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VILLA REALE E PARCO DI MONZA AL BIVIO. CON UN “MASTER PLAN”

9 gennaio 2018
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 20180109 parco monza andrea rota nodari

Dei 55 milioni per l’accordo fra Comune di Monza e Regione Lombardia, 27 sono ancora tutti da destinare secondo un piano ancora da redigere, ma le linee guida sembra quelle di un business plan…

Il 30 novembre scorso il Comune di Monza ha approvato l’“Accordo di programma per la valorizzazione del complesso monumentale Villa Reale e Parco di Monza” (AdP) proposto dalla Regione Lombardia.

Quando questo AdP diventerà operativo, si aprirà per Villa e Parco un futuro caratterizzato da alternative radicali e difficilmente revocabili. L’Accordo prevede un investimento di 55 milioni di euro.

Di questi, 28 sono già destinati dall’Accordo, divisi in due “Fasi”. I primi 23 euro verranno erogati in una “Fase 1”. Si tratta di interventi urgenti, finalizzati a bloccare il degrado sia del Parco e dei Giardini Reali, sia della Villa e di altri immobili in condizioni critiche. Altri 5 milioni sono previsti da una “Fase due”, e appaiono destinati sostanzialmente al completamento degli interventi della Fase 1. Restano 27 milioni di euro, “non tematizzati”, cioè non vincolati dall’Accordo di Programma. La destinazione di questi ultimi è rimessa a un Master Plan (MP) da redigere.

Il giudizio sulle destinazioni già vincolate non può che essere positivo. Spaziano da interventi di manutenzione straordinaria del patrimonio arboreo del Parco (boschi, viali, siepi) al restauro del muro di cinta e delle porte d’ingresso, al completamento dei restauri della Villa Mirabello e della Cascina Fontana, a interventi urgenti su cascine e mulini, all’importantissimo recupero filologico dei Giardini Reali (Tempietto, alberi monumentali, Laghetto, Antro di Polifemo, rinaturalizzazione dell’area ex-hockey, rete irrigua, orto botanico, giardino roccioso).

Ma il futuro della “Imperial Regia Villa e Parco di Monza”, come era definita nelle mappe dell’ottocento, si giocherà con i 27 milioni residui. E’ facile capire che saranno proprio questi a imprimere all’insieme degli interventi un carattere organico e strategico, decisivo per il futuro del monumento. Ed è evidente che il problema prioritario consiste nella risposta alla domanda: “Chi farà il Master Plan”?

 

2 PARCO Benevolo Tavola del Parco

La Villa Reale e il Parco di Monza secondo il PRG proposto da Leonardo Benevolo

 

l’AdP affida il compito al Consorzio Villa Reale e Parco di Monza. Potrebbe essere questa l’occasione per dare vita al Comitato Scientifico previsto dall’articolo 12 dello Statuto del Consorzio, e  mai insediato. Ma sarà soprattutto necessario che l’alto compito sia affidato a un vertice  dotato di eccellenti conoscenze storiche, architettoniche e paesaggistiche, del calibro dei realizzatori del monumento: Giuseppe Piermarini e Luigi Canonica. Un concorso internazionale per designarlo sarebbe più che opportuno. Saranno poi necessarie competenze specialistiche, rispondenti alla storica multifunzionalità del monumento: naturalistiche, agro-forestali, idrologiche, faunistiche.

L’obiettivo strategico dovrebbe consistere nell’integrare la funzione attualmente svolta dal monumento, soprattutto dal Parco, di grande e preziosa area verde a disposizione della comunità locale, con una valenza di dimensione e attrattività globale, come consentito dalla sua storia. Questa visione potrebbe essere concretizzata con l’obiettivo dell’inclusione del monumento tra i beni patrimonio dell’umanità dell’Unesco.

Ma il Master Plan dovrebbe anche contribuire al recupero del legame storico, culturale  e spaziale del monumento con la città di Monza, sede della Corona Ferrea e del “grande Regno d’Italia” nel contesto europeo, legame oggi spezzato.  Costituire cioè un elemento portante per un obiettivo del tutto realistico: proporre Monza come Capitale Europea della Cultura.

Come è detto opportunamente nell’AdP, il MP dovrà prendere le mosse dalla Legge Regionale 40/95. Ed effettivamente il “Piano per la rinascita del Parco di Monza“, incluso in quella legge ed approvato nel dicembre del 1996, ha svolto una funzione strategica, addirittura storica. Perché pur essendo stato realizzato solo in parte, ha bloccato e invertito culturalmente, prima che materialmente, il processo di degrado, distruzione e sfruttamento sconsiderato del monumento, iniziato con l’uccisione di Umberto I di Savoia e proseguito per tutto il secolo XX.

Negli atti di quel Piano, meritevoli di rilettura perché testimoniano lo straordinario lavoro svolto dalla “Commissione Tecnica” che lo ha elaborato, vi sono chiare indicazioni su come proseguire nel lavoro di recupero del monumento.

Conviene in primo luogo riflettere sul fatto che l’allora Sovrintendente per i beni Culturali, Ambientali e Architettonici di Milano, Lucia Gremmo, nell’approvare il Piano, chiese che venisse messa agli atti la seguente “considerazione”:

«L’importante lavoro condotto dalla Commissione è da considerarsi preparatorio ad un progetto di più ampio respiro che, definendo in ogni aspetto le future destinazioni dell’eccezionale complesso Villa, Giardini e Parco Reale nella sua globalità, porti all’indifferibile riqualificazione delle valenze storico-artistiche e culturali dello stesso e al conseguente allontanamento degli impianti, individuati nell’autodromo, nel golf, nel polo, nei parcheggi interni, nell’edificio e strutture della RAI e negli impianti sportivi del tennis e dell’hockey ubicati nei Giardini della Villa».

A parte i cambiamenti intervenuti negli anni successivi (Il polo e l’hockey non ci sono più; la concessione per il tennis è stata colpevolmente e forzosamente rinnovata), è evidente che gli argomenti principali sono costituiti dall’autodromo e dal golf.

Nessuno può negare che ambedue le realtà siano in netto contrasto con la natura e la funzione pubblica del Parco, avendola devastata e compromessa. Ma dal punto di vista dell’interesse pubblico sono molto diverse: l’autodromo risponde a una passione ampiamente diffusa per lo sport motoristico, anche se in contrasto con le finalità pubbliche proprie del Parco. Il golf è invece una netta sottrazione di una vasta porzione del Parco alla pubblica fruizione, a favore di una ristretta cerchia di privati.

