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STUPRI AMBIENTALI

13 aprile 2019

VILLA PARCO Prati del Parco Reale di Monza e1442657298424

«Sulla questione del concerto di Jovanotti a Plan de Corones sono del tutto d’accordo con Reinhold Messner e con Paolo Cognetti. Non s’ha da fare.»

Ho una grande simpatia nei confronti di Jovanotti, ed apprezzo molta musica rock, per la quale ho un esperto consigliere: mio figlio.
Ma sulla questione del concerto a Plan de Corones sono del tutto d’accordo con Reinhold Messner e con Paolo Cognetti. Non s’ha da fare.
Dirò di più: manifestazioni caratterizzate da strutture invasive, effetti luminosi fantasmagorici, musica ad altissimo volume, concentrazione di migliaia di persone in luoghi delicati e dedicati al silenzio e alla contemplazione si configurano come veri e propri stupri ambientali.
E spiace vedere Jovanotti arrampicarsi senza presa ai soliti argomenti degli stupratori ambientali: che l’“evento” «è realizzato con criteri ambientali», che è «un modo nuovo di fare le cose», e farfugliare di economia circolare che non c’entra niente. È uno stupro.
I rapporti tra uomo e ambiente non differiscono molto da quelli sessuali, ben diversi a seconda che si accompagnino a legami affettivi, al consenso reciproco, o al gusto della violenza.
Vi sono suoni e comportamenti che fanno parte del silenzio e della bellezza naturale: il canto degli uccelli e i versi di altri animali, il rintocco di una campana lontana, i gridi dei bambini che si inseguono su un prato (non in un campo giochi!), la musica antica o sperimentale di un quartetto d’archi o di una banda locale, il passaggio di escursionisti o ciclisti rispettosi dell’ambiente.
Ma i grandi raduni e concerti, che peraltro hanno la loro ragion d’essere e il loro valore, si sposano con altri contesti ambientali: uno stadio, uno spazio dedicato come il Circo Massimo.

 

PLAN DE CORONES

 

C’è di più: se queste manifestazioni volessero veramente contribuire al risanamento dell’ambiente, rispondendo al sentire di milioni di giovani, potrebbero svolgersi in aree dismesse, degradate, promuovendone il risanamento. I fan di Jovanotti ne sarebbero entusiasti. Un esempio? Tomorrowland, lo spettacolo musicale che viene rilanciato periodicamente, virtualmente e contemporaneamente in diversi luoghi del globo, si svolge concretamente a Shorre, in Belgio, in un parco ricavato da una ex cava di argilla, risanata e strutturata per accogliere eventi musicali, attività ricreative, raduni di grande afflusso.
Modoetia, de te fabula narratur. È chiaro che parlando di Plan de Corones e di altre vicende del genere, penso al Parco di Monza, ripetutamente violentato, eppure ancora bellissimo e riscattabile, se solo lo si volesse. Concerti di grande richiamo, ma anche rally devastanti del verde prezioso intercluso dalla pista della F1 non dovrebbero mai più violare il parco storico. Gli esempi e gli spazi per riscattarlo e liberarlo definitivamente dagli atti di violenza non mancano: ad esempio le Cave Rocca (il nome è evocativo!), ben 30 ettari ai confini di Monza, potrebbero essere trasformate in un grande parco con una arena naturale al centro, ampia come il Circo Massimo (7-8 ettari), nell’interesse pubblico e della stessa proprietà. Non lontano da Monza, a Brugherio, è stata realizzata una operazione analoga, il Parco Increa, della stessa dimensione della Cave Rocca, con un bel lago al centro, sia pure con destinazione a parco urbano e negato ai grandi eventi. Insomma, Schorre et Brugherio docent.
Ripeto: se solo lo si volesse. Ma perché non si vuole?

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MASTER PLAN (3). LA MALEDIZIONE DEGLI IMPIANTI SPORTIVI NEL PARCO

30 ottobre 2018

curva

Nel corso del ventesimo secolo gl’impianti sportivi introdotti nel Parco, da una parte hanno portato alla devastazione di centinaia di ettari, dall’altra hanno visto il susseguirsi di fallimenti degli stessi impianti, con la distruzione di enormi risorse culturali, ambientali ed economiche.

Ad un’interrogazione presentata alla Giunta Comunale di Monza, e trasmessa da questa al Consorzio Villa Reale e Parco di Monza, in cui si chiedevano notizie circa l’impiego dei primi 13 milioni di euro erogati dalla Regione al Consorzio sui 55 previsti dall’Accordo di Programma, il Consorzio ha risposto di avere avviato “procedure di affidamento” per tre interventi, tra cui il “recupero edilizio ex-ippodromo per € 246.422,40”.

Ebbene: nel Programma Interventi Prioritari tassativamente elencati nell’Accordo di Programma, tutti di grande importanza e urgenza, quel recupero non è affatto previsto.

Viene da chiedersi: a cosa è dovuto quel “recupero edilizio ex-ippodromo”, che richiama qualcosa che non esiste più, nell’area che il Consorzio dovrebbe citare con il suo nome storico: Mirabello?

A mio parere si tratta di una efflorescenza della “Maledizione degli impianti sportivi nel Parco di Monza”, che continua ad incombere sul Parco. Perché una maledizione? Perché nel corso del ventesimo secolo gl’impianti sportivi introdotti nel Parco, da una parte hanno portato alla devastazione di centinaia di ettari, dall’altra hanno visto il susseguirsi di fallimenti degli stessi impianti, con la distruzione di enormi risorse culturali, ambientali ed economiche.

Nessuno di questi impianti ha dato  un maggior   valore al complesso monumentale   Villa Reale e Parco di Monza. Al contrario hanno operato tutti contro, considerando il monumento  come un puro spazio a disposizione per qualsiasi cosa. Non si è pensato alla Villa e al Parco in quanto tali e come valore in sé, potenzialmente anche economico. Si è pensato solo a cosa metterci dentro, a fini estranei, mirando a    ritorni economici (nel migliore dei casi) di breve respiro.

Proviamo a ricordare:

Anello di alta velocità dell’Autodromo.

