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ECONOMIA DELLA BELLEZZA: MOLTA DOMANDA, POCA OFFERTA

24 luglio 2017

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Restaurare opere d’arte, architetture, paesaggi, oltre ad essere un valore per lo spirito umano ha una ingente valore  economico coerente con il primo.

Due notizie di questi giorni mi hanno particolarmente colpito: il fatto che il Parco Sigurtà sia stato visitato nel 2016 da 350 mila persone, e la sperimentazione di un “densimetro”, o “contateste”, per regolare l’afflusso di turisti nelle Cinque Terre.

Nei miei ricordi  il Parco Sigurtà, posto sulle colline moreniche a sud del Garda, premiato nel 2015 come il secondo parco più bello d’Europa  e nel 2013 come il primo in Italia, era  quel  luogo tranquillo, magnifico  nella flora e nel paesaggio,  dove una quindicina di anni fa portai  mia madre e mia suocera novantenni a respirare aria pura  e odorosa  e a spaziare con lo sguardo oltre la  ristrettezza delle strade e delle stanze cittadine.  E delle Cinque Terre ricordo  una passeggiata quasi solitaria e  quasi romantica lungo la Via dell’Amore, sull’”orlo della vasca sempre piena” come Melville definisce il mare, con mia moglie accanto e il primo figlio sulle spalle.

 

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Valeggio sul Mincio. Parco Giardino Sigurtà

 

Quelle e altre notizie analoghe sono all’ordine del giorno: basta citare il problema dell’afflusso di turisti  a Venezia e più in generale dell’affollamento asfissiante  di visitatori nei luoghi  più famosi per la loro storia, le opere d’arte o il paesaggio. Un fenomeno che rischia di degradare  progressivamente gli oggetti dell’ammirazione universale.

E’ nota la frase attribuita a Giulio Tremonti, ministro dell’economia del governo Berlusconi nel 2010, secondo cui “con la cultura non si mangia”. Questa frase  (da lui peraltro negata) ha fatto scandalo, ma in realtà riflette  una concezione  utilitaristica delle pulsioni umane  ancora dominante. Insomma, è ancora poco diffusa la consapevolezza della dimensione sconfinata della “domanda di bellezza” e della sua crescita esponenziale  in un mondo in cui, pur con crescenti disuguaglianze, molti milioni di persone sono uscite dallo stato in cui le proprie risorse economiche  erano appena sufficienti per  soddisfare i bisogni primari.

 

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Cinque Terre. La Via dell’Amore.

 

L’affollamento incontenibile di visitatori  in un numero relativamente limitato di luoghi  lo dimostra. In termini economici significa semplicemente che la domanda di bellezza supera di gran lunga l’offerta: Se non lo si capisce non se ne traggono le conseguenze, potenzialmente molto positive. Restaurare, ricuperare migliaia di luoghi, monumenti, ambienti naturali ovunque, e di cui l’Italia è piena, oltre ad avere un valore estetico assoluto, cioè fine a sé stesso,  avrebbe anche un grande valore economico e potrebbe alleggerire la pressione sui soliti luoghi.

Chi ha compreso l’esistenza di un  potenziale “mercato della bellezza”  grande come un oceano ma in gran parte latente, e ha investito su di esso, ha ottenuto  un grande successo in primo luogo culturale, e in secondo luogo economico. Un esempio noto a tutti è quello della Venaria Reale. Ridotta a un rudere per secoli e fino al 1998,  è stata restaurata ed inaugurata nel 2006. Nel 2016 ha superato il milione di visitatori in un anno.  Io ho in mente un’altro caso, più piccolo ma significativo, che ho avuto occasione di visitare: i  Giardini del Castello Trauttmansdorff a Merano. Nell’ottocento era un luogo amato  dalla Imperatrice Sissi. Dopo la prima guerra mondiale, con il passaggio del Sud Tirolo all’Italia, il monumento venne abbandonato e, guarda caso, affidato all’Associazione Combattenti e Reduci, esattamente come l’Imperial Regia Villa e Parco di Monza dopo l’uccisione di Umberto I. Questo Ente incompetente riuscì a ridurlo a un rudere, con il giardino lottizzato in piccoli orti dati in  in concessione  ad affittuari. Nel 2001 è stato riportato agli antichi splendori, ottenendo riconoscimenti internazionali analoghi a quelli del Parco Sigurtà, registrando un afflusso turistico per tutto l’anno, e diventando un elemento di attrazione aggiuntivo per la bella città di Merano.