Ma prima di suggerire il diverso approccio alle due realtà, è necessario dirimere una questione che è implicita nella dichiarazione della Gremmo, e che ha un’assoluta rilevanza strategica ai fini del Master Plan. Occorre rimuovere dalla testa delle classi dirigenti, nonché di funzionari come quelli che hanno redatto le “Linee guida per la definizione del Master Plan” (allegato 3 dell’Accordo di Programma) l’idea che ha imperversato nel novecento e che continua a produrre frutti velenosi (vedi i vistosi cartelli agli ingressi del Parco e le decine di segnavia di cemento installate pochi anni fa nel Parco, a imperitura memoria, con il marchio indelebile di una società assicuratrice, per una mezza maratona che si corre una volta l’anno): l’idea che il Parco costituisca un “impianto sportivo a cielo aperto”, come si è sentito spesso dire da persone che dovrebbero essere colte e autorevoli. Occorre riuscire a far separare nella loro mente  le svariate attività sportive amatoriali che animano e animeranno sempre il Parco, da quelle professionistiche o spettacolari, inevitabilmente incompatibili e devastanti, perché comportano strutture, attrezzature, segnaletiche per attività specialistiche estranee alla natura del monumento, e attraggono grandi masse di tifosi del tutto disinteressati ai suoi valori. Conoscendo il grande interesse dell’attuale Sindaco per lo sport, sarò un forte sostenitore dell’impegno contenuto nel suo programma di mandato di dotare Monza di impianti sportivi d’avanguardia (un nuovo stadio, un parco dello sport, a cui aggiungerei la destinazione di specifiche aree adatte a grandi eventi sportivi e musicali). Questo consentirebbe di liberare finalmente il Parco dalla nemesi sportivo/distruttiva del novecento. Se l’autodromo sarà in grado di sopravvivere, dovrà rimanere un’unica eccezione.

Fatta questa premessa che ritengo dirimente per il Master Plan, è possibile trovare negli atti del Piano della LR 40/95 indicazioni ragionevoli su come procedere per i due maggiori impianti sportivi inseriti nel Parco.

Per l’autodromo, riconoscendone il «primario interesse regionale» (a mio parere comunque sempre più questionabile), ne auspica «un più adeguato rispetto dell’ambiente e una integrazione funzionale con il Parco». A questo scopo ritiene in primo luogo necessario «provvedere alla demolizione dell’anello di alta velocità… con la ricostruzione… a seguito della demolizione… dell’impianto originario del parco».

Per chi conosce gli studi e le proposte di storici, architetti, paesaggisti, naturalisti, urbanisti di alto livello, nonché i piani territoriali succedutisi nel tempo (ben illustrati da Giorgio Majoli su questa rivista qualche anno fa), la demolizione dell’ecomostro della pista di alta velocità è cosa scontata. Anche la precedente convenzione con la Sias, gestore dell’autodromo, la prevedeva. Solo il rinnovo della concessione deciso dal Sindaco Mariani subito dopo il suo insediamento nel 2016 ha previsto inopinatamente  il restauro delle curve sopraelevate della pista, peraltro in contraddizione con il tuttora vigente Piano del Parco della Valle del Lambro. E solo la disinformazione fa di questo ecomostro un mito sportivo senza fondamento.

Quanto questa pista sia stata stata sportivamente ed economicamente sbagliata e due volte abbandonata dopo pochi anni; quanto le curve sopraelevate siano state frutto di errori di progettazione, mal realizzate, dannose per l’immagine stessa dell’autodromo (denominate “muri della morte” dalla stampa internazionale), rifiutate da piloti e scuderie, è ampiamente documentato in un articolo di questa rivista scritto a suo tempo da Gimmi Perego.

Se molti che parlano di Villa e Parco senza frequentarli e conoscerli a fondo lo facessero, capirebbero quanto la demolizione dell’ecomostro, immensa colata di cemento sul cuore del Parco, sia decisiva per la sua rinascita integrale. Il Master Plan deve prevedere una prima parte della demolizione, a partire dalla curva sopraelevata sud, che spezza in due il Parco.

Per quanto riguarda il golf, gli atti del Piano ex LR 40/95 ne prevedono, a mio parere in modo ingiustificato, la conservazione, auspicando solo un’improbabile «progressiva ricostituzione di uno stato d’ambiente coerente con le caratteristiche storiche e naturali del Parco». Solo a margine suggerisce di «valutare la possibilità di rilocalizzazione all’esterno del Parco». Occorrerebbe invece non rinnovare la concessione alla sua scadenza (2022), e riportare l’area, di oltre 100 ettari, all’originario stato boschivo, ricostituendo una vasta e straordinaria riserva naturale e faunistica.

Così procedendo per autodromo e golf, il Parco sarebbe recuperato nella sua massima parte, nell’interesse dei cittadini lombardi e dei visitatori attratti dal monumento, la cui storia è nello stesso tempo italiana ed europea, come quella di Monza.

Non mi diffonderò sui rilevanti e complessi problemi della Villa. Penso che il Master Plan dovrà tener conto delle proposte dello Studio Carbonara, vincitore nel 2004 del concorso internazionale di progettazione “Recupero e valorizzazione della Villa Reale di Monza e dei Giardini di pertinenza” indetto dalla Regione Lombardia e dal Comune di Monza nel 2003. sia pure rivisitandolo e modificandolo. Compiuto egregiamente il restauro della parte centrale della Villa, occorrerà intervenire sulle altre sue parti. Rispetto al progetto Carbonara sembrano da escludere, oltre alla sfumata Agenzia Europea, destinazioni a istituzioni permanenti a carattere burocratico e a foresterie (compreso il previsto appartamento del Presidente della Regione!). Occorrerà realizzare un delicato equilibrio tra destinazioni museali (di museo della stessa “Imperial Regia Villa e Parco”), e mostre di originale e permanente valore culturale, attività congressuali,  eventi tali da contribuire al  prestigio del monumento (dopo di che, un matrimonio o una festa privata al margine per fare cassa non saranno uno scandalo!). L’unica realtà da conservare e valorizzare deve essere il Liceo Artistico Nanni Valentini, erede di una scuola di design che ha dato vita alla odierna Triennale di Milano, tuttora riferimento e incubatore culturale per le attività produttive, da far crescere con attività formative di livello universitario. .

Ma queste cose, come si suol dire, viaggiano sulle gambe degli uomini. I modelli di eccellenza gestionale di beni culturali e ambientali non mancano, in Italia e all’estero. Basta fare come hanno fatto a suo tempo i giapponesi: imitare, e poi fare meglio degli altri.