Realizzato nel 1922, insieme al complesso dell’Autodromo. La stessa costruzione  di quest’ultimo, fin dall’inizio, dovette fare i conti con il contesto culturale e ambientale del Parco, costringendo i progettisti a ridurre da 15 a 10 chilometri il percorso complessivo pista stradale-pista di alta velocità. L’impianto ha comunque comportato la devastazione di oltre 200 ettari di Parco.

L’anello di alta velocità, che doveva competere con la pista di Indianapolis, non fu praticamente usato secondo le finalità immaginate, ma promiscuamente con la pista stradale.

Nel 1933, dopo un grave incidente durante il Gran Premio  che causò la morte di tre piloti, il tracciato della pista di alta velocità fu definitivamente chiuso.

Dopo 22 anni di abbandono, nel 1955 si decise di rifare la pista, inclusiva di  due curve sopraelevate con pendenze elevatissime, che si rivelarono tecnicamente sbagliate. Viene proprio da dire: errare humanum est, perseverare diabolicum!
Errori di progettazione e carenze costruttive indussero piloti e scuderie a disertare le gare. La definizione delle curve, da parte della stampa estera, come  “muri della morte” non giovò certo all’immagine dell’Autodromo di Monza.
Nel 1961 la Ferrari di Von Trips uscì di strada (per la verità non sulla sopraelevata, ma forse per i danni alla vettura causati dalle sollecitazioni della curva) causando la morte del pilota e di 15 spettatori.
Dopo essere stata utilizzata per soli quattro Gran Premi, nel 1963 la pista venne definitivamente archiviata.

 

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Ippodromo

Realizzato nel 1924. Come si legge su Wikipedia, «le corse che vi venivano disputate, pur non eguagliando per spessore tecnico quelle disputate a Milano, venivano particolarmente seguite nel corso degli anni venti e trenta dall’aristocrazia e dall’alta borghesia, che vedevano in questo sport un passatempo mondano».

La data di chiusura è indicata nel 1976, ma si è trattato di una lenta e lunga agonia, un abbandono progressivo. Nel 1990 le belle ma estranee strutture in legno stile Liberty furono distrutte da un incendio.

Subito dopo anche la pista fu eliminata e fu restaurato il grande spazio prativo del Mirabello com’era e dov’era, recuperando la vista sulle montagne lombarde (di qui, guarda caso, il nome “Mirabello”) e il viale dei Carpini che di nuovo lo interseca collegando le Ville Mirabello e Mirabellino.

 

hockey

 Hockey.

Impianto realizzato nel 1933, all’interno  dei Giardini Reali. Ha conosciuto momenti di gloria, grazie a sette titoli nazionali conquistati dalla squadra monzese.

Tuttavia, quando si decise che i campionati si dovevano svolgere anche d’inverno, e che questo avrebbe comportato la copertura (e probabilmente anche l’estensione) dell’impianto, ciò fu vietato per i vincoli architettonici e paesaggistici imposti sui Giardini Reali.

L’impianto venne abbandonato, demolite le tribune, ma lasciando il lavoro a metà, come testimoniato dai ruderi ancora esistenti, senza recuperare l’area ai Giardini.

Nei primi anni 2000 essa fu adattata per accogliere un locale notturno, il Barracuda, destinato a vita breve.

Sopravvivenze.

Ma non tutti gli impianti sportivi calati nel Parco sono deceduti. Altri sopravvivono ma, per parafrasare Woody Allen, se altri sono morti anche loro non stanno tanto bene. Mi riferisco in particolare all’Autodromo, al Golf e al tennis.

Non mi soffermo su tutte le vicende dell’Autodromo, fatte di continue “devastazioni e compensazioni”. Basterà fare riferimento alle ultime, che hanno portato al salvataggio del Gran Premio di F1 grazie a una contributo della notevole cifra di 15 milioni di euro da parte della Regione Lombardia.

Quanto al Golf, realizzato nel 1928, al giorno d’oggi si inorridisce a pensare come è stato realizzato: distruggendo una foresta planiziale, ma sapientemente intercalata da viali e rotonde da Luigi Canonica, frequentata da cervi e daini, estesa per oltre cento ettari, per sostituirla con un impianto posticcio, del tutto innaturale rispetto al contesto, per di più accanto a una pista automobilistica non certo consona con la quiete che dovrebbe caratterizzare un campo di golf. Di qui la sua sopravvivenza nella mediocrità, amputata al Parco storico e riservata a pochi privilegiati.

Nel 2014 il Tennis Club di Monza, inaugurato nel 1928, ha consegnato le chiavi al Consorzio perché non più in grado di proseguire l’attività, ridotta a scuola di tennis per bambini. Era l’occasione per recuperare quegli spazi, tra cui l’ingresso ai Giardini Reali dalla Porta neogotica recentemente restaurata. Il Consorzio ha al contrario fatto l’impossibile per conservare l’impianto sportivo in un’area che dovrebbe essere inclusa nel restauro dei Giardini e dei Boschetti Reali. Dopo tre gare andate deserte, il Consorzio è riuscito a far sopravvivere la struttura riducendo progressivamente le pretese economiche, con una concessione di 16 anni.

 Strascichi.

Ho accennato all’inizio dell’articolo all’inutile, e non previsto dall’Accordo di Programma, restauro dei resti di una struttura dell’ippodromo, come prova del persistere della Maledizione degli impianti sportivi nel Parco.

Ma di questi segnali d’intromissioni improprie e dannose ve ne sono diversi e continui.

Tra questi in particolare il fatto che non esistono, agli ingressi del Parco, cartelli esclusivamente dedicati e facilmente comprensibili che presentino ai visitatori la straordinaria struttura dell”Imperial Regio Parco”. Al loro posto campeggiano mappe dei percorsi di una mezza maratona che si svolge una volta l’anno, con il logo di una società di assicurazione che gioca sull’aggettivo “Reale”. A questi cartelli si aggiungono, disseminati in tutto il Parco, decine di segnavia di cemento che lo marcano in modo indelebile. In quale posto del mondo (New York, Roma, Milano, …) una maratona fa uso d’impianti fissi?