 

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Merano. Castello e Giardini Trauttmansdorff.

 

In altri termini: data la domanda sconfinata e montante di esperienze estetiche (del discutibile contorno turistico dirò poi), restaurare opere d’arte, architetture, paesaggi, oltre ad essere un valore per lo spirito umano ha una ingente valore  economico coerente con il primo.

Molti considerano l’accessibilità di un luogo come importante per la sua attrattività. Ma di gran lunga più importanti sono i valori culturali intrinseci di un opera d’arte o un luogo, che riassumo nella  parola “bellezza”. Gli umani superano qualsiasi ostacolo logistico pur di vivere una straordinaria esperienza estetica. Non citerò il Machu Picchu o l’Everest. Mi basta parlare di  Pienza, dove sono stato pochi giorni fa. Pienza è fuori mano, ma famosa perché il Papa Pio II  nel 1505 decise di costruire  una città ideale sopra l’antico borgo dove era nato, affidandone il progetto a un grande architetto del tempo, Bernardo Rossellino. Oggi Pienza è meta di turisti da tutto il mondo (“Da dove venite?” ho chiesto a due anziane signore. “Dall’Alaska”, mi hanno risposto). L’esempio di Pienza mi serve anche per sottolineare che molti luoghi famosi lo sono per un aspetto  che oggi viene scarsamente capito, perché viviamo in tempi di visioni ristrette, miopi, prendi e fuggi. E’ venuta a mancare al giorno d’oggi la sensibilità per le grandi visioni e prospettive,  che non riguarda solo il  piacere di rimirare un paesaggio grandioso, ma  anche la creatività culturale e l’ampiezza e  lungimiranza delle visioni politiche. Ebbene: Pienza è inclusa tra i beni del Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco non soltanto di per sé, ma perché da essa si gode la vista dell’ampia distesa della  Val d’Orcia, modello della campagna toscana,  inclusa  come parte integrante del riconoscimento dell’Unesco.

 

Pienza view

Pienza e la Val d’Orcia

 

Dato che sto parlando di economia, non vorrei che si pensasse a un ragionamento aziendalistico. Un’azienda è  una struttura che investe e sostiene costi di gestione per offrire al mercato  prodotti o servizi apprezzati dagli acquirenti, da cui trae un profitto o, se è un’azienda non profit, risorse sufficienti a mantenerla e farla crescere in equilibrio contabile. Nel caso dei beni culturali il discorso è più complesso. In primo luogo, l’offerta di cultura rientra tra le funzioni proprie delle pubbliche istituzioni come di un bene comune.  In quanto tale deve essere finanziata in tutto o in parte con risorse pubbliche. In secondo luogo il suo valore intrinseco, che prescinde da quello economico, suscita in molti il desiderio di sostenerlo. E’ il caso del mecenatismo e del crowdfunding. In terzo luogo l’afflusso di visitatori genera ricadute economiche esterne al bilancio dell’ente gestore del bene in questione, molto importanti ma di difficile valutazione. L’economia  dell’offerta culturale va pertanto  al di là  della contabilità  dell’ente che gestisce  un bene culturale. Le  entrate  debbono essere integrate da risorse pubbliche e volontaristiche,  anche  in considerazione del fatto che i prezzi imposti  ai visitatori debbono essere “politici”, cioè tali da  consentire anche ai meno abbienti di potere godere del bene in questione.

Chi mi conosce sa già dove vado a parare.

Se c’è un luogo che potrebbe profittare alla grande della  domanda di bellezza insoddisfatta è l’Imperial Regia Villa e Parco di Monza. Il complesso costituito dalla Villa, realizzata da Giuseppe Piermarini, e  il Parco di 700 ettari progettato in modo unitario da Luigi Canonica, costituisce un unicum che, se restituito alla grandiosità originaria,  attrarrebbe  visitatori da tutta Europa e dal mondo.

