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ECONOMIA DELLA BELLEZZA: MOLTA DOMANDA, POCA OFFERTA

24 luglio 2017

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Restaurare opere d’arte, architetture, paesaggi, oltre ad essere un valore per lo spirito umano ha una ingente valore  economico coerente con il primo.

Due notizie di questi giorni mi hanno particolarmente colpito: il fatto che il Parco Sigurtà sia stato visitato nel 2016 da 350 mila persone, e la sperimentazione di un “densimetro”, o “contateste”, per regolare l’afflusso di turisti nelle Cinque Terre.

Nei miei ricordi  il Parco Sigurtà, posto sulle colline moreniche a sud del Garda, premiato nel 2015 come il secondo parco più bello d’Europa  e nel 2013 come il primo in Italia, era  quel  luogo tranquillo, magnifico  nella flora e nel paesaggio,  dove una quindicina di anni fa portai  mia madre e mia suocera novantenni a respirare aria pura  e odorosa  e a spaziare con lo sguardo oltre la  ristrettezza delle strade e delle stanze cittadine.  E delle Cinque Terre ricordo  una passeggiata quasi solitaria e  quasi romantica lungo la Via dell’Amore, sull’”orlo della vasca sempre piena” come Melville definisce il mare, con mia moglie accanto e il primo figlio sulle spalle.

 

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Valeggio sul Mincio. Parco Giardino Sigurtà

 

Quelle e altre notizie analoghe sono all’ordine del giorno: basta citare il problema dell’afflusso di turisti  a Venezia e più in generale dell’affollamento asfissiante  di visitatori nei luoghi  più famosi per la loro storia, le opere d’arte o il paesaggio. Un fenomeno che rischia di degradare  progressivamente gli oggetti dell’ammirazione universale.

E’ nota la frase attribuita a Giulio Tremonti, ministro dell’economia del governo Berlusconi nel 2010, secondo cui “con la cultura non si mangia”. Questa frase  (da lui peraltro negata) ha fatto scandalo, ma in realtà riflette  una concezione  utilitaristica delle pulsioni umane  ancora dominante. Insomma, è ancora poco diffusa la consapevolezza della dimensione sconfinata della “domanda di bellezza” e della sua crescita esponenziale  in un mondo in cui, pur con crescenti disuguaglianze, molti milioni di persone sono uscite dallo stato in cui le proprie risorse economiche  erano appena sufficienti per  soddisfare i bisogni primari.

 

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Cinque Terre. La Via dell’Amore.

 

L’affollamento incontenibile di visitatori  in un numero relativamente limitato di luoghi  lo dimostra. In termini economici significa semplicemente che la domanda di bellezza supera di gran lunga l’offerta: Se non lo si capisce non se ne traggono le conseguenze, potenzialmente molto positive. Restaurare, ricuperare migliaia di luoghi, monumenti, ambienti naturali ovunque, e di cui l’Italia è piena, oltre ad avere un valore estetico assoluto, cioè fine a sé stesso,  avrebbe anche un grande valore economico e potrebbe alleggerire la pressione sui soliti luoghi.

Chi ha compreso l’esistenza di un  potenziale “mercato della bellezza”  grande come un oceano ma in gran parte latente, e ha investito su di esso, ha ottenuto  un grande successo in primo luogo culturale, e in secondo luogo economico. Un esempio noto a tutti è quello della Venaria Reale. Ridotta a un rudere per secoli e fino al 1998,  è stata restaurata ed inaugurata nel 2006. Nel 2016 ha superato il milione di visitatori in un anno.  Io ho in mente un’altro caso, più piccolo ma significativo, che ho avuto occasione di visitare: i  Giardini del Castello Trauttmansdorff a Merano. Nell’ottocento era un luogo amato  dalla Imperatrice Sissi. Dopo la prima guerra mondiale, con il passaggio del Sud Tirolo all’Italia, il monumento venne abbandonato e, guarda caso, affidato all’Associazione Combattenti e Reduci, esattamente come l’Imperial Regia Villa e Parco di Monza dopo l’uccisione di Umberto I. Questo Ente incompetente riuscì a ridurlo a un rudere, con il giardino lottizzato in piccoli orti dati in  in concessione  ad affittuari. Nel 2001 è stato riportato agli antichi splendori, ottenendo riconoscimenti internazionali analoghi a quelli del Parco Sigurtà, registrando un afflusso turistico per tutto l’anno, e diventando un elemento di attrazione aggiuntivo per la bella città di Merano.