Ultima osservazione: le “Linee guida per la definizione del Master Plan” allegate all’Accordo di Programma sembrano configurare un business plan più che un Master Plan. Del resto, su tutto l’AdP aleggia una concezione della “valorizzazione” del monumento basata sull’autosufficienza economica, assicurata dalle sue diverse attività. Questo concezione, oltre che irrealistica, porterebbe inevitabilmente a compromettere i valori culturali e ambientali sull’altare di quelli economici di breve respiro. Conviene forse ricordare che Villa e Parco sono un bene “comune”, come si usa dire oggi, i cui costi vanno confrontati non con i ricavi dell’ente che lo gestisce, ma con i frutti, in parte contabilizzabili ma in parte intangibili e incommensurabili, che ne trae la società civile. In parole povere, gli enti pubblici di cui è composto il Consorzio dovranno mettere in conto nei loro bilanci risorse adeguate alla vita del monumento.

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UNA EU-TOPIA PER MONZA

13 novembre 2017

20170912 corona ferrea

 

Ho letto il discorso del neo Sindaco Allevi con il quale ha illustrato il “programma di mandato” della nuova amministrazione di Monza.

I temi in cui ha articolato la sua esposizione sono: la sicurezza, la famiglia, le imprese, “Monza città dei motori e sport”, cultura e turismo unificati, mobilità e viabilità, urbanistica.

Non entrerò nel merito delle singole proposte. Mi interessa di più cercare di capire se dal programma emerge un progetto, una visione del futuro della città di Monza che ne esalti ed evidenzi gli elementi e i valori che la differenziano rispetto ad altre città. Questi valori sono fondamentali per definire un’identità, una immagine portatrice di senso, una visibilità, una attrattività anche economica.

Ebbene, debbo dire che dalla lettura non ho tratto questa visione, come del resto non l’avevo tratta neanche dal programma della precedente amministrazione.

Allevi dichiara più volte di voler “volare alto”, cosa che condivido. Spesso questo obiettivo è più nello spirito della destra che della sinistra, alla quale ultima appartengo. Ma se si decide di volare alto, occorre farlo con la riflessività di Dedalo, e non con l’impulsività di Icaro.

“Volare alto” significa che, oltre a garantire a tutti i cittadini i servizi essenziali per farne esseri liberi (abitazione, alimentazione, istruzione, sanità, mobilità), e alle imprese le condizioni per produrre e crescere, occorre realizzare quelle iniziative e infrastrutture dotate di particolari valenze storiche, culturali e ambientali che rendano orgogliosi della propria città e motivati a farla fiorire.

Ho già parlato in precedenza dell’identità di Monza, e non voglio ripetermi. Ma a proposito di marchio, o brand che dir si voglia, di cui si sente parlare spesso ma in modo vago se non allarmante, vorrei ribadire che Monza ce l’ha già, e sfiderei chiunque a trovarne un altro di pari rilievo e potenza: è la Corona Ferrea, insieme all’“impresa” (termine araldico che significa “motto”) iscritta nel suo stemma: “Monza è la sede del Grande Regno d’Italia”.

Ovviamente non sono più i tempi del Regno d’Italia, che non è comunque il regno sabaudo, ma uno degli elementi costitutivi del Sacro Romano Impero (anche la luna, altro simbolo di Monza, sembra significare con il suo alone l’Italia inserita nell’Impero). Ma questi simboli, traslati ai nostri tempi, possono avere un significato quanto mai attuale e proiettato nel futuro: quello dei i rapporti tra l’Italia e l’Europa.

Forse qualcuno a Monza non dà importanza a queste radici storiche . Ma come fa capire Fabio Finotti nel suo colto e piacevolissimo Italia, l’invenzione della Patria (Bompiani, 2016) altre città italiane menerebbero  gran vanto di averle, magari inventandosi, come è diffusamente avvenuto non solo in Italia, ascendenze nell’Impero romano e nella città di Troia!

In quest’ambito si inserisce anche il rapporto, non certo soltanto storico, di Monza con Milano.

Anticamente Monza fu un avamposto imperiale contro i fermenti dei liberi comuni, di cui Milano fu una delle maggiori espressioni. Ma  poi rimase per secoli soggetta alla signoria milanese, seguendone le sorti sotto i domini spagnolo ed asburgico. Nonostante ciò, ha mantenuto una sua individualità rispetto alla conurbazione milanese, tra l’altro conservando il rito cattolico romano rispetto al nuovo rito ambrosiano, pur facendo parte della diocesi milanese. I legami con Milano sono stati e saranno sempre una costante per Monza. Il problema sta nel come gestirli senza subalternità, difendendo la propria identità e autonomia.

C’è un altro aspetto che segna l’Identità di Monza, oltre alla storia politica: la grande vitalità produttiva, la laboriosità e l’imprenditorialità, che si sono andate trasformando nei secoli e che, si può stare sicuri, troveranno le loro espressioni anche nella quarta rivoluzione industriale. A Monza è nata la prima associazione industriale d’Italia, ora tristemente fusa con quella di Milano, quando era possibile stabilire sinergie senza dissolvimento. Ma come differenziare questa vocazione da altre simili europee? Come tradurre queste capacità (si pensi al design industriale) in una identità propria e non servile rispetto a Milano? Credo che ciò sia possibile solo facendo di Monza un centro culturale di prim’ordine sia dal punto di vista umanistico che tecnologico, partendo dalle  realtà già esistenti, come la Facoltà di medicina nell’Ospedale Nuovo e il Liceo Artistico-Istituto d’Arte nella Villa Reale, culla della Triennale di Milano.

Partendo da queste considerazioni, ho scorso il programma del Sindaco, nonché quello  delle opere pubbliche 2018-2020. Ho cercato di individuare i progetti che possono configurare una visione “alta” del futuro di Monza. Ma ho trovato solo alcuni spezzoni di un possibile disegno unitario. Nel programma di mandato mi sembra importante il progetto, già avviato dalla precedente amministrazione, di promuovere un percorso europeo del Regno Longobardo. Sempre nel programma del Sindaco, tra gli investimenti emergono la realizzazione di un grande stadio d’avanguardia e quella di un teatro prestigioso. Importante è l’impegno per fare della ex Caserma S. Paolo un centro bibliotecario (l fatto che le ultime notizie diano la caserma come destinata a cittadella giudiziaria non cancella l’obiettivo, di grande valenza culturale). Per quanto riguarda la Villa e il Parco, importante è l’impegno all’acquisto del Mirabellino e al restauro delle ali della Villa. Da non sottovalutare anche l’idea di realizzare nella Boscherona un Parco dello sport, dove potrebbero essere trasferiti tra l’altro i campi di tennis dei Giardini Reali (una alternativa a questa proposta potrebbe essere la riqualificazione delle Cave Rocca, sufficientemente grandi da poter accogliere in un vasto contesto verde una arena-anfiteatro confrontabile con il Circo Massimo di Roma). Nel programma pluriennale delle opere pubbliche meritano apprezzamento gli investimenti previsti per il Liceo Artistico ex ISA nell’ala sud della Villa.

