz, premio Nobel per l’economia, che i sostenitori del “no” hanno eretto tra i loro maggiori referenti. È quindi utile andare a leggere  in presa diretta cosa egli pensa dell’euro.

Lo ha spiegato in modo più che esauriente nel suo ultimo libro The Euro. How a common currency threatens the future of Europe, W. W. Norton & Company Ltd, London, 2016.  (in uscita con Einaudi la  traduzione in italiano il 4 aprile prossimo). Come anticipa  lo stesso titolo, (se vuoi, prosegui la lettura su Vorrei) il giudizio di Stiglitz sull’euro si può riassumere così: la moneta unica è stata mal pensata e male attuata. Tuttavia, questo giudizio non comporta una posizione di Stiglitz contro l’unità dell’Europa: al contrario, questa è da preservare e da perseguire. Le vicende dell’euro non debbono quindi metterla in forse. Tornare indietro, alle monete nazionali, potrebbe essere possibile ma molto rischioso. E’ preferibile procedere verso l’unità politica dell’Europa, modificando la moneta unica in modo da farne un riferimento non rigido, com’è attualmente, ma flessibile.

La critica maggiore che Stiglitz muove  alla creazione dell’euro è che la decisione di adottare una moneta unica avrebbe dovuto seguire, e non anticipare,  adeguati progressi  nella integrazione politica dei paesi aderenti, ed essere  meno calata dall’alto, più democratica. In questo quadro, sarebbe stato  necessario un   comune governo dell’economia  a livello europeo. orientato alla piena occupazione e a una crescita  basata  dalla riduzione delle disuguaglianze.  A suo parere l’euro è influenzato dal liberismo economico dominante, nonostante che  “in gran parte del mondo c’è una crescente comprensione  del fatto che l’ideologia della destra ha fallito, e altrettanto le dottrine economiche del neoliberalismo”.  In particolare, dalla teoria secondo cui  la lotta alla disuguaglianza può essere attuata solo perseguendo prima la crescita economica. Stiglitz sostiene la teoria opposta (che condivido pienamente), secondo cui  è proprio la lotta alla disuguaglianza, basata sul sostegno alla domanda dei ceti poveri e meno poveri,  che può portare a  una crescita maggiore e condivisa.

Un’altra critica di particolare rilievo è che la moneta unica costituisce una gabbia rigida per i paesi in calo di competitività rispetto agli altri, con conseguenze destabilizzanti sulle loro bilance commerciali e quindi sulla loro stabilità economica e politica: gli impedisce cioè di usare la svalutazione della propria moneta per tornare competitivi, rilanciando produzione e occupazione.

Nel mirino di Stiglitz è particolarmente il sistema bancario. Non solo la creazione di moneta attraverso il credito è scarsamente controllata dalla BCE (Banca Centrale Europea), ma il  credito è indirizzato  più all’acquisto di beni stabili   che alle  attività produttive e alle famiglie, e pertanto non crea sviluppo e occupazione. Inoltre è esoso, ai limiti dell’usura. Inoltre  le banche impongono  alti prezzi su  servizi (come le carte di credito) il cui costo tende a zero grazie alla digitalizzazione. Considerata la cattiva prova della delega al settore privato dell’esercizio del credito, Stiglitz è chiaramente favorevole a un sistema bancario pubblico o comunque a vincoli più rigidi sulla gestione privata delle banche, resi possibili dall’informatizzazione.

La critica di Stiglitz a molti aspetti e difetti  della moneta unica è difficilmente contestabile, anche se può apparire eccessivamente radicale, dando maggior risalto agli aspetti negativi rispetto a quelli    positivi (ad es. l’eliminazione degli ingenti costi e rischi di cambio). Egli porta a sostegno della propria tesi il confronto con altri paesi europei che non hanno aderito alla moneta unica, dimostrando che i risultati di questi ultimi in termini di crescita del prodotto e di occupazione sono stati migliori. Ma ovviamente non si può sapere quale sarebbe stato l’andamento dei paesi aderenti all’euro se si fossero conservate le vecchie monete nazionali.

Altri economisti, come Romano Prodi,  contestano le sue tesi, affermando che Stiglitz attribuisce all’euro molti dei guasti causati dalla crisi finanziaria globale e dalla miscela esplosiva  tra progresso tecnologico e finanziarizzazione dell’economia, causa principale della crescente  disuguaglianza.

Occorre poi tener presente il clima che ha portato alla decisione dell’introduzione dell’euro. L’esperienza dell’unità europea si è basata storicamente sull’anticipo delle scelte  economiche rispetto a quelle miranti all’unità politica: dalla CECA (Comunità Europea  del Carbone e dell’Acciaio) del 1951, alla CEE (Comunità Economica Europea) del 1957, che ha generato il mercato comune e ha portato nel 1992, con il Trattato di Maastricht, all’attuale UE (Unione Europea). In parallelo con l’adozione dell’euro era inoltre in gestazione la costituzione europea, poi bocciata in modo imprevedibile dai referendum francese e olandese.