 

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Merano. Castello e Giardini Trauttmansdorff.

 

In altri termini: data la domanda sconfinata e montante di esperienze estetiche (del discutibile contorno turistico dirò poi), restaurare opere d’arte, architetture, paesaggi, oltre ad essere un valore per lo spirito umano ha una ingente valore  economico coerente con il primo.

Molti considerano l’accessibilità di un luogo come importante per la sua attrattività. Ma di gran lunga più importanti sono i valori culturali intrinseci di un opera d’arte o un luogo, che riassumo nella  parola “bellezza”. Gli umani superano qualsiasi ostacolo logistico pur di vivere una straordinaria esperienza estetica. Non citerò il Machu Picchu o l’Everest. Mi basta parlare di  Pienza, dove sono stato pochi giorni fa. Pienza è fuori mano, ma famosa perché il Papa Pio II  nel 1505 decise di costruire  una città ideale sopra l’antico borgo dove era nato, affidandone il progetto a un grande architetto del tempo, Bernardo Rossellino. Oggi Pienza è meta di turisti da tutto il mondo (“Da dove venite?” ho chiesto a due anziane signore. “Dall’Alaska”, mi hanno risposto). L’esempio di Pienza mi serve anche per sottolineare che molti luoghi famosi lo sono per un aspetto  che oggi viene scarsamente capito, perché viviamo in tempi di visioni ristrette, miopi, prendi e fuggi. E’ venuta a mancare al giorno d’oggi la sensibilità per le grandi visioni e prospettive,  che non riguarda solo il  piacere di rimirare un paesaggio grandioso, ma  anche la creatività culturale e l’ampiezza e  lungimiranza delle visioni politiche. Ebbene: Pienza è inclusa tra i beni del Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco non soltanto di per sé, ma perché da essa si gode la vista dell’ampia distesa della  Val d’Orcia, modello della campagna toscana,  inclusa  come parte integrante del riconoscimento dell’Unesco.

 

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Pienza e la Val d’Orcia

 

Dato che sto parlando di economia, non vorrei che si pensasse a un ragionamento aziendalistico. Un’azienda è  una struttura che investe e sostiene costi di gestione per offrire al mercato  prodotti o servizi apprezzati dagli acquirenti, da cui trae un profitto o, se è un’azienda non profit, risorse sufficienti a mantenerla e farla crescere in equilibrio contabile. Nel caso dei beni culturali il discorso è più complesso. In primo luogo, l’offerta di cultura rientra tra le funzioni proprie delle pubbliche istituzioni come di un bene comune.  In quanto tale deve essere finanziata in tutto o in parte con risorse pubbliche. In secondo luogo il suo valore intrinseco, che prescinde da quello economico, suscita in molti il desiderio di sostenerlo. E’ il caso del mecenatismo e del crowdfunding. In terzo luogo l’afflusso di visitatori genera ricadute economiche esterne al bilancio dell’ente gestore del bene in questione, molto importanti ma di difficile valutazione. L’economia  dell’offerta culturale va pertanto  al di là  della contabilità  dell’ente che gestisce  un bene culturale. Le  entrate  debbono essere integrate da risorse pubbliche e volontaristiche,  anche  in considerazione del fatto che i prezzi imposti  ai visitatori debbono essere “politici”, cioè tali da  consentire anche ai meno abbienti di potere godere del bene in questione.

Chi mi conosce sa già dove vado a parare.

Se c’è un luogo che potrebbe profittare alla grande della  domanda di bellezza insoddisfatta è l’Imperial Regia Villa e Parco di Monza. Il complesso costituito dalla Villa, realizzata da Giuseppe Piermarini, e  il Parco di 700 ettari progettato in modo unitario da Luigi Canonica, costituisce un unicum che, se restituito alla grandiosità originaria,  attrarrebbe  visitatori da tutta Europa e dal mondo.

Da recenti ricerche risulta che la posa della prima pietra della Villa nel 1774, cioè 240 anni fa, fu approvata dall’Imperatrice Maria Teresa anche perché le era gradito il proprio accostamento alla regina longobarda Teodolinda, che risiedette a Monza, e per il fatto che Monza fosse depositaria della Corona Ferrea, simbolo del Regno d’Italia come parte integrante del Sacro Romano Impero, di cui gli Asburgo furono gli ultimi eredi. Questo significa che una rivalutazione della Villa e Parco di Monza si trasmetterebbe naturalmente, senza forzature (vedi i ripetuti tentativi falliti di portare in  città il pubblico dell’autodromo)  a tutta Monza, riaffermandone l’identità e diffondendone una coerente notorietà.