Vi sono anche cartelli che indicano  percorsi di “Nordic Walking”, considerati del tutto inutili (come risulta da una mia inchiesta sistematica) dagli sportivi dilettanti che praticano liberamente questo sport nel Parco. Ci sono altri esempi analoghi su cui non mi soffermo. .

Estensioni.

Forse non si dovrebbe parlare di Maledizione degli impianti sportivi nel Parco, ma più in generale di Maledizione delle intromissioni improprie nel Parco. Cioè di strutture che, oltre a appropriarsi di spazi del Parco, sono destinate prima o poi al fallimento proprio per la loro impropria collocazione.

E’ di pochi giorni fa la chiusura del Centro Rai Way del Parco. Per il pregevole immobile realizzato nel 1954 dal grande architetto Gio Ponti, si potrebbe citare una delle regole fondamentali dell’architettura: un’opera ben fatta, collocata in un luogo sbagliato, è sbagliata. C’è solo da augurarsi che la futura destinazione sia compatibile, anzi convergente con le funzioni culturali e paesaggistiche del Parco.

Anche il recente abbandono da parte della Triennale di Milano del Belvedere della Villa Reale, dove era stato realizzato un museo del design italiano, induce a qualche riflessione. Forse la scelta di collocare quel museo nel luogo da cui si ammirano le due grandi prospettive della Villa, orientate secondo la storia-leggenda verso Milano e Vienna, poteva essere giustificata dal fatto che la Triennale è nata a Monza. Ma forse quel luogo splendido potrebbe più opportunamente essere destinato ad illustrare ai visitatori, con arredi significativi e le più  avanzate tecnologie della realtà aumentata, l’importanza storica, culturale e paesaggistica del monumento che si accingono a visitare. Magari dietro congruo pagamento.

Eventi estemporanei.

Un sottoprodotto della Maledizione degli impianti sportivi è lo svolgimento di grandi concerti e altre manifestazioni nei preziosi prati del Parco, con una particolare maledizione per quello della Gerascia. Un sottoprodotto, perché da questi eventi si spera di ricavare entrate a compenso delle perdite causate dal declino, o dall’incapacità gestionale,  degli eventi sportivi.

E’ ovvio che queste manifestazioni dovrebbero svolgersi in luoghi dedicati e predisposti, quindi non nel Parco.

A parte i vincoli culturali e ambientali fissati dalle leggi, che dovrebbero essere applicati con i criteri più restrittivi, basterebbe citare l’articolo 8 del Regolamento del verde pubblico del Comune di Monza, per la sua chiarezza e semplicità: «Sono vietate le attività che comportano grande concentrazione di presenze (festival, concerti, ecc,) con calpestio di tappeti erbosi e degli apparati radicali degli alberi, da parte di persone e animali».

Personalmente suggerirei un’altra discriminante: «Sono vietate le manifestazioni che comportano l’installazione di gabinetti chimici». Gabinetti che dovrebbero essere banditi dal Parco in via assoluta, per il loro aspetto degradante, e sostituiti da servizi igienici collocati nelle decine di cascine del Parco.

Minacce.

Come si sa, la disponibilità di risorse di qualche consistenza, come i 55 milioni promessi dalla Regione “Per la valorizzazione del Complesso Monumentale Villa Reale e Parco di Monza”, attrae le mosche.

Dando per dimenticata la notevole cifra di 15 milioni già erogati dalla Regione Lombardia per ottenere la conferma del Gran Premio di F1 per gli anni 2017-2019, il Presidente dell’ACI chiede già aiuto, in termini di aut-aut, per la prosecuzione del Gran Premio nell’Autodromo di Monza negli anni successivi. Il sospetto che questo grido di allarme abbia come obiettivo il dirottamento  dei fondi destinati a Villa e Parco alle gare automobilistiche in difficoltà (e alla sopravvivenza dell’ente inutile ACI) è più che legittimo.

Quanto all’ecomostro della pista di alta velocità, continua ad essere considerato un totem da conservare e restaurare per la seconda volta, a cui sacrificare 60 ettari tra i più importanti del disegno originario del Parco storico

Del resto, non sono mancate anche nel recente passato proposte indecenti per reintrodurre l’ippodromo nel Mirabello, ricevendo dalla stampa locale una attenzione acritica e alquanto beota.

E in un articolo della testata online S-Monza Brianza del 4 settembre 2017 si auspica incredibilmente che «parte dei 55 milioni di euro messi a disposizione dal Pirellone per rilanciare Parco e Autodromo (Non “Villa Reale e Parco di Monza”!) vengano destinati alla riqualificazione dell’impianto di hockey”»!

Come si vede, la Maledizione degli impianti sportivi nel Parco è ancora viva e operante.

 Il Master Plan.

Tutto questo discorso ha un obiettivo: far sì che il Master Plan previsto dall’AdP, la cui elaborazione è affidata al Consorzio Villa Reale e Parco di Monza, e la cui gestazione, se in atto, si svolge nella più assoluta mancanza di trasparenza, testimoni la definitiva liberazione del complesso monumentale dalla Maledizione degli impianti sportivi nel Parco, e più in generale dalle intromissioni ed attività improprie nella Villa e nel Parco.

Nei miei articoli precedenti sull’argomento, ho espresso il parere che il Master Plan dovrebbe essere affidato a persone capaci di stare sulle spalle dei giganti che hanno creato il monumento: Giuseppe Piermarini e Luigi Canonica. Non sarebbe questa l’occasione per dare vita a quel Comitato Scientifico previsto dall’art. 12 dello Statuto del Consorzio, colpevolmente rimosso?

Nell’Accordo di Programma e nell’allegato “Linee Guida per la definizione del Master Plan” si indica come riferimento fondamentale il “Piano per la Rinascita del Parco di Monza” approvato con la Legge Regionale 40/95 e parzialmente attuato, come punto di partenza del Master Plan .