Quanto alla rigidità dell’euro, occorre ricordare che  tra gli obiettivi  dell’adesione dell’Italia alla moneta unica  vi  era proprio quello di abbandonare la politica delle svalutazioni competitive di corto respiro,  che premiavano l’inefficienza di molte imprese facendola pagare ai risparmiatori. Si riteneva che con la moneta unica il sistema produttivo italiano avrebbe dovuto accettare la sfida dell’innovazione e della produttività. E da questo punto di vista, i risultati per l’Italia sono in chiaroscuro, ma con molto più chiaro che scuro. E’ vero che il settore manifatturiero italiano  è stato falcidiato, come del resto quello di altri paesi. Ma questo è per lo più dovuto non all’euro, ma al processo globale di riduzione del settore secondario (produzione di beni) rispetto al settore terziario (produzione di servizi). E del resto, la manifattura italiana ha tenuto il passo delle innovazioni, competendo tuttora con i quattro o cinque maggiori produttori mondiali in  settori come quelli delle macchine utensili, della robotica, della farmaceutica (l’Italia non è solo turismo e alimentare!), e raggiungendo nel 2016 il record storico di un attivo della bilancia commerciale di 51,6 miliardi, di cui 11,7 con i paesi dell’UE (dati Istat).

Per superare i guasti causati  dall’euro, Stiglitz propone una politica economica di vasto respiro: un insieme di sette  riforme strutturali e due anticrisi. (vedine la sintesi nella scheda allegata).

 

20170403 Joseph Stiglitz

 

Tra le prime l’unione bancaria, la mutualizzazione del debito, un insieme di regole  e di meccanismi anche automatici per ridurre gli squilibri tra i diversi paesi, una politica di convergenza che scoraggi i surplus (in particolare quello commerciale della Germania), e riforme decisamente finalizzate  al pieno impiego e a una prosperità condivisa. Le politiche anticrisi  dovrebbero a loro volta puntare su una differenziazione e flessibilità degli interventi nei diversi paesi, e alla fine prendere in considerazione la ristrutturazione del debito  pubblico.

Stiglitz è consapevole del fatto che le sue proposte incontrerebbero ostacoli proprio dal punto di vista politico (“mentre penso che questa agenda per rendere funzionante l’euro sia del tutto fattibile, è molto probabile che non verrà attuata”). Prospetta allora tre alternative: continuare con la politica del tirare a campare (“muddling through”), creare un euro flessibile, o puntare su un divorzio “il più possibile amichevole”.
Dopo aver esaminato l’ipotesi del divorzio in ogni dettaglio, Stiglitz si orienta  sulla scelta dell’euro flessibile, che peraltro utilizza  alcune tecnicalità del divorzio. Per formularla, Stiglitz   parte dalla storia dell’evoluzione della moneta: dalla moneta metallica, legata a oro e argento, si è passati a quella cartacea, “piatta”, non più legata  alle vicende del metallo,  ed ora a quella del giorno d’oggi,  utilizzata  progressivamente per tutte le transazioni: la moneta  elettronica, virtuale. Dice Stiglitz: “I biglietti di banca, quei buffi pezzi di carta con l’immagine di personaggi o monumenti famosi stampati sopra, sono per lo più un relitto del passato”. Con la moneta elettronica egli ritiene possibile affiancare ai pagamenti in euro per le transazioni internazionali “un sistema grazie al quale i pagamenti verso e dall’estero potrebbero essere bilanciati: gli esportatori riceverebbero dei buoni (“chits”) in aggiunta agli euro locali, e gl’importatori dovrebbero acquistare un corrispondente numero di buoni, in aggiunta ai pagamenti per i beni acquistati. Il sistema dei buoni, commerciabili, consentirebbe di equalizzare il valore delle importazioni con quello delle esportazioni”. A prima vista, sembra un sistema di dazi non rigidi, ma flessibili e automatici, capaci di annullare o almeno contenere avanzi e disavanzi delle bilance commerciali dei paesi dell’eurozona.  Funzionerebbe? Sarebbe compatibile con un  sano mercato,  quello che gli economisti chiamano “concorrenza imperfetta”, espressione di libertà e produttore di ricchezza, continuamente insidiato dai due estremi del monopolio e del protezionismo, del liberismo e dello statalismo?

Nella prefazione al libro Stiglitz aveva definito l’integrazione dell’Europa come  “uno straordinario (tremendous), importante progetto”. Gli ultimi paragrafi, prevalentemente di natura politica, sono dedicati con passione al salvataggio del progetto, con espressioni del tipo: “Non sono tempi, questi, in cui l’Europa può permettersi di essere disunita ed economicamente debole”. “La voce dell’Europa, con i suoi valori, deve essere ascoltata… e non verrà ascoltata se in essa non vi sarà una prosperità condivisa”. E nelle conclusioni  estende  questo auspicio anche all’euro:  “Questo libro ha mostrato che l’euro può essere salvato, che deve essere salvato, ma salvato in modo da creare quelle prosperità e solidarietà che facevano parte delle sue promesse”.