 

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Imperial Regio Parco di Monza. Le prospettiva del Viale Mirabello alle montagne lombarde violata dal rudere della ex pista di alta velocità.

 

Purtroppo è il nostro  uno dei luoghi in cui l’ignoranza e la miopia anche economica, ispirata a un utilitarismo di breve durata, riescono a realizzare un doppio risultato negativo: uno sfruttamento degradante del monumento, specialmente del grande Parco, già violato nelle sue grandi prospettive  paesaggistiche da ecomostri  inutili e devastanti, e la lacerazione dei legami ideali e identitari tra Villa e la città di Monza.

Non voglio  toccare in questo articolo il tema del turismo di massa, che se da una parte esprime il desiderio di crescita culturale di milioni di persone, dall’altra assume forme deplorevoli di conformismo consumistico. Il tema richiederebbe una trattazione a parte. Per ora mi limito a  prendere posizione contro la grandi navi da crociera nel Bacino di S. Marco, e non contro l’industria turistica delle crociere in quanto tale.

Mi basta far rilevare  che il  restauro di beni e luoghi d grande valore storico, artistico, paesaggistico  contribuirebbe ad orientare i  viaggiatori  verso esperienze di crescita culturale più che verso  altri aspetti  meno elevati. Peraltro, una  volta stabilita la scala di valori, anche il turismo gastronomico può trovare una giusta e apprezzabile collocazione!

MONZA. Tra autodromo, impresa e storia, a passo di rock. Alla ricerca dell’identità.

18 aprile 2017

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Senza imparare a conoscere la nostra identità, anzi le nostre diverse identità, non potremo dialogare con le altre”.
Marc Augé

La storia non è in bianco e nero. È a colori, cangiante e futuribile.

La parola “identità” è ambigua, perché include e non distingue tra due significati opposti: da una parte chiusura, staticità, pretesa di essere “i migliori del mondo”, conflittualità; dall’altra apertura, cambiamento, miglioramento, confronto e dialogo con gli altri . È ciò che distingue il nazionalismo dal patriottismo bene inteso. Uso il termine “identità” nel secondo significato.

Ma anch’esso viene spesso sottovalutato e rimosso, specialmente dalle persone politicamente orientate a sinistra. Perseguendo l’obiettivo di una smart city, cioè di uno standard amministrativo all’avangiardia, e dedicando, prioritariamente e giustamente, l’attenzione ai beni comuni e ai diritti fondamentali dei più deboli, si dimentica (se vuoi prosegui su Vorrei) che qualsiasi essere umano, associazione, squadra, è una realtà organica tenuta insieme da un suo, chiamiamolo così, “spirito”. Così è, o dovrebbe essere, anche per una città. Se si vuole che la città conservi e sviluppi la sua vitalità, occorre scoprire e coltivare questo spirito. Si tratta di ciò che la fa diversa dalle altre, unica. Scoprire, o piuttosto ricercare continuamente la propria identità è fondamentale in relazione ad altri aspetti che nell’attuale era della comunicazione vanno per la maggiore: immagine, notorietà, attrattività. Aspetti che possono convergere, ma anche divergere con l’identità.

Ma conoscere la propria identità non è facile. E non a caso sul frontone del tempio di Apollo, sede dell’oracolo di Delfi, dove la gente andava a farsi predire il futuro, era scritto un pregiudiziale “conosci te stesso”.

Tutto ciò premesso, provo ad applicarlo all’identità di Monza. Consapevole della problematicità dell’argomento, mi guardo bene dal definirla. Propongo solo dei percorsi di ricerca, dei temi di discussione.

Si sente spesso dire che “Monza è conosciuta in tutto il mondo per l’autodromo”. Ma questa notorietà riassume forse l’identità di Monza? Seguendo Pirandello nel suo “Uno, nessuno, centomila”, qualcuno potrebbe affermare che quella, e non altra, è l’identità di Monza, sancita da come viene vista dall’esterno, ma anche da come viene probabilmente sentita da molti monzesi: sede di un autodromo. Come Indianapolis, come Silverstone, “circuito situato nel villaggio omonimo della contea di Northamptonshire in Inghilterra”.