Negli atti accompagnatori di quel Piano, c’è una dichiarazione dell’allora Sovrintendente per i Beni Ambientali e Architettonici di Milano, Lucia Gremmo, che indica la strada:

«L’importante lavoro svolto dalla Commissione è da considerarsi preparatorio ad un progetto di più ampio respiro che, definendo in ogni aspetto le future destinazioni dell’eccezionale complesso Villa, Giardini e Parco Reale nella sua globalità, porti all’indifferibile riqualificazione delle valenze storico-artistiche e culturali dello stesso e al conseguente allontanamento degli impianti, individuati nell’autodromo, nel golf, nel polo, nei parcheggi interni, nell’edificio e strutture della Rai e negli impianti sportivi del tennis e dell’hockey ubicati nei Giardini della Villa».

Rispetto a questa raccomandazione, del tutto attuale, si potrebbero risparmiare l’edificio della Rai e l’Autodromo. Quest’ultimo, solo se  capace di procedere nel futuro con le sue ruote, rinunciando alle strutture obsolete e consentendo così il recupero delle vaste e pregiate aree verdi al suo interno: Il Rondò della Stella, il Bosco Bello, il Serraglio dei Cervi:

L’obiettivo finale del Master Plan dovrebbe consistere nell’inclusione dell’Imperial Regia Villa e Parco di Monza tra i beni patrimonio dell’umanità dell’Unesco, facendo del monumento un elemento portante dell’identità e attrattività di Monza nel lungo termine e a livello internazionale.

(more…)

VILLA REALE E PARCO DI MONZA AL BIVIO. CON UN MASTER PLAN (2)

19 gennaio 2018
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20180118 PARCO VIALE DEI CARPINI

 

Ho partecipato alla cerimonia della firma dell’”Accordo di programma per la valorizzazione del complesso monumentale Villa Reale e Parco di Monza”, svoltasi nel Teatrino della Villa, martedì 16 gennaio 2018.
I termini del “bivio” che caratterizza il futuro del monumento, di cui ho parlato nell’articolo con cui ho anticipato l’evento, sono apparsi tutti con grande evidenza. Anche se l’inizio della cerimonia e la sua conclusione suscitano qualche speranza che alla fine si intraprenda la strada giusta.

L’inizio: il clima diffuso tra i firmatari e il pubblico esprimeva una crescente consapevolezza del valore inestimabile del monumento, che trascende le sue funzioni locali per costituire un luogo di attrazione universale. Il termine “evento storico” ripetutamente riferito alla firma dell’accordo esprimeva, al di là della retorica, questa nuova consapevolezza.

Ma dai discorsi dei firmatari, dopo le rituali esaltazioni, è subito emersa una contraddizione tra questo riconoscimento e le proposte relative alle possibili destinazioni della parte degli stanziamenti ancora da definire con il fatidico “Master Plan”, per la bella cifra di 27 milioni.
Nessuna delle proposte ha lasciato intravvedere una visione globale del monumento, nel suo valore storico, architettonico e paesaggistico. Nessuno cioè ha fatto cenno al grande progetto realizzato da Giuseppe Piermarini e da Luigi Canonica, che costituisce la sostanza del valore del monumento, miracolosamente sopravvissuto alle aggressioni subite nel secolo scorso.
Si è accennato al  restauro dell’ala nord della Villa, al completamento di quello della Villa Mirabello, del  Mulino del Cantone… Nessun accenno all’acquisizione  della Villa Mirabellino dal demanio dello Stato, elemento strutturale del disegno del Parco.

Ma frequenti  sono stati soprattutto i riferimenti alle  due realtà che maggiormente hanno contribuito alla devastazione del disegno paesaggistico del  Parco: l’autodromo e il golf. Il Sindaco di Monza Allevi, per statuto Presidente del Consorzio Villa Reale e Parco di Monza, si è augurato che parte dei fondi da stanziare con il Master Plan siano destinati a un Museo della Formula Uno e ad interventi per l’autodromo.

 

20180118 PARCO VIALE MIRABELLO 29708071

 

Cerco di entrare nel pensiero di chi, difendendo con i denti autodromo e golf, ritiene di fare il bene della Villa e del Parco di Monza. Probabilmente pensa che avendo, soprattutto l’autodromo, una notorietà internazionale, la loro “valorizzazione”  vada di pari passo con quella del monumento, e addirittura possa svolgere una funzione trainante. Io credo che sia vero il contrario.

Non una parola è stata detta sulla  questione, decisiva,  di chi redigerà il Master Plan.
Purtroppo non ho notato tra il pubblico degli invitati molte persone che so esperte, conoscitrici e appassionate del monumento. Non c’erano rappresentanti di associazioni che da decenni hanno dedicato studi e iniziative per la sua tutela, come ad esempio il Comitato Parco Antonio Cederna o l’associazione Novaluna, che da trent’anni pubblica la rivista “Il Parco, la Villa”.

Eppure, così come l’inizio della cerimonia  ha testimoniato  una accresciuta consapevolezza del valore straordinario del monumento, anche la conclusione ha aperto il cuore alla speranza che le scelte del Master Plan possano essere felici: il Presidente della Regione Roberto Maroni ha rilevato che la Lombardia conta ben undici siti inclusi tra i beni patrimonio dell’umanità dell’Unesco, molti dei quali di valore senza dubbio inferiore rispetto alla Villa Reale e Parco di Monza. Ha chiesto quindi al pubblico presente se condividesse la sua proposta di costituire, come ultimo atto del governo regionale in scadenza, un comitato per ottenerne l’inclusione  tra i beni patrimonio dell’Umanitò dell’Unesco.
La sua proposta è stata accolta con un grande applauso. Il più lungo e non formale della cerimonia.

A differenza dei pessimisti ritengo che l’Unesco non avrebbe difficoltà a dare il suo riconoscimento a una “Imperial Regia Villa e Parco di Monza” riportata integralmente all’antico splendore architettonico e paesaggistico, pur recando al suo interno un autodromo che fosse snellito e ringiovanito, al passo con la rivoluzione in atto  nello sport della velocità  (Marchionne ha appena annunciato il progetto di una supercar Ferrari elettrica), come unica,  consapevole contraddizione.