In questi tempi di rigurgiti “sovranisti”, e  dopo la Brexit, un barlume di rilancio del sogno europeo sembra essersi  acceso con  la  recente Dichiarazione di Roma nel 60esimo dei Trattati che hanno avviato il processo di unità europea, firmata da tutti i  27 paesi dell’Unione.   Questo atto formale sembra avere una carica fondativa che ne fa quasi il  primo atto costituzionale di una futura federazione. La ragionevole scelta di una evoluzione differenziata verso questo obiettivo, a più velocità secondo i diversi passi dei diversi paesi e senza chiusure, potrebbe  consentire di riprendere  quello che sarà  comunque un lunghissimo, ma positivo  cammino.

 

 

COME CREARE UN’EUROZONA CHE FUNZIONI
(Secondo Joseph E. Stiglitz)

 

RIFORME STRUTTURALI:

1. Una Unione Bancaria: non solo supervisione, ma anche assicurazione dei depositi e comuni procedure di salvataggio delle banche in crisi.
2. Mutualizzazione del debito: emissione di eurobonds da vincolare  a investimenti produttivi e a interventi di rilancio di paesi in difficoltà.
3. Un sistema comune per la stabilità, finalizzato allo sviluppo e all’occupazione dei singoli paesi .  I vincoli di Maastricht sono destabilizzanti: occorre fare il contrario: 3.1 Distinguere le spese per investimenti da quelle correnti; 3.2 Creare un fondo di solidarietà per sostenere i disoccupati, aiutarli  a ritrovare un lavoro, facilitare il credito alle piccole e medie aziende, potenziando la BEI (Banca Europea per gli Investimenti);  3.3 Stabilizzatori automatici, come l’immissione automatica di moneta, l’assicurazione sulla disoccupazione, la progressività delle imposte; 3.4 Flessibilità nella concessione del credito, con tassi differenziati a favore dei paesi in crisi; 3.5 Prevenire gli eccessi,  utilizzando gli strumenti esistenti o creati  per evitare o contenere le bolle finanziarie, specie immobiliari. 3.6 Stabilizzare le politiche fiscali, orientando gli investimenti verso la scuola, la ricerca di base, l’ambiente, traendo le risorse da una maggiore progressività delle imposte, e quindi con l’intervento dello stato.
4. Una politica di reale convergenza – Verso un riallineamento strutturale. 4.1 Scoraggiare i surplus delle bilance commerciali; 4.2 Politiche salariali e fiscali espansive nei paesi in surplus; 4.3 Invertire le altre politiche divergenti. Rilanciare le politiche industriali statali e gli investimenti nelle  infrastrutture.
5. Una struttura dell’Eurozona che promuova il pieno impiego e la crescita per tutta l’Europa – Macroeconomia. Ampliare i compiti della BCE (Banca Centrale Europea), per servire effettivamente la società attraverso la destinazione del credito alle attività produttive, e non ad acquisti  sterili e a tesaurizzazione.
6. Assicurare il pieno impiego e la crescita in tutta Europa. 6.1 Destinare gli investimenti ad impieghi di lungo termine, come le infrastrutture e il progresso tecnologico; 6.2 Riformare il governo delle imprese. Ridurre le risorse destinate a dirigenti e azionisti e aumentare quelle destinate a retribuzioni decenti e a investimenti per il futuro dell’impresa. Maggiore trasparenza gestionale; 6.3 Norme per risolvere velocemente i casi di fallimento, con remissione  e ristrutturazione del debito (un Chapter 11 degli USA potenziato); 6.4 Promuovere gl’investimenti per l’ambiente. Non basta una crescita alta, occorre una crescita compatibile, penalizzando la produzione di CO2.
7. Un impegno alla prosperità condivisa. Contribuire a combattere l’aumento della disuguaglianza in atto su scala mondiale, contrastando la competizione fiscale tra i paesi europei, la riduzione delle tasse a scapito  degli investimenti e servizi pubblici.

 

RIFORME PER LA GESTIONE DELLE CRISI

1. Dall’austerità alla crescita. 1.1 Conoscere i  limiti della politica monetaria. Uso concertato e articolato della politica fiscale, secondo le esigenze specifiche dei singoli paesi, puntando sulla sussidiarietà (autonomia sostenuta); 1.2. Riconoscere il principio del moltiplicatore della politica di bilancio: aumentando le tasse in parallelo con l’aumento dei servizi sociali, e articolando il sistema fiscale (ad es. aumentando i sussidi alle  classi povere tassando le eredità dei ricchi) l’incremento del PIL può essere un multiplo della maggiore spesa pubblica.
2. Verso la ristrutturazione del debito. Quando necessario (es. Grecia, Argentina), la ristrutturazione del debito deve essere rapida e profonda. La trasformazione del  debito in titoli di stato può stimolare la ripresa dopo it dissesto. “La ristrutturazione dei debiti è parte essenziale del capitalismo”.