Ebbene, con buona pace di Pirandello, io non credo che l’identità di Monza possa essere ridotta a quella di un circuito, per quanto amato e celebrato dai fan dell’automobilismo. Si potrebbe persino dire che l’autodromo è una cosa, Monza un’altra. Tant’è vero che da decenni si cerca di attrarre alla città il pubblico che accorre all’autodromo per assistere al Gran Premio di F1, ma con scarso successo. Insomma, sembra evidente che basare l’identità di Monza sulla notorietà dell’autodromo sia quanto meno riduttivo, se non addirittura negativo, perché presenta Monza come un luogo insignificante, appendice casuale di un autodromo famoso di per sé.

Ben più consistente appare il ricollegare l’identità di Monza alla sua storia industriale. Qui ritroviamo l’anima più profonda della città e del suo intorno, la Brianza. La tradizione artigianale di Monza si perde nella notte dei tempi. Il gusto del fare, e del fare bene, anche a livelli di eccellenza, è nel sangue della sua popolazione. Non è un prodotto d’importazione, è proprio nella vocazione locale. Ciò che qualifica particolarmente questa vocazione è la varietà spaziale e temporale: è infatti basata sulla grande diffusione della cultura e delle iniziative imprenditoriali (quasi un’impresa ogni dieci abitanti), e ancor più nella capacità di rinnovarsi con il progresso tecnologico e le esigenze dei mercati: dalla produzione della lana nel medioevo, alla seta, ai cappelli, ai mobili e alla meccanica, e si può star sicuri, alle nuove tecnologie dell’industria 4.0. Questa laboriosità e creatività di base, che si esprime nelle piccole imprese, è divenuta un elemento di attrazione anche per grandi imprese operanti nei settori più diversi. Monza non è un distretto industriale, con tutti i pregi ma anche i rischi dei distretti italiani: è una grande realtà produttiva multisettoriale, flessibile e dinamica.

 

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Monza non è un distretto industriale, con tutti i pregi ma anche i rischi dei distretti italiani: è una grande realtà produttiva multisettoriale, flessibile e dinamica.

Due rifllessioni, però: é questa dote intrinseca di Monza sufficiente a differenziarla da altre realtà analoghe? Ricordo che diversi anni fa si tenne un convegno dal titolo “le Brianze d’Europa”, che metteva a confronto altre realtà europee analoghe a quella briantea, inserite in una fascia produttiva che va da Londra alla Pianura Padana. Inoltre, la vocazione artigianale-imprenditoriale di Monza è spesso subalterna all’incombente vicina: Milano. Un esempio lo si ha nel design: Monza e la Brianza sono il retroterra produttivo del design, che tuttavia si è sempre più affermato come un elemento identitario (insieme alla moda e a molto altro) di Milano. Tutto ciò fa temere che la cultura del lavoro e l’imprenditorialità di Monza non siano sufficienti a differenziarla, a caratterizzarne l’unicità rispetto ad altre città, italiane e straniere, non siano tali da esaltare la sua immagine e attrattività. Si avverte il bisogno di un salto di qualità, di un supplemento d’anima anche nell’identità manifatturiera, per quanto tradotta nell’internet delle cose, di un più alto livello culturale e sociale, quali si addicono a una città di 120 mila abitanti, moderna, viva e con tradizioni plurisecolari.

Ed è quest’ultimo elemento, forse decisivo, che va approfondito per ritrovare l’identità di Monza: la sua storia. Monza ha una storia importante, italiana ed europea nello steso tempo, come testimoniato da diverse vestigia: L’essere stata una delle residenze del regno longobardo con la regina Teodolinda; insignita intorno all’anno mille come “sede del grande regno d’Italia” nel quadro del Sacro Romano Impero; depositaria della Corona Ferrea, simbolo di questo ruolo; scelta dagli Asburgo e da Napoleone come luogo dove costruire una “imperial regia” Villa e Parco.

Ma questi segni straordinari sono sottovalutati. Vengono spesso ricordati, anche con iniziative importanti (ad esempio quella encomiabile delle “Longobard ways across Europe”) ma come “pezzi unici”, slegati l’uno dall’altro, senza essere ricondotti a una narrazione unitaria da ripensare su basi reali ma con immaginazione (le grandi storie sono sempre fatte di fatti e immaginazione, addirittura con ascendenze mitologiche). Sembra quasi che Monza si vergogni della sua storia, che si schermisca nel rievocarla.