VILLA REALE E PARCO DI MONZA AL BIVIO. CON UN “MASTER PLAN”

9 gennaio 2018
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 20180109 parco monza andrea rota nodari

Dei 55 milioni per l’accordo fra Comune di Monza e Regione Lombardia, 27 sono ancora tutti da destinare secondo un piano ancora da redigere, ma le linee guida sembra quelle di un business plan…

Il 30 novembre scorso il Comune di Monza ha approvato l’“Accordo di programma per la valorizzazione del complesso monumentale Villa Reale e Parco di Monza” (AdP) proposto dalla Regione Lombardia.

Quando questo AdP diventerà operativo, si aprirà per Villa e Parco un futuro caratterizzato da alternative radicali e difficilmente revocabili. L’Accordo prevede un investimento di 55 milioni di euro.

Di questi, 28 sono già destinati dall’Accordo, divisi in due “Fasi”. I primi 23 euro verranno erogati in una “Fase 1”. Si tratta di interventi urgenti, finalizzati a bloccare il degrado sia del Parco e dei Giardini Reali, sia della Villa e di altri immobili in condizioni critiche. Altri 5 milioni sono previsti da una “Fase due”, e appaiono destinati sostanzialmente al completamento degli interventi della Fase 1. Restano 27 milioni di euro, “non tematizzati”, cioè non vincolati dall’Accordo di Programma. La destinazione di questi ultimi è rimessa a un Master Plan (MP) da redigere.

Il giudizio sulle destinazioni già vincolate non può che essere positivo. Spaziano da interventi di manutenzione straordinaria del patrimonio arboreo del Parco (boschi, viali, siepi) al restauro del muro di cinta e delle porte d’ingresso, al completamento dei restauri della Villa Mirabello e della Cascina Fontana, a interventi urgenti su cascine e mulini, all’importantissimo recupero filologico dei Giardini Reali (Tempietto, alberi monumentali, Laghetto, Antro di Polifemo, rinaturalizzazione dell’area ex-hockey, rete irrigua, orto botanico, giardino roccioso).

Ma il futuro della “Imperial Regia Villa e Parco di Monza”, come era definita nelle mappe dell’ottocento, si giocherà con i 27 milioni residui. E’ facile capire che saranno proprio questi a imprimere all’insieme degli interventi un carattere organico e strategico, decisivo per il futuro del monumento. Ed è evidente che il problema prioritario consiste nella risposta alla domanda: “Chi farà il Master Plan”?

 

2 PARCO Benevolo Tavola del Parco

La Villa Reale e il Parco di Monza secondo il PRG proposto da Leonardo Benevolo

 

l’AdP affida il compito al Consorzio Villa Reale e Parco di Monza. Potrebbe essere questa l’occasione per dare vita al Comitato Scientifico previsto dall’articolo 12 dello Statuto del Consorzio, e  mai insediato. Ma sarà soprattutto necessario che l’alto compito sia affidato a un vertice  dotato di eccellenti conoscenze storiche, architettoniche e paesaggistiche, del calibro dei realizzatori del monumento: Giuseppe Piermarini e Luigi Canonica. Un concorso internazionale per designarlo sarebbe più che opportuno. Saranno poi necessarie competenze specialistiche, rispondenti alla storica multifunzionalità del monumento: naturalistiche, agro-forestali, idrologiche, faunistiche.

L’obiettivo strategico dovrebbe consistere nell’integrare la funzione attualmente svolta dal monumento, soprattutto dal Parco, di grande e preziosa area verde a disposizione della comunità locale, con una valenza di dimensione e attrattività globale, come consentito dalla sua storia. Questa visione potrebbe essere concretizzata con l’obiettivo dell’inclusione del monumento tra i beni patrimonio dell’umanità dell’Unesco.

Ma il Master Plan dovrebbe anche contribuire al recupero del legame storico, culturale  e spaziale del monumento con la città di Monza, sede della Corona Ferrea e del “grande Regno d’Italia” nel contesto europeo, legame oggi spezzato.  Costituire cioè un elemento portante per un obiettivo del tutto realistico: proporre Monza come Capitale Europea della Cultura.

Come è detto opportunamente nell’AdP, il MP dovrà prendere le mosse dalla Legge Regionale 40/95. Ed effettivamente il “Piano per la rinascita del Parco di Monza“, incluso in quella legge ed approvato nel dicembre del 1996, ha svolto una funzione strategica, addirittura storica. Perché pur essendo stato realizzato solo in parte, ha bloccato e invertito culturalmente, prima che materialmente, il processo di degrado, distruzione e sfruttamento sconsiderato del monumento, iniziato con l’uccisione di Umberto I di Savoia e proseguito per tutto il secolo XX.

Negli atti di quel Piano, meritevoli di rilettura perché testimoniano lo straordinario lavoro svolto dalla “Commissione Tecnica” che lo ha elaborato, vi sono chiare indicazioni su come proseguire nel lavoro di recupero del monumento.

Conviene in primo luogo riflettere sul fatto che l’allora Sovrintendente per i beni Culturali, Ambientali e Architettonici di Milano, Lucia Gremmo, nell’approvare il Piano, chiese che venisse messa agli atti la seguente “considerazione”:

«L’importante lavoro condotto dalla Commissione è da considerarsi preparatorio ad un progetto di più ampio respiro che, definendo in ogni aspetto le future destinazioni dell’eccezionale complesso Villa, Giardini e Parco Reale nella sua globalità, porti all’indifferibile riqualificazione delle valenze storico-artistiche e culturali dello stesso e al conseguente allontanamento degli impianti, individuati nell’autodromo, nel golf, nel polo, nei parcheggi interni, nell’edificio e strutture della RAI e negli impianti sportivi del tennis e dell’hockey ubicati nei Giardini della Villa».

A parte i cambiamenti intervenuti negli anni successivi (Il polo e l’hockey non ci sono più; la concessione per il tennis è stata colpevolmente e forzosamente rinnovata), è evidente che gli argomenti principali sono costituiti dall’autodromo e dal golf.