Da recenti ricerche risulta che la posa della prima pietra della Villa nel 1774, cioè 240 anni fa, fu approvata dall’Imperatrice Maria Teresa anche perché le era gradito il proprio accostamento alla regina longobarda Teodolinda, che risiedette a Monza, e per il fatto che Monza fosse depositaria della Corona Ferrea, simbolo del Regno d’Italia come parte integrante del Sacro Romano Impero, di cui gli Asburgo furono gli ultimi eredi. Questo significa che una rivalutazione della Villa e Parco di Monza si trasmetterebbe naturalmente, senza forzature (vedi i ripetuti tentativi falliti di portare in  città il pubblico dell’autodromo)  a tutta Monza, riaffermandone l’identità e diffondendone una coerente notorietà.

 

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Imperial Regio Parco di Monza. Le prospettiva del Viale Mirabello alle montagne lombarde violata dal rudere della ex pista di alta velocità.

 

Purtroppo è il nostro  uno dei luoghi in cui l’ignoranza e la miopia anche economica, ispirata a un utilitarismo di breve durata, riescono a realizzare un doppio risultato negativo: uno sfruttamento degradante del monumento, specialmente del grande Parco, già violato nelle sue grandi prospettive  paesaggistiche da ecomostri  inutili e devastanti, e la lacerazione dei legami ideali e identitari tra Villa e la città di Monza.

Non voglio  toccare in questo articolo il tema del turismo di massa, che se da una parte esprime il desiderio di crescita culturale di milioni di persone, dall’altra assume forme deplorevoli di conformismo consumistico. Il tema richiederebbe una trattazione a parte. Per ora mi limito a  prendere posizione contro la grandi navi da crociera nel Bacino di S. Marco, e non contro l’industria turistica delle crociere in quanto tale.

Mi basta far rilevare  che il  restauro di beni e luoghi d grande valore storico, artistico, paesaggistico  contribuirebbe ad orientare i  viaggiatori  verso esperienze di crescita culturale più che verso  altri aspetti  meno elevati. Peraltro, una  volta stabilita la scala di valori, anche il turismo gastronomico può trovare una giusta e apprezzabile collocazione!

PAPA FRANCESCO CHIEDERA’ SCUSA?

16 marzo 2017

 

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Nel mio precedente articolo sulla Messa che Papa Francesco terrà nell’Imperial Regio Parco di Monza, il prossimo 25 marzo, avevo scritto di ritenere improbabile, sulla base di informazioni correnti che parlavano di strutture spartane, coerenti con lo spirito del Papa, che l’evento potesse causare gravi danni al grande prato del Mirabello, uno dei luoghi più rappresentativi del monumento. Soprattutto escludevo che gli eventuali danni potessero essere comparabili con quelli prodotti dai devastanti concerti rock già svolti e in programma nel Parco.

Purtroppo i lavori in corso dimostrano che mi ero sbagliato. Le strutture sono di gran lunga più imponenti e pervasive di quelle dei concerti rock. E purtroppo (se vuoi, prosegui la lettura su Vorrei) costituiranno un riferimento per ulteriori violenze a questo grande e incompreso patrimonio storico, architettonico, paesaggistico, naturalistico di cui Monza e la Lombardia sono immeritevoli depositarie.

 

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È ovvio che quando questo Papa straordinario sarà a Monza, per una cerimonia che verrà seguita in tutto il mondo, il tripudio generale, e particolare dei monzesi, toccherà livelli altissimi. La devastazione del Parco verrà oscurata, e anzi verrà considerata come un piccolo e superabile prezzo da pagare per il grande valore spirituale e d’immagine dell’evento.

Eppure, è evidente la contraddizione tra ciò che si sta facendo nel Mirabello e l’alta lezione che Papa Francesco ha impartito urbi et orbi sulla convivenza amorevole tra uomo e natura,  con la  lettera enciclica Laudato Si. Convivenza da lui considerata così importante da avergli fatto scegliere il nome di Francesco.

Per questa ragione mi aspetto che Il Santo Padre chieda scusa per l’offesa ai valori naturalistici del Parco, di cui sicuramente non era a conoscenza, e che impetri il perdono per i proponenti, gli organizzatori e gli impresari dell’evento, a rischio di essere collocati in qualche spiacevole bolgia dantesca.