Ma non posso non rilevare nel discorso di Allevi una contraddizione: se si vuole “volare alto” per il futuro della città, non si può concepirla come chiusa e arroccata. Non si può dedicare un quarto del discorso ai problemi della sicurezza, alla paura dei “presunti profughi”, alla priorità dei residenti rispetto ai nuovi venuti nella prestazione dei servizi per i meno abbienti. Dimenticando tra l’altro che sono proprio l’accoglimento e l’integrazione, i servizi uguali per tutti, a garantire la sicurezza più delle forze dell’ordine. Con costi minori, come dimostra Rutger Bregman in Utopia per realisti (Feltrinelli, 2016), di cui parlerò in un prossimo articolo.

Occorrerebbe poi “volare alto” anche per quanto riguarda il massimo monumento della città, insieme al Duomo trecentesco: il complesso unitario  della  Villa Reale e del  Parco di Monza  (tagliereste in due un diamante?). La sua storia asburgica, napoleonica e sabaudo-italiana ne fa un elemento del tutto coerente con l’identità di Monza come sopra delineata (non a caso Villa e Parco erano nelle mappe dell’ottocento qualificati come “Imperial Regi”). In particolare il Parco, oltre ad essere una risorsa naturale preziosa per le migliaia di famiglie che l’affollano nei week end e per gli amanti dei più diversi sport amatoriali, è il maggiore esempio europeo di un formale disegno paesaggistico delle dimensioni di 700 ettari. Se insieme alla Villa fosse accolto nel Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco, avendone i numeri molto più di altri siti già riconosciuti, potrebbe attrarre visitatori stranieri 365 giorni all’anno. E invece viene richiamato, nel discorso del Sindaco, solo sotto nel capitolo “sport”, e ridotto a “palestra più bella a cielo aperto che ci sia non solo in Italia ma quasi in tutta Europa”.

Ho parlato prima del libro  Utopia per Realisti di Bregman che sostiene, citando Oscar Wilde, che “Il progresso altro non è che il farsi storia delle utopie”. Consultando Wikipedia ho scoperto che “utopia” significa sia “il luogo che non c’è” (“u” come “non”in lingua greca), sia “il buon luogo” (“eu” come “buono”). Mi piace pensare che scrivendo eu.topia posso aggiungerne, a quei due significati, altri due: quello della “e” dell’era digitale, e quello della “EU” come “Unione Europea”.

Nell’ottica di questa eu.topia, riporto in sintesi l’elenco di un insieme d’iniziative ed investimenti simile a quello che  ho già proposto nel mio precedente articolo e che potrebbero elevare Monza alla dimensione che merita. Potrebbero formare oggetto di un programma pluriennale (una prospettiva di lungo termine che anche Allievi ha in mente), che il  nostro Comune potrebbe promuovere per  far convergere risorse pubbliche ( anche europee) e private. Queste ultime in forme rigorosamente mecenatesche e non profit (non sto parlando, ovviamente, di bar e servizi vari):

 

  • Un Festival internazionale annuale di Monza sui rapporti tra Italia ed Europa;
  • Una  “History telling” annuale sulla “Imperial Regia Villa e Parco di Monza”, da proiettare  nell’Avancorte della Villa;
  • Il blocco assoluto del consumo di suolo, come condizione del recupero delle aree dismesse con destinazioni produttive, ambientali, culturali, sportive;
  • L’interramento di Via Boccaccio, per ricongiungere  Villa e Parco alla città;
  • La proposta di inclusione dell’Imperial Regia Villa e Parco nel Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco;
  • La demolizione progressiva dell’ecomostro della pista di alta velocità nel Parco;
  • Il non rinnovo nel 2022 della concessione del Golf Club Milano e la riforestazione dell’area, per riportarla al disegno originario di oasi vegetale  e faunistica;
  • Un grande programma di infrastrutture sportive e per i grandi eventi di valenza internazionale (Stadio, Cave Rocca, Cavallera), sia come valore in sé, sia per destinare il parco storico esclusivamente agli sport amatoriali e ad eventi non devastanti;
  • Il rilancio e potenziamento del Liceo Artistico-Istituto d’Arte nella Villa, come riferimento per  nuove attività produttive;
  • L’interramento del parcheggio antistante l’Ospedale Nuovo, per realizzare  un parco con gli impianti sportivi esistenti al servizio sia del quartiere che di un campus universitario della Facoltà di Medicina dell’Ospedale Nuovo;
  • La destinazione dell’area dell’Ospedale vecchio a un nuovo campus universitario per facoltà tecnologiche ed umanistiche.
  • La realizzazione di un centro bibliotecario come luogo di attrazione e di animazione culturale a vasto raggio.

ECONOMIA DELLA BELLEZZA: MOLTA DOMANDA, POCA OFFERTA

24 luglio 2017

20170725 sopraelevata nord

Restaurare opere d’arte, architetture, paesaggi, oltre ad essere un valore per lo spirito umano ha una ingente valore  economico coerente con il primo.

Due notizie di questi giorni mi hanno particolarmente colpito: il fatto che il Parco Sigurtà sia stato visitato nel 2016 da 350 mila persone, e la sperimentazione di un “densimetro”, o “contateste”, per regolare l’afflusso di turisti nelle Cinque Terre.

Nei miei ricordi  il Parco Sigurtà, posto sulle colline moreniche a sud del Garda, premiato nel 2015 come il secondo parco più bello d’Europa  e nel 2013 come il primo in Italia, era  quel  luogo tranquillo, magnifico  nella flora e nel paesaggio,  dove una quindicina di anni fa portai  mia madre e mia suocera novantenni a respirare aria pura  e odorosa  e a spaziare con lo sguardo oltre la  ristrettezza delle strade e delle stanze cittadine.  E delle Cinque Terre ricordo  una passeggiata quasi solitaria e  quasi romantica lungo la Via dell’Amore, sull’”orlo della vasca sempre piena” come Melville definisce il mare, con mia moglie accanto e il primo figlio sulle spalle.

 

SIGURTA PARCO 2

Valeggio sul Mincio. Parco Giardino Sigurtà

 

Quelle e altre notizie analoghe sono all’ordine del giorno: basta citare il problema dell’afflusso di turisti  a Venezia e più in generale dell’affollamento asfissiante  di visitatori nei luoghi  più famosi per la loro storia, le opere d’arte o il paesaggio. Un fenomeno che rischia di degradare  progressivamente gli oggetti dell’ammirazione universale.