Nessuno può negare che ambedue le realtà siano in netto contrasto con la natura e la funzione pubblica del Parco, avendola devastata e compromessa. Ma dal punto di vista dell’interesse pubblico sono molto diverse: l’autodromo risponde a una passione ampiamente diffusa per lo sport motoristico, anche se in contrasto con le finalità pubbliche proprie del Parco. Il golf è invece una netta sottrazione di una vasta porzione del Parco alla pubblica fruizione, a favore di una ristretta cerchia di privati.

Ma prima di suggerire il diverso approccio alle due realtà, è necessario dirimere una questione che è implicita nella dichiarazione della Gremmo, e che ha un’assoluta rilevanza strategica ai fini del Master Plan. Occorre rimuovere dalla testa delle classi dirigenti, nonché di funzionari come quelli che hanno redatto le “Linee guida per la definizione del Master Plan” (allegato 3 dell’Accordo di Programma) l’idea che ha imperversato nel novecento e che continua a produrre frutti velenosi (vedi i vistosi cartelli agli ingressi del Parco e le decine di segnavia di cemento installate pochi anni fa nel Parco, a imperitura memoria, con il marchio indelebile di una società assicuratrice, per una mezza maratona che si corre una volta l’anno): l’idea che il Parco costituisca un “impianto sportivo a cielo aperto”, come si è sentito spesso dire da persone che dovrebbero essere colte e autorevoli. Occorre riuscire a far separare nella loro mente  le svariate attività sportive amatoriali che animano e animeranno sempre il Parco, da quelle professionistiche o spettacolari, inevitabilmente incompatibili e devastanti, perché comportano strutture, attrezzature, segnaletiche per attività specialistiche estranee alla natura del monumento, e attraggono grandi masse di tifosi del tutto disinteressati ai suoi valori. Conoscendo il grande interesse dell’attuale Sindaco per lo sport, sarò un forte sostenitore dell’impegno contenuto nel suo programma di mandato di dotare Monza di impianti sportivi d’avanguardia (un nuovo stadio, un parco dello sport, a cui aggiungerei la destinazione di specifiche aree adatte a grandi eventi sportivi e musicali). Questo consentirebbe di liberare finalmente il Parco dalla nemesi sportivo/distruttiva del novecento. Se l’autodromo sarà in grado di sopravvivere, dovrà rimanere un’unica eccezione.

Fatta questa premessa che ritengo dirimente per il Master Plan, è possibile trovare negli atti del Piano della LR 40/95 indicazioni ragionevoli su come procedere per i due maggiori impianti sportivi inseriti nel Parco.

Per l’autodromo, riconoscendone il «primario interesse regionale» (a mio parere comunque sempre più questionabile), ne auspica «un più adeguato rispetto dell’ambiente e una integrazione funzionale con il Parco». A questo scopo ritiene in primo luogo necessario «provvedere alla demolizione dell’anello di alta velocità… con la ricostruzione… a seguito della demolizione… dell’impianto originario del parco».

Per chi conosce gli studi e le proposte di storici, architetti, paesaggisti, naturalisti, urbanisti di alto livello, nonché i piani territoriali succedutisi nel tempo (ben illustrati da Giorgio Majoli su questa rivista qualche anno fa), la demolizione dell’ecomostro della pista di alta velocità è cosa scontata. Anche la precedente convenzione con la Sias, gestore dell’autodromo, la prevedeva. Solo il rinnovo della concessione deciso dal Sindaco Mariani subito dopo il suo insediamento nel 2016 ha previsto inopinatamente  il restauro delle curve sopraelevate della pista, peraltro in contraddizione con il tuttora vigente Piano del Parco della Valle del Lambro. E solo la disinformazione fa di questo ecomostro un mito sportivo senza fondamento.

Quanto questa pista sia stata stata sportivamente ed economicamente sbagliata e due volte abbandonata dopo pochi anni; quanto le curve sopraelevate siano state frutto di errori di progettazione, mal realizzate, dannose per l’immagine stessa dell’autodromo (denominate “muri della morte” dalla stampa internazionale), rifiutate da piloti e scuderie, è ampiamente documentato in un articolo di questa rivista scritto a suo tempo da Gimmi Perego.

Se molti che parlano di Villa e Parco senza frequentarli e conoscerli a fondo lo facessero, capirebbero quanto la demolizione dell’ecomostro, immensa colata di cemento sul cuore del Parco, sia decisiva per la sua rinascita integrale. Il Master Plan deve prevedere una prima parte della demolizione, a partire dalla curva sopraelevata sud, che spezza in due il Parco.

Per quanto riguarda il golf, gli atti del Piano ex LR 40/95 ne prevedono, a mio parere in modo ingiustificato, la conservazione, auspicando solo un’improbabile «progressiva ricostituzione di uno stato d’ambiente coerente con le caratteristiche storiche e naturali del Parco». Solo a margine suggerisce di «valutare la possibilità di rilocalizzazione all’esterno del Parco». Occorrerebbe invece non rinnovare la concessione alla sua scadenza (2022), e riportare l’area, di oltre 100 ettari, all’originario stato boschivo, ricostituendo una vasta e straordinaria riserva naturale e faunistica.

Così procedendo per autodromo e golf, il Parco sarebbe recuperato nella sua massima parte, nell’interesse dei cittadini lombardi e dei visitatori attratti dal monumento, la cui storia è nello stesso tempo italiana ed europea, come quella di Monza.

Non mi diffonderò sui rilevanti e complessi problemi della Villa. Penso che il Master Plan dovrà tener conto delle proposte dello Studio Carbonara, vincitore nel 2004 del concorso internazionale di progettazione “Recupero e valorizzazione della Villa Reale di Monza e dei Giardini di pertinenza” indetto dalla Regione Lombardia e dal Comune di Monza nel 2003. sia pure rivisitandolo e modificandolo. Compiuto egregiamente il restauro della parte centrale della Villa, occorrerà intervenire sulle altre sue parti. Rispetto al progetto Carbonara sembrano da escludere, oltre alla sfumata Agenzia Europea, destinazioni a istituzioni permanenti a carattere burocratico e a foresterie (compreso il previsto appartamento del Presidente della Regione!). Occorrerà realizzare un delicato equilibrio tra destinazioni museali (di museo della stessa “Imperial Regia Villa e Parco”), e mostre di originale e permanente valore culturale, attività congressuali,  eventi tali da contribuire al  prestigio del monumento (dopo di che, un matrimonio o una festa privata al margine per fare cassa non saranno uno scandalo!). L’unica realtà da conservare e valorizzare deve essere il Liceo Artistico Nanni Valentini, erede di una scuola di design che ha dato vita alla odierna Triennale di Milano, tuttora riferimento e incubatore culturale per le attività produttive, da far crescere con attività formative di livello universitario. .