MI piacerebbe anche che Papa Francesco suggerisse una soluzione costruttiva al problema dello svolgimento di eventi di grande richiamo perché questi, attraendo folle inconsapevoli di appassionati, non si traducano più in atti di violenza e sfruttamento di luoghi inadatti, distruggendone i valori per cui sono nati: il silenzio, l’ammirazione delle bellezze naturali esaltate dalla creatività umana, il godimento rispettoso di prati e boschi, la meditazione e il dialogo, l’aria pura.

Vorrei che il Papa facesse leva in particolare sui grandi cantautori, che troppo spesso predicano bene ma razzolano male sulla difesa dell’ecosistema di cui siamo parte, soprattutto a causa di pressioni economiche miopi e speculative. E suggerisse che queste manifestazioni si svolgessero in aree degradate o dismesse da attività produttive, contribuendo al loro risanamento e alla loro restituzione alla natura e a funzioni appropriate.

Per quanto riguarda in particolare Monza, non mancano le possibilità. In particolare vi è un’area vastissima, le Cave Rocca, che potrebbe essere trasformata in un grande parco al centro del quale realizzare una arena-anfiteatro. Le Cave Rocca potrebbero diventare le Cave Rock, e competere con il Circo Massimo di Roma! In tal modo l’identità e l’attrattività  di Monza non verrebbero alimentate per sottrazione, cioè distruggendo progressivamente il suo massimo monumento, ma per addizione di un nuovo, moderno ed esemplare luogo di convivenza tra uomini e natura.

 

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PAPA FRANCESCO DEVE SAPERE (ED ALTRI RICORDARE)

3 febbraio 2017

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Ripercorriamo le vicende del Parco di Monza alla vigilia della visita di Bergoglio

Come si potrebbe sottovalutare l’importanza della venuta di Papa Francesco a Monza?
E come si potrebbe dire che, tra gli “eventi” per il cui svolgimento viene proposto il Parco, una Santa Messa officiata da Papa Francesco non sia all’altezza del prestigio della “Imperial Regia” Villa e Parco di Monza?

C’è chi teme che l’afflusso di un numero di fedeli, valutato intorno a un milione, possa causare gravi danni al grande prato del Mirabello, uno dei luoghi più rappresentativi del Parco dal punto di vista storico, naturalistico e paesaggistico. Ma sembrano esserci elementi sufficienti per ritenere che ciò non avverrà: la durata dell’evento sarà relativamente breve, e il comportamento dei fedeli sarà ben diverso e non devastante come quello dei fan dei concerti rock.

Eppure, il Papa che ha scelto il nome di S. Francesco e ha scritto l’Enciclica “Laudatu si. Sulla cura della casa comune”, cioè dell’ambiente naturale in cui viviamo, deve sapere (leggi il seguito su Vorrei) che questo evento si iscrive in una storia di violenze a cui il Parco è stato sottoposto in tutto il secolo scorso e all’inizio di quello attuale. Non solo: che l’evento verrà strumentalizzato per legittimare ulteriori atti di violenza.

È molto probabile che il Papa, la cui agenda è densa di problemi di rilevanza universale, non sappia nemmeno di che cosa stiamo parlando. Ma sarebbe utile che sapesse che Il Parco di Monza è un capolavoro di architettura naturale e paesaggistica di quasi 800 ettari, di rilevanza storica e internazionale, tuttora splendido nonostante le ferite che gli sono state inferte dopo l’abbandono da parte dei Savoia, a causa dell’uccisione di Umberto I a Monza, nel luglio del 1900.

La violenza ha inizio nel 1922, quando viene realizzato l’autodromo, sul quale si corre ancor oggi il Gran Premio di F1. Ma se al giorno d’oggi questo fatto dirompente si presentasse come una ferita ormai cicatrizzata e circoscritta, tra Parco e autodromo potrebbe stabilirsi una convivenza sia pure di compromesso. Tenendo anche conto del fatto che negli spazi occupati dall’autodromo permangono vaste aree verdi di grande pregio naturalistico, purtroppo trascurate e isolate.

Ma non si tratta di una ferita cicatrizzata, bensì di una piaga sempre aperta.