E’ nota la frase attribuita a Giulio Tremonti, ministro dell’economia del governo Berlusconi nel 2010, secondo cui “con la cultura non si mangia”. Questa frase  (da lui peraltro negata) ha fatto scandalo, ma in realtà riflette  una concezione  utilitaristica delle pulsioni umane  ancora dominante. Insomma, è ancora poco diffusa la consapevolezza della dimensione sconfinata della “domanda di bellezza” e della sua crescita esponenziale  in un mondo in cui, pur con crescenti disuguaglianze, molti milioni di persone sono uscite dallo stato in cui le proprie risorse economiche  erano appena sufficienti per  soddisfare i bisogni primari.

 

CINQUE TERRE Via dellAmore2

Cinque Terre. La Via dell’Amore.

 

L’affollamento incontenibile di visitatori  in un numero relativamente limitato di luoghi  lo dimostra. In termini economici significa semplicemente che la domanda di bellezza supera di gran lunga l’offerta: Se non lo si capisce non se ne traggono le conseguenze, potenzialmente molto positive. Restaurare, ricuperare migliaia di luoghi, monumenti, ambienti naturali ovunque, e di cui l’Italia è piena, oltre ad avere un valore estetico assoluto, cioè fine a sé stesso,  avrebbe anche un grande valore economico e potrebbe alleggerire la pressione sui soliti luoghi.

Chi ha compreso l’esistenza di un  potenziale “mercato della bellezza”  grande come un oceano ma in gran parte latente, e ha investito su di esso, ha ottenuto  un grande successo in primo luogo culturale, e in secondo luogo economico. Un esempio noto a tutti è quello della Venaria Reale. Ridotta a un rudere per secoli e fino al 1998,  è stata restaurata ed inaugurata nel 2006. Nel 2016 ha superato il milione di visitatori in un anno.  Io ho in mente un’altro caso, più piccolo ma significativo, che ho avuto occasione di visitare: i  Giardini del Castello Trauttmansdorff a Merano. Nell’ottocento era un luogo amato  dalla Imperatrice Sissi. Dopo la prima guerra mondiale, con il passaggio del Sud Tirolo all’Italia, il monumento venne abbandonato e, guarda caso, affidato all’Associazione Combattenti e Reduci, esattamente come l’Imperial Regia Villa e Parco di Monza dopo l’uccisione di Umberto I. Questo Ente incompetente riuscì a ridurlo a un rudere, con il giardino lottizzato in piccoli orti dati in  in concessione  ad affittuari. Nel 2001 è stato riportato agli antichi splendori, ottenendo riconoscimenti internazionali analoghi a quelli del Parco Sigurtà, registrando un afflusso turistico per tutto l’anno, e diventando un elemento di attrazione aggiuntivo per la bella città di Merano.

 

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Merano. Castello e Giardini Trauttmansdorff.

 

In altri termini: data la domanda sconfinata e montante di esperienze estetiche (del discutibile contorno turistico dirò poi), restaurare opere d’arte, architetture, paesaggi, oltre ad essere un valore per lo spirito umano ha una ingente valore  economico coerente con il primo.

Molti considerano l’accessibilità di un luogo come importante per la sua attrattività. Ma di gran lunga più importanti sono i valori culturali intrinseci di un opera d’arte o un luogo, che riassumo nella  parola “bellezza”. Gli umani superano qualsiasi ostacolo logistico pur di vivere una straordinaria esperienza estetica. Non citerò il Machu Picchu o l’Everest. Mi basta parlare di  Pienza, dove sono stato pochi giorni fa. Pienza è fuori mano, ma famosa perché il Papa Pio II  nel 1505 decise di costruire  una città ideale sopra l’antico borgo dove era nato, affidandone il progetto a un grande architetto del tempo, Bernardo Rossellino. Oggi Pienza è meta di turisti da tutto il mondo (“Da dove venite?” ho chiesto a due anziane signore. “Dall’Alaska”, mi hanno risposto). L’esempio di Pienza mi serve anche per sottolineare che molti luoghi famosi lo sono per un aspetto  che oggi viene scarsamente capito, perché viviamo in tempi di visioni ristrette, miopi, prendi e fuggi. E’ venuta a mancare al giorno d’oggi la sensibilità per le grandi visioni e prospettive,  che non riguarda solo il  piacere di rimirare un paesaggio grandioso, ma  anche la creatività culturale e l’ampiezza e  lungimiranza delle visioni politiche. Ebbene: Pienza è inclusa tra i beni del Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco non soltanto di per sé, ma perché da essa si gode la vista dell’ampia distesa della  Val d’Orcia, modello della campagna toscana,  inclusa  come parte integrante del riconoscimento dell’Unesco.

 

Pienza view

Pienza e la Val d’Orcia

 

Dato che sto parlando di economia, non vorrei che si pensasse a un ragionamento aziendalistico. Un’azienda è  una struttura che investe e sostiene costi di gestione per offrire al mercato  prodotti o servizi apprezzati dagli acquirenti, da cui trae un profitto o, se è un’azienda non profit, risorse sufficienti a mantenerla e farla crescere in equilibrio contabile. Nel caso dei beni culturali il discorso è più complesso. In primo luogo, l’offerta di cultura rientra tra le funzioni proprie delle pubbliche istituzioni come di un bene comune.  In quanto tale deve essere finanziata in tutto o in parte con risorse pubbliche. In secondo luogo il suo valore intrinseco, che prescinde da quello economico, suscita in molti il desiderio di sostenerlo. E’ il caso del mecenatismo e del crowdfunding. In terzo luogo l’afflusso di visitatori genera ricadute economiche esterne al bilancio dell’ente gestore del bene in questione, molto importanti ma di difficile valutazione. L’economia  dell’offerta culturale va pertanto  al di là  della contabilità  dell’ente che gestisce  un bene culturale. Le  entrate  debbono essere integrate da risorse pubbliche e volontaristiche,  anche  in considerazione del fatto che i prezzi imposti  ai visitatori debbono essere “politici”, cioè tali da  consentire anche ai meno abbienti di potere godere del bene in questione.

Chi mi conosce sa già dove vado a parare.

Se c’è un luogo che potrebbe profittare alla grande della  domanda di bellezza insoddisfatta è l’Imperial Regia Villa e Parco di Monza. Il complesso costituito dalla Villa, realizzata da Giuseppe Piermarini, e  il Parco di 700 ettari progettato in modo unitario da Luigi Canonica, costituisce un unicum che, se restituito alla grandiosità originaria,  attrarrebbe  visitatori da tutta Europa e dal mondo.