Mi arrischio ad argomentare: dopo essere stata una delle sedi importanti del regno longobardo in Italia, Monza è divenuta nel Medio Evo un avamposto in Italia del Sacro Romano Impero, come Pavia, come Como. A differenza di molte città italiane non ha sviluppato una autonoma storia comunale, ma “imperiale”, sia pure non propria. Basta pensare alle vicende che portarono allo scontro tra la Lega Lombarda e Federico Barbarossa: Monza era particolarmente amata dall’imperatore, che fu tra le decine che si cinsero della Corona Ferrea, e che vi si insediò dopo avere distrutto Milano. Successivamente Monza fu assoggettata a Milano e ne seguì le sorti, per secoli, prima sotto i ducati, poi con gli spagnoli e l’Austria. Ma non fu forse un caso se gli Asburgo, ultimi rappresentanti del moribondo Sacro Romano Impero, edificassero a fine settecento proprio a Monza, e non altrove, la Villa, e che Napoleone, nel breve periodo del Regno d’Italia a cavallo tra i due secoli XVIII e XIX, la proclamasse insieme al Parco “Cesarea Imperial Regia”. Quest’ultimo racconto consentirebbe tra l’altro di ricongiungere idealmente e fisicamente la Villa e il Parco con la città.

 

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Ma soprattutto questa rivisitazione storica potrebbe insegnare molto sulla questione delle relazioni che legano da sempre e che sempre legheranno Monza con Milano. Nonostante l’inevitabile predominio della grande metropoli, quasi incredibilmente Monza ha conservato una sua diversità e individualità. Si cita spesso l’adesione di Monza al nuovo rito romano-gregoriano nella Messa, distaccandosi dall’antico rito ambrosiano. Ma la distinzione di Monza rispetto a Milano è plausibilmente dovuta a ragioni storiche più profonde, tra cui il contrasto tra impero, municipalità medievali e nazioni emergenti nel secolo XV. Si potrebbero così porre le basi per un rapporto proficuo ma non subalterno di Monza con Milano. Magari lasciando a Milano la sua caratteristica di città esagitata, “fanatica” direbbero i romani, e facendo di Monza una realtà più vivibile, dotata di una forza tranquilla!

Ci si potrà chiedere quali siano le ragioni della reticenza monzese a coltivare la propria storia. Forse è dovuto al perdurare della visione nazionalistica che ha improntato gli ultimi due secoli, e a una ignoranza più o meno cosciente e diffusa dei fatti storici. Tuttora, se si chiede a un monzese chi abbia creato la Villa e il Parco, la risposta è spesso “Il Re”, con riferimento alla Casa Savoia. E l’essere stati dalla parte degli imperatori, per lo più germanici, invece che dei comuni italiani, può essere vissuto come un marchio negativo. Ma, come illustra Fabio Finotti, che insegna italianistica nella Pennsylvania University di Filadelfia nel suo bel libro “Italia, l’invenzione della Patria”, il rapporto dell’Italia comunale con l’Impero con l’Europa è stato complesso: se l’idea nazionale emergeva già con Petrarca, secondo il quale “Ben provide Natura al nostro stato, quando de l’Alpi schermo pose tra noi e la tedesca rabbia”, prima di lui Dante, con una visione antica ma oggi attualissima, inveiva contro “Alberto tedesco”, cioè con l’Imperatore di turno, austriaco, del Sacro Romano Impero, per la ragione opposta: per il fatto di aver abbandonato “costei (cioè l’Italia) ch’è fatta indomita e selvaggia (tanto per cambiare!), mentre avrebbe dovuto “inforcar li suoi arcioni”, cioè governarla. Tutto ciò per dire: le cose cambiano, e ogni storia ha il suo valore con riferimento al mutare degli eventi. E oggi essere europei prima che italiani dovrebbe essere auspicabile.

Ciascuno di noi non ha un’anima unitaria, ma una “confederazione di anime”, tra cui di volta in volta una prevale sulle altre.