Già dall’inizio, seguendo la spinta distruttiva, venne realizzata un’altra pista, detta “di alta velocità”, che penetra più della prima nel cuore del Parco, devastandone e isolandone circa 60 ettari. Dopo pochi anni questa pista venne abbandonata, perché rivelatasi priva di interesse sportivo ed economico. Ma è ancora lì, con la sua presenza dirompente.

Nel 1924 il Parco subì un altro affronto: nel prato del Mirabello, oggi recuperato (di ciò dirò poi), nel quale si terrà la Santa Messa, venne realizzato un ippodromo. Ecco cosa si legge in proposito su Wikipedia: “Collocato fra la villa Mirabello e la villa Mirabellino, l’ippodromo si inseriva in un delicato equilibrio paesaggistico, già fortemente compromesso nel 1922 con la realizzazione dell’autodromo… In realtà l’inserimento dell’ippodromo in quello che da molti era considerato il vero e proprio cuore del Parco, stravolse completamente l’equilibrio tra le diverse quote fra il Mirabello, il Mirabellino, le sponde del Lambro e lo storico cannocchiale prospettico del viale dei Carpini”.

Pochi anni dopo, nel 1928, il Parco subì una terza violazione di vasta portata: la realizzazione di un campo di golf, che comportò l’eliminazione di un bosco di oltre 100 ettari, una volta abitato da cervi e fagiani per le attività venatorie dei nobili, e che oggi potrebbe essere riportato allo stato di una riserva faunistica. Questo atto trasformò il bosco in un impianto sportivo standard, estraneo alla natura del luogo, sottratto all’uso dei comuni mortali per essere riservato ancora oggi a pochi privilegiati di un club esclusivo.

Un’altra devastazione, sia pure di minori dimensioni, furono costretti a subire i Giardini Reali, parte particolarmente pregiata del Parco, posta al contorno della Villa. Questi Giardini possono competere, con le loro prospettive, i prati ondulati, un lago e un arboreto di un centinaio di essenze pregiate, con i più prestigiosi giardini storici del mondo. Ebbene, entrando in questo gioiello attraverso un bel portale neogotico, ci si trova davanti a… quattro o cinque campi da tennis.

Come si suol dire, errare humanum est, sed perseverare diabolicum. Così nel 1956, dopo quasi quarant’anni di abbandono, si decide di rilanciare l’inutile e devastante pista di alta velocità, sopraelevando oltre il lecito le due curve del “catino”. L’impianto si rivelò subito tecnicamente ed economicamente sbagliato e malfatto, al punto da nuocere anche al prestigio dell’Autodromo: la pista fu rifiutata dai piloti e dalle case produttrici, le curve furono denominate “muri della morte”. e il tutto fu abbandonato di nuovo dopo qualche anno di problematico esercizio. Oggi questo ecomostro è un rudere che rompe ancora l’asse portante del disegno del Parco, il Viale Mirabello, un cannocchiale di quattro chilometri orientato verso le Brianza e le montagne lombarde, e ingombra tutta la zona circostante. La disinformazione alimentata da interessi estranei e pervicaci ha trasformato questo ecomostro in un totem con i piedi nell’ignoranza. Ebbene, ancora oggi, nonostante queste esperienze fallimentari e devastanti, c’è chi ne prevede un restauro finalizzato al nulla o al peggio. Cosa c’è oltre il “diabolicum”?

Ma come si spiega questa violenza senza fine? Perché, considerato il valore del complesso monumentale che nelle mappe dell’ottocento era chiamato “Imperial Regia Villa e Parco di Monza”, non si procede con l’unica strategia che sembrerebbe ovvia: un restauro il più possibile filologico, tale da rendere questo bene non solo una risorsa preziosa per le popolazioni locali, ma anche un luogo di attrazione a vasto raggio, data la sua storia bisecolare e internazionale? Perché non si punta a un obiettivo ideale, ma anche molto concreto, come quello di un riconoscimento da parte dell’UNESCO come parte del Patrimonio dell’umanità, con risultati anche economici che in prospettiva convergerebbero con la tutela dell’ambiente naturale e dei valori culturali?