Da recenti ricerche risulta che la posa della prima pietra della Villa nel 1774, cioè 240 anni fa, fu approvata dall’Imperatrice Maria Teresa anche perché le era gradito il proprio accostamento alla regina longobarda Teodolinda, che risiedette a Monza, e per il fatto che Monza fosse depositaria della Corona Ferrea, simbolo del Regno d’Italia come parte integrante del Sacro Romano Impero, di cui gli Asburgo furono gli ultimi eredi. Questo significa che una rivalutazione della Villa e Parco di Monza si trasmetterebbe naturalmente, senza forzature (vedi i ripetuti tentativi falliti di portare in  città il pubblico dell’autodromo)  a tutta Monza, riaffermandone l’identità e diffondendone una coerente notorietà.

 

CURVA SOPRAELEVATA SUD 2 1

Imperial Regio Parco di Monza. Le prospettiva del Viale Mirabello alle montagne lombarde violata dal rudere della ex pista di alta velocità.

 

Purtroppo è il nostro  uno dei luoghi in cui l’ignoranza e la miopia anche economica, ispirata a un utilitarismo di breve durata, riescono a realizzare un doppio risultato negativo: uno sfruttamento degradante del monumento, specialmente del grande Parco, già violato nelle sue grandi prospettive  paesaggistiche da ecomostri  inutili e devastanti, e la lacerazione dei legami ideali e identitari tra Villa e la città di Monza.

Non voglio  toccare in questo articolo il tema del turismo di massa, che se da una parte esprime il desiderio di crescita culturale di milioni di persone, dall’altra assume forme deplorevoli di conformismo consumistico. Il tema richiederebbe una trattazione a parte. Per ora mi limito a  prendere posizione contro la grandi navi da crociera nel Bacino di S. Marco, e non contro l’industria turistica delle crociere in quanto tale.

Mi basta far rilevare  che il  restauro di beni e luoghi d grande valore storico, artistico, paesaggistico  contribuirebbe ad orientare i  viaggiatori  verso esperienze di crescita culturale più che verso  altri aspetti  meno elevati. Peraltro, una  volta stabilita la scala di valori, anche il turismo gastronomico può trovare una giusta e apprezzabile collocazione!

MONZA. Tra autodromo, impresa e storia, a passo di rock. Alla ricerca dell’identità.

18 aprile 2017

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Senza imparare a conoscere la nostra identità, anzi le nostre diverse identità, non potremo dialogare con le altre”.
Marc Augé

La storia non è in bianco e nero. È a colori, cangiante e futuribile.

La parola “identità” è ambigua, perché include e non distingue tra due significati opposti: da una parte chiusura, staticità, pretesa di essere “i migliori del mondo”, conflittualità; dall’altra apertura, cambiamento, miglioramento, confronto e dialogo con gli altri . È ciò che distingue il nazionalismo dal patriottismo bene inteso. Uso il termine “identità” nel secondo significato.

Ma anch’esso viene spesso sottovalutato e rimosso, specialmente dalle persone politicamente orientate a sinistra. Perseguendo l’obiettivo di una smart city, cioè di uno standard amministrativo all’avangiardia, e dedicando, prioritariamente e giustamente, l’attenzione ai beni comuni e ai diritti fondamentali dei più deboli, si dimentica (se vuoi prosegui su Vorrei) che qualsiasi essere umano, associazione, squadra, è una realtà organica tenuta insieme da un suo, chiamiamolo così, “spirito”. Così è, o dovrebbe essere, anche per una città. Se si vuole che la città conservi e sviluppi la sua vitalità, occorre scoprire e coltivare questo spirito. Si tratta di ciò che la fa diversa dalle altre, unica. Scoprire, o piuttosto ricercare continuamente la propria identità è fondamentale in relazione ad altri aspetti che nell’attuale era della comunicazione vanno per la maggiore: immagine, notorietà, attrattività. Aspetti che possono convergere, ma anche divergere con l’identità.

Ma conoscere la propria identità non è facile. E non a caso sul frontone del tempio di Apollo, sede dell’oracolo di Delfi, dove la gente andava a farsi predire il futuro, era scritto un pregiudiziale “conosci te stesso”.

Tutto ciò premesso, provo ad applicarlo all’identità di Monza. Consapevole della problematicità dell’argomento, mi guardo bene dal definirla. Propongo solo dei percorsi di ricerca, dei temi di discussione.

Si sente spesso dire che “Monza è conosciuta in tutto il mondo per l’autodromo”. Ma questa notorietà riassume forse l’identità di Monza? Seguendo Pirandello nel suo “Uno, nessuno, centomila”, qualcuno potrebbe affermare che quella, e non altra, è l’identità di Monza, sancita da come viene vista dall’esterno, ma anche da come viene probabilmente sentita da molti monzesi: sede di un autodromo. Come Indianapolis, come Silverstone, “circuito situato nel villaggio omonimo della contea di Northamptonshire in Inghilterra”.

Ebbene, con buona pace di Pirandello, io non credo che l’identità di Monza possa essere ridotta a quella di un circuito, per quanto amato e celebrato dai fan dell’automobilismo. Si potrebbe persino dire che l’autodromo è una cosa, Monza un’altra. Tant’è vero che da decenni si cerca di attrarre alla città il pubblico che accorre all’autodromo per assistere al Gran Premio di F1, ma con scarso successo. Insomma, sembra evidente che basare l’identità di Monza sulla notorietà dell’autodromo sia quanto meno riduttivo, se non addirittura negativo, perché presenta Monza come un luogo insignificante, appendice casuale di un autodromo famoso di per sé.

Ben più consistente appare il ricollegare l’identità di Monza alla sua storia industriale. Qui ritroviamo l’anima più profonda della città e del suo intorno, la Brianza. La tradizione artigianale di Monza si perde nella notte dei tempi. Il gusto del fare, e del fare bene, anche a livelli di eccellenza, è nel sangue della sua popolazione. Non è un prodotto d’importazione, è proprio nella vocazione locale. Ciò che qualifica particolarmente questa vocazione è la varietà spaziale e temporale: è infatti basata sulla grande diffusione della cultura e delle iniziative imprenditoriali (quasi un’impresa ogni dieci abitanti), e ancor più nella capacità di rinnovarsi con il progresso tecnologico e le esigenze dei mercati: dalla produzione della lana nel medioevo, alla seta, ai cappelli, ai mobili e alla meccanica, e si può star sicuri, alle nuove tecnologie dell’industria 4.0. Questa laboriosità e creatività di base, che si esprime nelle piccole imprese, è divenuta un elemento di attrazione anche per grandi imprese operanti nei settori più diversi. Monza non è un distretto industriale, con tutti i pregi ma anche i rischi dei distretti italiani: è una grande realtà produttiva multisettoriale, flessibile e dinamica.