Il lettore potrà pensare che io ritenga la storia politica di Monza come l’espressione unica della sua identità. È vero che io le attribuisco un ruolo preminente, ma sono consapevole della complessità dell’argomento. Ho sempre presente la concezione dei medici-filosofi a cui si ispirava Pereira nel romanzo di Tabucchi, secondo cui ciascuno di noi non ha un’anima unitaria, ma una “confederazione di anime”, tra cui di volta in volta una prevale sulle altre. Sicuramente preferirei che l’anima storica, culturale ed economica di Monza prevalesse su quella dell’autodromo. Anche quella, che appassiona oggi tanti giovani, di riferimento importante della musica rock, ci può stare: purché sia un’addizione in sedi proprie e di dimensioni eccellenti, e non si traduca nella distruzione di una ricchezza culturale senz’altro più preziosa, anche dal punto di vista economico: il Parco.

Una considerazione finale, un po’ cattiva: se è possibile e per me opportuno rivendicare una identità storica di Monza, è difficile negare che questa identità è stata vissuta dai monzesi come sudditi, e non come cittadini, a differenza delle città che hanno avuto una storia comunale. Mi spiace dire che questa “cultura della sudditanza” mi sembra ancora dominante. A mio parere i monzesi debbono ancora diventare cittadini in senso pieno, cioè orgogliosi della propria identità e storia, e smetterla con l’accettare qualsiasi dono da parte di “stranieri”: spesso si tratta di cavalli di Troia, o di lustrini (Ligabue) spacciati come più preziosi dell’oro svenduto (il Parco). Oggi si parla di un “brand” della città. C’è il rischio che sia d’importazione, d’imposizione o d’improvvisazione, frutto di interessi particolari, di corte vedute. Monza ce l’ha già la sua identità, di grande spessore, che è solo da restaurare. Un restauro che deve e può coinvolgere culturalmente e civilmente tutti i monzesi, che sono molto partecipativi per tante cose.

Una amministrazione cittadina lungimirante dovrebbe quindi porsi come obiettivo primario quello di diffondere tra i cittadini una forte consapevolezza e orgoglio cittadino, con iniziative basate sulla riscoperta della identità. Questa azione dovrebbe essere proiettata verso l’esterno, in termini di notorietà ed attrattività anche economica. Ho più volte suggerito due possibili iniziative, vocazionali per Monza: un festival internazionale Italia-Europa, da tenere ogni anno su argomenti storici e sulle prospettive dei rapporti attuali e futuri tra il nostro Paese e l’Europa . E un “History telling” sulla Imperial Regia Villa e Parco di Monza, da mettere in scena, anch’esso annualmente, nell’Avancorte della Villa, sul modello di altre città europee.

Per la prima proposta, temo molto l’asso pigliatutto invidioso: Milano.

 

N.B. Elenco qui di seguito una serie di interventi che, in un’ottica di lungo termine, contribuirebbero al rilancio dell’identità storica di Monza:

  1. L’interramento di Via Boccaccio, ristabilendo così l’essenziale  collegamento storico tra la Città e l’Imperial Regia Villa e Parco di Monza, tramite  la Passeggiata Beauharnais dei Giardini Reali.
  2. Rilanciare le iniziative dirette a ottenere l’inclusione della Imperial Regia Villa e Parco di Monza nel Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco, facendo accettare la pista storica su cui si corre il Gran Premio di F1.
  3. Demolire progressivamente l’inutile, fallimentare e devastante ecomostro della pista di alta velocità, cominciando dalla curva sopraelevata sud, per recuperare la prospettiva del Viale Mirabello e 60 ettari alla struttura paesaggistica del Parco e al pieno uso pubblico.
  4. Un Festival Internazionale Italia-Europa, da tenersi ogni anno sulla storia e il futuro dei rapporti tra Italia e Europa. Nessuna città come Monza ha tutti i numeri per esserne la sede (Regno Longobardo, Corona Ferrea simbolo del Regno d’Italia nel Sacro Romano Impero, stemma cittadino “Est sede Italiae Regni Modoetia Magni”, presenza della Imperial Regia Villa e Parco, asburgica, napoleonica e sabaudo-italiana…).  .
  5. Uno spettacolo di History telling, sul modello realizzato in molte città europee, con nuovi effetti di realtà aumentata, da tenersi annualmente nell’Avancorte della Villa Reale, che illustri la storia di Villa e Parco dal periodo asburgico a quello napoleonico a quello sabaudo-italiano, inquadrata nelle vicende storiche europee dalla Rivoluzione francese all’uccisione di Umberto I, e nella storia millenaria di Monza.
  6. Il rilancio del Liceo Artistico – Istituto d’Arte, culla della Triennale d’Arte di Milano, nell’ala sud della Villa Reale, con strutture adeguate a una offerta di studi superiori parauniversitari, possibilmente in cooperazione la Biennale (cioè con Milano, ma da pari a pari, senza subalternità). Incredibilmente, attualmente Liceo Artistico e Museo della Triennale, ambedue insediati nella Villa, non si parlano!
  7. Realizzare nelle Cave Rocca (30 ettari) un grande parco con al centro un anfiteatro-arena (8-10 ettari, come la Gerascia o il Circo Massimo di Roma) da destinare a grandi eventi e concerti, affidando il progetto a un architetto di fama, necessario per il successo internazionale (v. in proposito Enrico Moretti , professore di Economia all’Università di Berkeley, “La nuova geografia del lavoro”, ed. Mondadori, 2013)
  8. L’ interramento del parcheggio davanti all’Ospedale Nuovo, realizzando un parco che, insieme agli impianti sportivi esistenti, potrebbe diventare il cuore di un campus universitario costituito dalla Università di Medicina (oltre 2000 studenti), importante fattore di attrazione (v. Moretti cit.)
  9. La nuova biblioteca centrale, come luogo primario della vita cittadina e di richiamo per un turismo culturale, sul modello della biblioteca realizzata a Bologna, in Piazza Grande, nella vecchia sede della borsa.

