Archive for the ‘Economia e dintorni’ Category

IL LIBERISMO NON E’ DI SINISTRA

5 dicembre 2018

 20181205 disuguaglianze

Da un editoriale di Alesina e Giavazzi nasce una riflessione su cosa sia una politica economica di sinistra e cosa no

In un editoriale sul Corriere della Sera del 17 novembre scorso, gli economisti Alberto Alesina e Francesco Giavazzi rilanciano una tesi provocatoria che avevano espresso già dieci anni fa con un libretto intitolato “Il liberismo è di sinistra” (Il Saggiatore), che lessi con molto interesse.
E ribadiscono: «Secondo noi il liberismo è certamente “di sinistra” se per sinistra si intende crescita per ridurre la povertà senza eccessive diseguaglianze, mobilità sociale, attenzione ai più deboli e abolizione di privilegi immeritati”. E addirittura si sbilanciano: «Questa è la riflessione dalla quale dovrebbe partire una forza come il PD nel momento in cui si avvia verso il proprio congresso».
Ho una grande stima per Alesina e Giavazzi, di cui condivido gran parte delle argomentazioni. Ma non metterei insieme capra e cavoli, cioè liberismo e sinistra. Le  parole dovrebbero esser maneggiate con prudenza soprattutto da persone influenti, per non contribuire ulteriormente alla confusione di idee che caratterizza l’attuale opinione pubblica.

Credo che ci sia ormai un diffuso consenso sull’uso del termine “liberismo” per definire le politiche economiche avviate negli anni ottanta da Margaret Tatcher e Donald Reagan, sotto l’egida di economisti come Milton Friedman e Friedrich Von Hayek. Politiche che hanno portato a un aumento esasperato delle disuguaglianze, delle ricchezze e della povertà nei paesi sviluppati dove sono state applicate. Quanto alla riduzione delle diseguaglianze e della povertà per fortuna verificatesi a livello internazionale, sicuramente sono state favorite dalla riduzione delle barriere commerciali concordate dai diversi paesi tramite istituzioni come il WTO, ma anche e forse soprattutto da processi endogeni a regimi politici di tutti i tipi.

Ciò non toglie che le politiche che gli autori qualificano come di sinistra siano effettivamente di sinistra! Di una sinistra che, senza rinnegare i grandi successi conseguiti, in Europa ma non solo, nei primi decenni successivi alla seconda guerra mondiale, sia capace di adeguare il suo “manifesto” alla rivoluzione digitale e al dinamismo della società che Zygmunt Bauman ha correttamente definito “liquida”. Rilanciando il “sogno europeo” elogiato da Geremy Rifkin, e contrapposto al  “sogno americano”.

Ma scorriamo cosa citano gli autori come “di sinistra”:
– Mercati liberi nei quali le lobby non facciano da padrone;
– Favorire lo spostamento di risorse da settori e imprese meno produttive a quelle più produttive, invece di proteggere all’infinito imprese decotte;
– Liberalizzare il mercato del lavoro favorendo la mobilità verso la parte più produttiva del paese, e quindi verso salari più elevati;
– Premiare il merito e punire il demerito per favorire la mobilità sociale; offrire pari opportunità il più possibile senza penalizzare chi lavora con una tassazione asfissiante;
– Bloccare i trasferimenti a pioggia a questa o quella categoria che riesce ad alzare la voce più di altre.
Sostanzialmente Alesina e Giavazzi dichiarano in sintesi che la competizione è di sinistra. D’accordo. Ma la competizione, cioè il mercato, se vivo e vegeto, è contro il liberismo! Il quale, riducendo al minimo ogni regolamentazione e integrazione al fluire del mercato, tende  a favorirne l’implosione in termini di nascita di monopoli, di metastasi finanziaria, di radicalizzazione delle disuguaglianze. Alla fine, ad essere tra le cause, se non la principale, del contraccolpo populista a cui assistiamo oggi in Italia e altrove.
E’ evidente che, se le proposte degli autori sono di una sinistra che finalmente metta il mercato tra le libertà fondamentali degli esseri umani, esse vanno inserite in una visione più completa, frutto di una continuità storica e una evoluzione delle politiche sociali delle sinistre europee dei primi decenni del dopoguerra, politiche da non gettare via con l’acqua sporca. Politiche che associano in un giusto equilibrio cooperazione e competizione. Sul come fare, esiste un mare di indicazioni   da considerare, suggerite anche da  economisti come ad esempio Joseph E. Stiglitz, Tomas Piketty, Anthony Atkinson.
Per certi versi mi sembra che Alesina e Giavazzi alimentino il vecchio luogo comune del contrapporre il privato, a cui attribuire tutto il bene possibile, al pubblico, causa di tutti i mali.
Ma per altri versi individuano il vero avversario: il corporativismo, nel quale pubblico e privato si ibridano in modo collusivo, ostacolando la crescita, la riduzione delle disuguaglianze, la piena valorizzazione delle risorse umane, a vantaggio di ristrette cerchie di potere pubblico-privato e a  danno della generalità dei cittadini.