 

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Monza non è un distretto industriale, con tutti i pregi ma anche i rischi dei distretti italiani: è una grande realtà produttiva multisettoriale, flessibile e dinamica.

Due rifllessioni, però: é questa dote intrinseca di Monza sufficiente a differenziarla da altre realtà analoghe? Ricordo che diversi anni fa si tenne un convegno dal titolo “le Brianze d’Europa”, che metteva a confronto altre realtà europee analoghe a quella briantea, inserite in una fascia produttiva che va da Londra alla Pianura Padana. Inoltre, la vocazione artigianale-imprenditoriale di Monza è spesso subalterna all’incombente vicina: Milano. Un esempio lo si ha nel design: Monza e la Brianza sono il retroterra produttivo del design, che tuttavia si è sempre più affermato come un elemento identitario (insieme alla moda e a molto altro) di Milano. Tutto ciò fa temere che la cultura del lavoro e l’imprenditorialità di Monza non siano sufficienti a differenziarla, a caratterizzarne l’unicità rispetto ad altre città, italiane e straniere, non siano tali da esaltare la sua immagine e attrattività. Si avverte il bisogno di un salto di qualità, di un supplemento d’anima anche nell’identità manifatturiera, per quanto tradotta nell’internet delle cose, di un più alto livello culturale e sociale, quali si addicono a una città di 120 mila abitanti, moderna, viva e con tradizioni plurisecolari.

Ed è quest’ultimo elemento, forse decisivo, che va approfondito per ritrovare l’identità di Monza: la sua storia. Monza ha una storia importante, italiana ed europea nello steso tempo, come testimoniato da diverse vestigia: L’essere stata una delle residenze del regno longobardo con la regina Teodolinda; insignita intorno all’anno mille come “sede del grande regno d’Italia” nel quadro del Sacro Romano Impero; depositaria della Corona Ferrea, simbolo di questo ruolo; scelta dagli Asburgo e da Napoleone come luogo dove costruire una “imperial regia” Villa e Parco.

Ma questi segni straordinari sono sottovalutati. Vengono spesso ricordati, anche con iniziative importanti (ad esempio quella encomiabile delle “Longobard ways across Europe”) ma come “pezzi unici”, slegati l’uno dall’altro, senza essere ricondotti a una narrazione unitaria da ripensare su basi reali ma con immaginazione (le grandi storie sono sempre fatte di fatti e immaginazione, addirittura con ascendenze mitologiche). Sembra quasi che Monza si vergogni della sua storia, che si schermisca nel rievocarla.

Mi arrischio ad argomentare: dopo essere stata una delle sedi importanti del regno longobardo in Italia, Monza è divenuta nel Medio Evo un avamposto in Italia del Sacro Romano Impero, come Pavia, come Como. A differenza di molte città italiane non ha sviluppato una autonoma storia comunale, ma “imperiale”, sia pure non propria. Basta pensare alle vicende che portarono allo scontro tra la Lega Lombarda e Federico Barbarossa: Monza era particolarmente amata dall’imperatore, che fu tra le decine che si cinsero della Corona Ferrea, e che vi si insediò dopo avere distrutto Milano. Successivamente Monza fu assoggettata a Milano e ne seguì le sorti, per secoli, prima sotto i ducati, poi con gli spagnoli e l’Austria. Ma non fu forse un caso se gli Asburgo, ultimi rappresentanti del moribondo Sacro Romano Impero, edificassero a fine settecento proprio a Monza, e non altrove, la Villa, e che Napoleone, nel breve periodo del Regno d’Italia a cavallo tra i due secoli XVIII e XIX, la proclamasse insieme al Parco “Cesarea Imperial Regia”. Quest’ultimo racconto consentirebbe tra l’altro di ricongiungere idealmente e fisicamente la Villa e il Parco con la città.

 

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Ma soprattutto questa rivisitazione storica potrebbe insegnare molto sulla questione delle relazioni che legano da sempre e che sempre legheranno Monza con Milano. Nonostante l’inevitabile predominio della grande metropoli, quasi incredibilmente Monza ha conservato una sua diversità e individualità. Si cita spesso l’adesione di Monza al nuovo rito romano-gregoriano nella Messa, distaccandosi dall’antico rito ambrosiano. Ma la distinzione di Monza rispetto a Milano è plausibilmente dovuta a ragioni storiche più profonde, tra cui il contrasto tra impero, municipalità medievali e nazioni emergenti nel secolo XV. Si potrebbero così porre le basi per un rapporto proficuo ma non subalterno di Monza con Milano. Magari lasciando a Milano la sua caratteristica di città esagitata, “fanatica” direbbero i romani, e facendo di Monza una realtà più vivibile, dotata di una forza tranquilla!

Ci si potrà chiedere quali siano le ragioni della reticenza monzese a coltivare la propria storia. Forse è dovuto al perdurare della visione nazionalistica che ha improntato gli ultimi due secoli, e a una ignoranza più o meno cosciente e diffusa dei fatti storici. Tuttora, se si chiede a un monzese chi abbia creato la Villa e il Parco, la risposta è spesso “Il Re”, con riferimento alla Casa Savoia. E l’essere stati dalla parte degli imperatori, per lo più germanici, invece che dei comuni italiani, può essere vissuto come un marchio negativo. Ma, come illustra Fabio Finotti, che insegna italianistica nella Pennsylvania University di Filadelfia nel suo bel libro “Italia, l’invenzione della Patria”, il rapporto dell’Italia comunale con l’Impero con l’Europa è stato complesso: se l’idea nazionale emergeva già con Petrarca, secondo il quale “Ben provide Natura al nostro stato, quando de l’Alpi schermo pose tra noi e la tedesca rabbia”, prima di lui Dante, con una visione antica ma oggi attualissima, inveiva contro “Alberto tedesco”, cioè con l’Imperatore di turno, austriaco, del Sacro Romano Impero, per la ragione opposta: per il fatto di aver abbandonato “costei (cioè l’Italia) ch’è fatta indomita e selvaggia (tanto per cambiare!), mentre avrebbe dovuto “inforcar li suoi arcioni”, cioè governarla. Tutto ciò per dire: le cose cambiano, e ogni storia ha il suo valore con riferimento al mutare degli eventi. E oggi essere europei prima che italiani dovrebbe essere auspicabile.

Ciascuno di noi non ha un’anima unitaria, ma una “confederazione di anime”, tra cui di volta in volta una prevale sulle altre.