VENARIA FELIX! E UN CONFRONTO

27 novembre 2015

VENARIA IMMAGINEIl “Consorzio di valorizzazione culturale la Venaria Reale” è un ente pubblcio nonprofit, costituito secondo gli art. 112-115 del Codice dei beni Culturali. Lo compongono Il Ministero dei Beni, delle Attività Culturali e del Turismo, la regione Piemonte, il Comune di Venaria, la Compagnia S. Paolo e la Fondazione 1563 per l’arte e la cultura. Il nuovo Direttore, Mario Turetta, è un dirigente di lungo corso del Ministero, che ha ricoperto in precedenza e successivamente le funzioni di Direttore Regionale della Sovrintendenza ai beni culturali e paesaggistici del Piemonte e di quella della Lombardia.
Restaurata partendo da un rudere e aperta al pubblico nel 2007,(prosegui la letrtura su Vorrei, oppure (more…)

IL BRUTTO CHE AVANZA: SALUTI DA SAINT VINCENT

2 settembre 2015

Saint vincent ponte 20150810Ho seguito con interesse il dialogo su la Repubblica tra Salvatore Settis e il Ministro per i beni e le attività culturali Dario Franceschini, a cui si è aggiunto Tommaso Montanari, e l’appello per l’autonomia delle Soprintendenze e contro il silenzio-assenso sugli interventi che incidono sui valori culturali e paesaggistici (vedi la Repubblica, dal 7 al 10 agosto).. Condivido pienamente la tesi di Settis: non può esistere valorizzazione senza preservazione. A meno di concepire i beni culturali come “giacimenti” da svuotare fino all’esaurimento (ovviamente non quantitativo, ma qualitativo).
Quello che non emerge abbastanza da quel dialogo, centrato sulle norme di legge, è che la “cultura ambiente” nazionale a tutti i livelli è stata investita da uno tsunami che io definisco “liberismo culturale”: (continua la lettura su Vorrei, oppure (more…)

IL PARCO DI MONZA: ECCO COSA C’E’ DA FARE

5 luglio 2015

MIRABELLINO 01012013Si discute molto oggigiorno dei cosiddetti “eventi” in atto o in programma nell’I.R. Villa e Parco di Monza. Da parte mia, in questa occasione, non voglio deliberatamente parlarne. Non voglio parlare di ciò che si fa, ma di ciò che non si fa.

Nello Statuto del Consorzio al quale Villa e Parco sono affidati, approvato nel 2008, è scritto che Il Consiglio di Gestione deve “predisporre il Piano strategico di sviluppo culturale, nonché i programmi annuali e pluriennali delle attività da presentare all’approvazione dell’Assemblea dei Consorziati e da trasmettere ai competenti organi ministeriali preposti alla tutela, ai sensi dell’art,116 del DL n.42/2004, dei beni culturali e del paesaggio”. Ancora oggi questo Piano strategico è inesistente. Perché? (continua a leggere su Vorrei, oppure (more…)