Ma queste cose, come si suol dire, viaggiano sulle gambe degli uomini. I modelli di eccellenza gestionale di beni culturali e ambientali non mancano, in Italia e all’estero. Basta fare come hanno fatto a suo tempo i giapponesi: imitare, e poi fare meglio degli altri.

Ultima osservazione: le “Linee guida per la definizione del Master Plan” allegate all’Accordo di Programma sembrano configurare un business plan più che un Master Plan. Del resto, su tutto l’AdP aleggia una concezione della “valorizzazione” del monumento basata sull’autosufficienza economica, assicurata dalle sue diverse attività. Questo concezione, oltre che irrealistica, porterebbe inevitabilmente a compromettere i valori culturali e ambientali sull’altare di quelli economici di breve respiro. Conviene forse ricordare che Villa e Parco sono un bene “comune”, come si usa dire oggi, i cui costi vanno confrontati non con i ricavi dell’ente che lo gestisce, ma con i frutti, in parte contabilizzabili ma in parte intangibili e incommensurabili, che ne trae la società civile. In parole povere, gli enti pubblici di cui è composto il Consorzio dovranno mettere in conto nei loro bilanci risorse adeguate alla vita del monumento.

ECONOMIA DELLA BELLEZZA: MOLTA DOMANDA, POCA OFFERTA

24 luglio 2017

20170725 sopraelevata nord

Restaurare opere d’arte, architetture, paesaggi, oltre ad essere un valore per lo spirito umano ha una ingente valore  economico coerente con il primo.

Due notizie di questi giorni mi hanno particolarmente colpito: il fatto che il Parco Sigurtà sia stato visitato nel 2016 da 350 mila persone, e la sperimentazione di un “densimetro”, o “contateste”, per regolare l’afflusso di turisti nelle Cinque Terre.

Nei miei ricordi  il Parco Sigurtà, posto sulle colline moreniche a sud del Garda, premiato nel 2015 come il secondo parco più bello d’Europa  e nel 2013 come il primo in Italia, era  quel  luogo tranquillo, magnifico  nella flora e nel paesaggio,  dove una quindicina di anni fa portai  mia madre e mia suocera novantenni a respirare aria pura  e odorosa  e a spaziare con lo sguardo oltre la  ristrettezza delle strade e delle stanze cittadine.  E delle Cinque Terre ricordo  una passeggiata quasi solitaria e  quasi romantica lungo la Via dell’Amore, sull’”orlo della vasca sempre piena” come Melville definisce il mare, con mia moglie accanto e il primo figlio sulle spalle.

 

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Valeggio sul Mincio. Parco Giardino Sigurtà

 

Quelle e altre notizie analoghe sono all’ordine del giorno: basta citare il problema dell’afflusso di turisti  a Venezia e più in generale dell’affollamento asfissiante  di visitatori nei luoghi  più famosi per la loro storia, le opere d’arte o il paesaggio. Un fenomeno che rischia di degradare  progressivamente gli oggetti dell’ammirazione universale.

E’ nota la frase attribuita a Giulio Tremonti, ministro dell’economia del governo Berlusconi nel 2010, secondo cui “con la cultura non si mangia”. Questa frase  (da lui peraltro negata) ha fatto scandalo, ma in realtà riflette  una concezione  utilitaristica delle pulsioni umane  ancora dominante. Insomma, è ancora poco diffusa la consapevolezza della dimensione sconfinata della “domanda di bellezza” e della sua crescita esponenziale  in un mondo in cui, pur con crescenti disuguaglianze, molti milioni di persone sono uscite dallo stato in cui le proprie risorse economiche  erano appena sufficienti per  soddisfare i bisogni primari.

 

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Cinque Terre. La Via dell’Amore.

 

L’affollamento incontenibile di visitatori  in un numero relativamente limitato di luoghi  lo dimostra. In termini economici significa semplicemente che la domanda di bellezza supera di gran lunga l’offerta: Se non lo si capisce non se ne traggono le conseguenze, potenzialmente molto positive. Restaurare, ricuperare migliaia di luoghi, monumenti, ambienti naturali ovunque, e di cui l’Italia è piena, oltre ad avere un valore estetico assoluto, cioè fine a sé stesso,  avrebbe anche un grande valore economico e potrebbe alleggerire la pressione sui soliti luoghi.

Chi ha compreso l’esistenza di un  potenziale “mercato della bellezza”  grande come un oceano ma in gran parte latente, e ha investito su di esso, ha ottenuto  un grande successo in primo luogo culturale, e in secondo luogo economico. Un esempio noto a tutti è quello della Venaria Reale. Ridotta a un rudere per secoli e fino al 1998,  è stata restaurata ed inaugurata nel 2006. Nel 2016 ha superato il milione di visitatori in un anno.  Io ho in mente un’altro caso, più piccolo ma significativo, che ho avuto occasione di visitare: i  Giardini del Castello Trauttmansdorff a Merano. Nell’ottocento era un luogo amato  dalla Imperatrice Sissi. Dopo la prima guerra mondiale, con il passaggio del Sud Tirolo all’Italia, il monumento venne abbandonato e, guarda caso, affidato all’Associazione Combattenti e Reduci, esattamente come l’Imperial Regia Villa e Parco di Monza dopo l’uccisione di Umberto I. Questo Ente incompetente riuscì a ridurlo a un rudere, con il giardino lottizzato in piccoli orti dati in  in concessione  ad affittuari. Nel 2001 è stato riportato agli antichi splendori, ottenendo riconoscimenti internazionali analoghi a quelli del Parco Sigurtà, registrando un afflusso turistico per tutto l’anno, e diventando un elemento di attrazione aggiuntivo per la bella città di Merano.