Ebbene, tutto ciò non avviene perché dai tempi dello scempio dell’autodromo è in atto una strategia, non dichiarata ma pervicace, portata avanti da interessi economici speculativi estranei al Parco e alla città di Monza: una visione che separa il Parco dalla Villa, lo considera come ormai deflorato e irrecuperabile, disponibile per attività sportive (“un impianto sportivo a cielo aperto”, è stato detto) e di qualunque tipo, del tutto insensibili ai valori culturali e ambientali del luogo. Una testimonianza recente, generalmente sottovalutata, di questa visione, è la disseminazione in tutto il Parco di grandi cartelli e di segnavia di cemento ad imperitura memoria, con il marchio di uno sponsor, indicanti il percorso di una mezza maratona. Una corsa che si corre una volta l’anno e che poteva essere segnata (come ovunque, da Milano a New York) da una segnaletica rimovibile. Questa strategia si va oggi traducendo in altre attività altrettanto e forse più devastanti, di cui dirò in seguito.

(Ovviamente questo discorso verrà travisato come prova di una opposizione a qualsiasi attività sportiva nel Parco. In realtà migliaia di persone ogni giorno vi camminano, corrono, pattinano, cavalcano, fanno ginnastica, eccetera, senza recare alcun danno all’ambiente, al contrario rendendolo vivo e vitale. Ma si tratta di attività ben diverse da quelle di cui sto parlando, che richiedono infrastrutture invasive e snaturanti, e attraggono folle di tifosi poco consapevoli e rispettosi del luogo).

Nel 1996 accadde qualcosa che fece sperare nella fine delle aggressioni, in una inversione del processo devastante durato quasi un secolo. Sia pure a compensazione dell’ennesima violenza – la costruzione di nuovi box nell’autodromo, descritti come un grattacielo disteso sul suolo – venne elaborato per la prima volta un “Piano per la Rinascita del Parco di Monza”. Questo piano, attuato sia pure solo in parte, ha consentito una serie di interventi rilevanti per restituire al Parco la dignità ferita. In particolare venne eliminato l’ippodromo, con il rifacimento del grande prato del Mirabello, il recupero della visuale sulle montagne lombarde, il rifacimento del Viale dei Carpini che congiunge le due ville duriniane, Mirabello e Mirabellino. È questo il luogo dove si terrà la Santa Messa di Papa Francesco.

Ma purtroppo questo ritorno alla natura, alla bellezza, e alla stessa ragione, è stato presto abbandonato, e lo spirito distruttivo ha ripreso il sopravvento.

Con il nuovo millennio lo sport automobilistico vede un calo d’interesse, specie tra i giovani, dovuto probabilmente agli eccessi della motorizzazione, alla consapevolezza del conseguente inquinamento atmosferico e acustico, al progresso tecnologico che rende obsoleto il mito dei bolidi rombanti. Questa tendenza ha riflessi negativi sulle corse automobilistiche, e quindi anche sull’autodromo di Monza, compromettendone la sopravvivenza.

Si poteva supporre che, di fronte alla crisi, i gestori dell’autodromo modificassero le loro strategie, rendendo anche l’impianto più compatibile con la natura del Parco (ad esempio con le gare di auto elettriche e con attività di ricerca scientifica). Ma nulla di tutto questo. E così, per uscire dalla crisi, si è pensato a una “diversificazione” rispetto alle attività sportive: i concerti rock. Immaginando ancora il Parco come luogo ormai compromesso, disponibile per accogliere centinaia di migliaia di fan, devastandolo con strutture monstre trasportate da enormi TIR, inquinamento luminoso e acustico, compattamento e compromissione dei terreni prativi (tappi di bottiglie di birra, mozziconi di sigarette e altri rifiuti incistati nel terreno). Notizie recenti sui gestori della Formula Uno e dell’autodromo fanno prevedere il peggio, con la trasformazione delle gare automobilistiche in kermesse polivalenti e l’estensione degli “eventi” dai concerti rock a diverse attività ludiche, in un’ottica esclusivamente affaristica. Il tutto all’insegna del “che c’è di male?” (Papa Francesco sa bene cosa può nascondersi dietro questa frase).