Il lettore potrà pensare che io ritenga la storia politica di Monza come l’espressione unica della sua identità. È vero che io le attribuisco un ruolo preminente, ma sono consapevole della complessità dell’argomento. Ho sempre presente la concezione dei medici-filosofi a cui si ispirava Pereira nel romanzo di Tabucchi, secondo cui ciascuno di noi non ha un’anima unitaria, ma una “confederazione di anime”, tra cui di volta in volta una prevale sulle altre. Sicuramente preferirei che l’anima storica, culturale ed economica di Monza prevalesse su quella dell’autodromo. Anche quella, che appassiona oggi tanti giovani, di riferimento importante della musica rock, ci può stare: purché sia un’addizione in sedi proprie e di dimensioni eccellenti, e non si traduca nella distruzione di una ricchezza culturale senz’altro più preziosa, anche dal punto di vista economico: il Parco.

Una considerazione finale, un po’ cattiva: se è possibile e per me opportuno rivendicare una identità storica di Monza, è difficile negare che questa identità è stata vissuta dai monzesi come sudditi, e non come cittadini, a differenza delle città che hanno avuto una storia comunale. Mi spiace dire che questa “cultura della sudditanza” mi sembra ancora dominante. A mio parere i monzesi debbono ancora diventare cittadini in senso pieno, cioè orgogliosi della propria identità e storia, e smetterla con l’accettare qualsiasi dono da parte di “stranieri”: spesso si tratta di cavalli di Troia, o di lustrini (Ligabue) spacciati come più preziosi dell’oro svenduto (il Parco). Oggi si parla di un “brand” della città. C’è il rischio che sia d’importazione, d’imposizione o d’improvvisazione, frutto di interessi particolari, di corte vedute. Monza ce l’ha già la sua identità, di grande spessore, che è solo da restaurare. Un restauro che deve e può coinvolgere culturalmente e civilmente tutti i monzesi, che sono molto partecipativi per tante cose.

Una amministrazione cittadina lungimirante dovrebbe quindi porsi come obiettivo primario quello di diffondere tra i cittadini una forte consapevolezza e orgoglio cittadino, con iniziative basate sulla riscoperta della identità. Questa azione dovrebbe essere proiettata verso l’esterno, in termini di notorietà ed attrattività anche economica. Ho più volte suggerito due possibili iniziative, vocazionali per Monza: un festival internazionale Italia-Europa, da tenere ogni anno su argomenti storici e sulle prospettive dei rapporti attuali e futuri tra il nostro Paese e l’Europa . E un “History telling” sulla Imperial Regia Villa e Parco di Monza, da mettere in scena, anch’esso annualmente, nell’Avancorte della Villa, sul modello di altre città europee.

Per la prima proposta, temo molto l’asso pigliatutto invidioso: Milano.

 

N.B. Elenco qui di seguito una serie di interventi che, in un’ottica di lungo termine, contribuirebbero al rilancio dell’identità storica di Monza:

  1. L’interramento di Via Boccaccio, ristabilendo così l’essenziale  collegamento storico tra la Città e l’Imperial Regia Villa e Parco di Monza, tramite  la Passeggiata Beauharnais dei Giardini Reali.
  2. Rilanciare le iniziative dirette a ottenere l’inclusione della Imperial Regia Villa e Parco di Monza nel Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco, facendo accettare la pista storica su cui si corre il Gran Premio di F1.
  3. Demolire progressivamente l’inutile, fallimentare e devastante ecomostro della pista di alta velocità, cominciando dalla curva sopraelevata sud, per recuperare la prospettiva del Viale Mirabello e 60 ettari alla struttura paesaggistica del Parco e al pieno uso pubblico.
  4. Un Festival Internazionale Italia-Europa, da tenersi ogni anno sulla storia e il futuro dei rapporti tra Italia e Europa. Nessuna città come Monza ha tutti i numeri per esserne la sede (Regno Longobardo, Corona Ferrea simbolo del Regno d’Italia nel Sacro Romano Impero, stemma cittadino “Est sede Italiae Regni Modoetia Magni”, presenza della Imperial Regia Villa e Parco, asburgica, napoleonica e sabaudo-italiana…).  .
  5. Uno spettacolo di History telling, sul modello realizzato in molte città europee, con nuovi effetti di realtà aumentata, da tenersi annualmente nell’Avancorte della Villa Reale, che illustri la storia di Villa e Parco dal periodo asburgico a quello napoleonico a quello sabaudo-italiano, inquadrata nelle vicende storiche europee dalla Rivoluzione francese all’uccisione di Umberto I, e nella storia millenaria di Monza.
  6. Il rilancio del Liceo Artistico – Istituto d’Arte, culla della Triennale d’Arte di Milano, nell’ala sud della Villa Reale, con strutture adeguate a una offerta di studi superiori parauniversitari, possibilmente in cooperazione la Biennale (cioè con Milano, ma da pari a pari, senza subalternità). Incredibilmente, attualmente Liceo Artistico e Museo della Triennale, ambedue insediati nella Villa, non si parlano!
  7. Realizzare nelle Cave Rocca (30 ettari) un grande parco con al centro un anfiteatro-arena (8-10 ettari, come la Gerascia o il Circo Massimo di Roma) da destinare a grandi eventi e concerti, affidando il progetto a un architetto di fama, necessario per il successo internazionale (v. in proposito Enrico Moretti , professore di Economia all’Università di Berkeley, “La nuova geografia del lavoro”, ed. Mondadori, 2013)
  8. L’ interramento del parcheggio davanti all’Ospedale Nuovo, realizzando un parco che, insieme agli impianti sportivi esistenti, potrebbe diventare il cuore di un campus universitario costituito dalla Università di Medicina (oltre 2000 studenti), importante fattore di attrazione (v. Moretti cit.)
  9. La nuova biblioteca centrale, come luogo primario della vita cittadina e di richiamo per un turismo culturale, sul modello della biblioteca realizzata a Bologna, in Piazza Grande, nella vecchia sede della borsa.

VENARIA FELIX! E UN CONFRONTO

27 novembre 2015

VENARIA IMMAGINEIl “Consorzio di valorizzazione culturale la Venaria Reale” è un ente pubblcio nonprofit, costituito secondo gli art. 112-115 del Codice dei beni Culturali. Lo compongono Il Ministero dei Beni, delle Attività Culturali e del Turismo, la regione Piemonte, il Comune di Venaria, la Compagnia S. Paolo e la Fondazione 1563 per l’arte e la cultura. Il nuovo Direttore, Mario Turetta, è un dirigente di lungo corso del Ministero, che ha ricoperto in precedenza e successivamente le funzioni di Direttore Regionale della Sovrintendenza ai beni culturali e paesaggistici del Piemonte e di quella della Lombardia.
Restaurata partendo da un rudere e aperta al pubblico nel 2007,(prosegui la letrtura su Vorrei, oppure (more…)