 

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Merano. Castello e Giardini Trauttmansdorff.

 

In altri termini: data la domanda sconfinata e montante di esperienze estetiche (del discutibile contorno turistico dirò poi), restaurare opere d’arte, architetture, paesaggi, oltre ad essere un valore per lo spirito umano ha una ingente valore  economico coerente con il primo.

Molti considerano l’accessibilità di un luogo come importante per la sua attrattività. Ma di gran lunga più importanti sono i valori culturali intrinseci di un opera d’arte o un luogo, che riassumo nella  parola “bellezza”. Gli umani superano qualsiasi ostacolo logistico pur di vivere una straordinaria esperienza estetica. Non citerò il Machu Picchu o l’Everest. Mi basta parlare di  Pienza, dove sono stato pochi giorni fa. Pienza è fuori mano, ma famosa perché il Papa Pio II  nel 1505 decise di costruire  una città ideale sopra l’antico borgo dove era nato, affidandone il progetto a un grande architetto del tempo, Bernardo Rossellino. Oggi Pienza è meta di turisti da tutto il mondo (“Da dove venite?” ho chiesto a due anziane signore. “Dall’Alaska”, mi hanno risposto). L’esempio di Pienza mi serve anche per sottolineare che molti luoghi famosi lo sono per un aspetto  che oggi viene scarsamente capito, perché viviamo in tempi di visioni ristrette, miopi, prendi e fuggi. E’ venuta a mancare al giorno d’oggi la sensibilità per le grandi visioni e prospettive,  che non riguarda solo il  piacere di rimirare un paesaggio grandioso, ma  anche la creatività culturale e l’ampiezza e  lungimiranza delle visioni politiche. Ebbene: Pienza è inclusa tra i beni del Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco non soltanto di per sé, ma perché da essa si gode la vista dell’ampia distesa della  Val d’Orcia, modello della campagna toscana,  inclusa  come parte integrante del riconoscimento dell’Unesco.

 

Pienza view

Pienza e la Val d’Orcia

 

Dato che sto parlando di economia, non vorrei che si pensasse a un ragionamento aziendalistico. Un’azienda è  una struttura che investe e sostiene costi di gestione per offrire al mercato  prodotti o servizi apprezzati dagli acquirenti, da cui trae un profitto o, se è un’azienda non profit, risorse sufficienti a mantenerla e farla crescere in equilibrio contabile. Nel caso dei beni culturali il discorso è più complesso. In primo luogo, l’offerta di cultura rientra tra le funzioni proprie delle pubbliche istituzioni come di un bene comune.  In quanto tale deve essere finanziata in tutto o in parte con risorse pubbliche. In secondo luogo il suo valore intrinseco, che prescinde da quello economico, suscita in molti il desiderio di sostenerlo. E’ il caso del mecenatismo e del crowdfunding. In terzo luogo l’afflusso di visitatori genera ricadute economiche esterne al bilancio dell’ente gestore del bene in questione, molto importanti ma di difficile valutazione. L’economia  dell’offerta culturale va pertanto  al di là  della contabilità  dell’ente che gestisce  un bene culturale. Le  entrate  debbono essere integrate da risorse pubbliche e volontaristiche,  anche  in considerazione del fatto che i prezzi imposti  ai visitatori debbono essere “politici”, cioè tali da  consentire anche ai meno abbienti di potere godere del bene in questione.

Chi mi conosce sa già dove vado a parare.

Se c’è un luogo che potrebbe profittare alla grande della  domanda di bellezza insoddisfatta è l’Imperial Regia Villa e Parco di Monza. Il complesso costituito dalla Villa, realizzata da Giuseppe Piermarini, e  il Parco di 700 ettari progettato in modo unitario da Luigi Canonica, costituisce un unicum che, se restituito alla grandiosità originaria,  attrarrebbe  visitatori da tutta Europa e dal mondo.

Da recenti ricerche risulta che la posa della prima pietra della Villa nel 1774, cioè 240 anni fa, fu approvata dall’Imperatrice Maria Teresa anche perché le era gradito il proprio accostamento alla regina longobarda Teodolinda, che risiedette a Monza, e per il fatto che Monza fosse depositaria della Corona Ferrea, simbolo del Regno d’Italia come parte integrante del Sacro Romano Impero, di cui gli Asburgo furono gli ultimi eredi. Questo significa che una rivalutazione della Villa e Parco di Monza si trasmetterebbe naturalmente, senza forzature (vedi i ripetuti tentativi falliti di portare in  città il pubblico dell’autodromo)  a tutta Monza, riaffermandone l’identità e diffondendone una coerente notorietà.

 

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Imperial Regio Parco di Monza. Le prospettiva del Viale Mirabello alle montagne lombarde violata dal rudere della ex pista di alta velocità.

 

Purtroppo è il nostro  uno dei luoghi in cui l’ignoranza e la miopia anche economica, ispirata a un utilitarismo di breve durata, riescono a realizzare un doppio risultato negativo: uno sfruttamento degradante del monumento, specialmente del grande Parco, già violato nelle sue grandi prospettive  paesaggistiche da ecomostri  inutili e devastanti, e la lacerazione dei legami ideali e identitari tra Villa e la città di Monza.

Non voglio  toccare in questo articolo il tema del turismo di massa, che se da una parte esprime il desiderio di crescita culturale di milioni di persone, dall’altra assume forme deplorevoli di conformismo consumistico. Il tema richiederebbe una trattazione a parte. Per ora mi limito a  prendere posizione contro la grandi navi da crociera nel Bacino di S. Marco, e non contro l’industria turistica delle crociere in quanto tale.

Mi basta far rilevare  che il  restauro di beni e luoghi d grande valore storico, artistico, paesaggistico  contribuirebbe ad orientare i  viaggiatori  verso esperienze di crescita culturale più che verso  altri aspetti  meno elevati. Peraltro, una  volta stabilita la scala di valori, anche il turismo gastronomico può trovare una giusta e apprezzabile collocazione!