E vorrei concludere proprio con il tema dei prati, sulla cui difesa molti ironizzano, come se fosse un argomento di scarso rilievo. È infatti opinione diffusa che un prato, dopo essere stato devastato, può essere facilmente ripiantumato. Nulla di più falso. Perché un prato naturale offre nella sua umiltà (che deriva da humus, non a caso) un contributo prezioso a tre aspetti fondamentali della difesa dell’ambiente, sui quali l’enciclica di Papa Francesco “Laudatu si” si sofferma in modo molto approfondito: la biodiversità, la conservazione delle risorse naturali, la salvaguardia dall’inquinamento.
Un prato naturale, come quelli che caratterizzano il Parco, è “polifita”: è formato cioè da una grande varietà di essenze erbacee, che oltre a caratterizzarlo esteticamente emanano anche profumi diversi che distinguono un luogo. È cioè una espressione della biodiversità. Una ripiantumazione non potrà mai restituirgli quelle caratteristiche. Va bene per un campo di calcio, per un campo da golf, insomma per un “non luogo”, per usare il termine felicemente proposto da Marc Augè. Inoltre, un prato naturale si mantiene da sé, resistendo alle intemperie e giovandosi di concimi naturali altrimenti trasformati in rifiuti. In più, gli sfalci dell’erba lo rendono economicamente e sanamente redditizio. Al contrario un prato artificiale richiede continui interventi per essere conservato, spesso con l’uso di fertilizzanti chimici, diserbanti e pesticidi fortemente inquinanti. E consuma molta acqua. Se abbandonato a sé stesso, magari dopo il susseguirsi di “grandi eventi”, è destinato a morire, trasformandosi in una sterile terra battuta. Guarda caso, proprio in questo mese si terrà a Treviso, per iniziativa della fondazione Benetton, un convegno di due giorni con il titolo “Prati, Commons”. “Quattro sessioni di studio che partono dai prati nella storia e nella cultura del paesaggio”.

Certamente Papa Francesco non avrà il tempo di leggersi tutto questo discorso. Spero solo che qualche suo collaboratore, non influenzato da narrazioni interessate, dotato di informata coscienza, lo legga e gliene comunichi il senso. E che qualcun altro, a Monza e dintorni, sia indotto a qualche riflessione.

DIRITTO DI COSTRUIRE O DI DISTRUGGERE?

26 settembre 2016

boschetto-selvaggioNel bel mezzo del mese di agosto, in una sera distratta dal caldo, il bosco di un terreno, inservatichito ma con alberi annosi di alto fusto, è stato raso al suolo, sostituito da un deserto di terra smossa, pronta per essere cementificata.

Mi chiedo: ma come è possibile che nel 2016, con l’eccesso ormai conclamato del consumo di risorse naturali rispetto alla capacità della terra di rigenerarle, in una città come Monza, da decenni ferma sui 120 mila abitanti, capoluogo di una provincia seconda solo a quella di Napoli quanto a impermeabilizzazione del suolo, sia ancora possibile una cosa simile? (continua su Vorrei, oppure (more…)

UN AUTODROMO A MISURA DEL PARCO?

2 luglio 2016

AUTODROMO DI MONZA SENZA CATINOHo letto il “Quadro strategico” del “Programma di adeguamento e riqualificazione dell’Autodromo di Monza”, pubblicato dalla Sias, gestore dell’Autodromo, e dall’Automobile Club di Milano il 13 aprile 2016.
Confesso di essermi accinto alla lettura con molta prevenzione. Mi aspettavo il solito omaggio formale all’importanza della Villa e del Parco di Monza come “il parco cintato più grande d’Europa”, come “un grande polmone verde”, il solito bla bla bla, seguito da proposte del tutto concentrate sulle pretese esigenze dell’autodromo, di regola devastanti per il Parco.
E invece no. La relazione, affidata a una squadra di esperti forestali, ambientali e paesaggisti, dimostra un’approfondita conoscenza e considerazione del valore del Parco, non solo negli aspetti naturalistici ma anche nelle valenze storiche e scenografiche, che francamente non mi aspettavo in un documento commissionato da Sias e ACM.
Credo che il modo migliore per illustrare la mia sorpresa sia la citazione di alcuni passaggi del documento (continua la lettura su Vorrei, oppure (more…)