In realtà, perché il libero mercato dispieghi tutti i suoi benefici, occorre la presenza di uno stato efficiente, non solo come regolatore ma anche come attore (quante volte si è parlato di “fallimenti del mercato”?). Per questo mi è sempre piaciuto lo slogan: “Più mercato, più stato”. In senso qualitativo, più che quantitativo.
Se si guarda bene, l’elenco che gli autori fanno delle cose che non vanno in Italia non può essere qualificato come eccesso d’intervento dello stato, ma proprio di collusione tra questo e potentissime lobby interne ed esterne allo stato stesso. E se ben si osserva, le due forze politiche oggi al potere, che si presentano come portatrici del cambiamento, si guardano bene, sondaggi alla mano e calcolo delle forze in gioco, di incidere sulla realtà corporativa del Paese. Il fantasma Chetucapenuca, che tutto cambi perché nulla cambi, non è stato mai così prospero. Speriamo che faccia la fine di quello di Canterville.
Sono d’accordo con l’affermazione secondo cui «il PD è a un bivio: una strada è quella di rincorrere i populisti facendo loro concorrenza sul medesimo terreno». Ma la seconda strada non è «quella di costruire un programma liberista». Lasciamo questo compito a una destra che speriamo conservatrice, e non avventurista come quella attuale. La strada buona della sinistra è quella di ritrovare e rilanciare la sua visione riformista.
In questo senso faccio anche mio l’auspicio finale degli autori: «Speriamo che accada prima che il populismo consumi in pieno i suoi fallimenti, come è accaduto tante volte in Sud America. La seconda strada (quella del riformismo, nota mia) non sarà facile nel breve periodo, ma sarà vincente con un po’ di pazienza».

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LIBERISMO E PROTEZIONISMO: DUE ESTREMISMI DA COMBATTERE

29 settembre 2018

 

“America First” può essere vantaggioso per gli USA, sicuramente non lo è “Brexit” per il Regno Unito e ancor meno “Prima gli Italiani” per l’Italia. Se ognuno tira l’acqua al suo mulino, nel breve termine qualcuno ne trae vantaggio, ma nel lungo termine il disastro per tutti, economico e politico, è garantito.

Nel mio precedente articolo dal titolo “C’è ancora bisogno della sinistra. Ma per tutti” ho scritto, con riferimento al liberiamo senza freni che ha dominato l’economia a partire dagli anni ottanta del secolo scorso: «Questa teoria e pratica è purtroppo ancora operante con effetti devastanti: le disuguaglianze e la povertà che hanno generato sono alla base della paura e della rabbia su cui prosperano populismi e regimi autoritari».

Ne traevo la conclusione che il nemico della sinistra fosse ancora il liberismo. Ma oramai occorre tener conto del fatto che si va diffondendo, in forme altrettanto aggressive, il protezionismo. Viene da chiedersi: si tratta di un avversario che si sostituisce, oppure  si aggiunge  al precedente?

La questione non è semplice. Il premio Nobel Edmund Phelps ha classificato i sistemi economici in tre categorie: l’“economia moderna”, il corporativismo e il socialismo. L’”economia moderna” non è altro che il sistema capitalista come ha operato negli ultimi due secoli. Phelps ne esalta le conquiste in termini di benessere dell’umanità, riducendo però le tragedie (crisi e guerre) a incidenti di percorso. Il socialismo, con le attività produttive totalmente o quasi in mano allo stato, è storia del passato. Il corporativismo, la cui origine Phelps attribuisce esplicitamente al nostro Paese, è caratterizzato da una commistione pubblico-privato tendenzialmente protezionista e ostile alla divisione dei poteri e alla libera concorrenza. Non solo è da lui esecrato, ma a suo parere è in crescita ovunque con effetti deleteri per l’economia e per la convivenza civile del futuro.

Oggi, anche questa classificazione appare insufficiente. A parte il fatto che Phelps non sembra distinguere tra regimi corporativi e sistemi socialdemocratici, che hanno dato buona prova in Europa e altrove, esistono ormai sistemi che addirittura combinano il socialismo con il capitalismo. Che dire infatti del capitalismo protezionista di Trump e del capitalismo di stato cinese? Evidentemente la  realtà va oltre  le classificazioni.

Il timore espresso da Phelps per la diffusione del corporativismo sembra purtroppo confortato dai fatti, se si tiene conto del ritorno attuale a politiche protezionistiche basate su dazi e altri ostacoli alle importazioni e quindi agli scambi internazionali. Ma occorre rilevare che il protezionismo non sostituisce, ma si somma al liberismo all’interno delle singole sovranità nazionali.

Nel breve termine, questa involuzione può essere vantaggiosa per i paesi di maggiore dimensione: un “liberismo protetto” può favorire la crescita economica, come sta avvenendo negli USA. Ma si tratta ancora di una crescita diseguale perché, all’interno delle singole sovranità, continua a favorire le categorie più abbienti.

Per paesi minori come l’Italia che vivono di valore aggiunto, trasformando materie prime e semilavorati importati in prodotti finiti da esportare, ogni limitazione degli scambi internazionali è deleteria. Per fortuna c’è l’Europa e iil mercato comune, ma se questa dimensione istituzionale venisse meno, il declino sarebbe inesorabile, sia per l’Italia che per l’Europa nel suo insieme. E’ facile immaginare che un processo di questo tipo sarebbe gradito ai grandi concorrenti dell’Europa: agli USA, alla Russia, alla Cina.

In sintesi: se nel breve termine “America First” può essere vantaggioso per gli USA, sicuramente non lo è “Brexit” per il Regno Unito e ancor meno “Prima gli Italiani” per l’Italia. Se ognuno tira l’acqua al suo mulino, nel breve termine qualcuno ne trae vantaggio, ma nel lungo termine il disastro per tutti, economico e politico, è garantito.

Che fare allora? Battersi contro ogni chiusura. De-ideologizzare il conflitto fisiologico tra le diverse aree e dimensioni istituzionali, dal globo al quartiere, puntando a risolverlo con il dialogo e il compromesso. Dare il proprio contributo a un movimento nello stesso tempo globale e locale contro le disuguaglianze e la povertà, che  liberismo sregolato   e  corporativismo tendono a conservare e ad accrescere.

Questo è il compito di una sinistra “millennial”. Ma per fare questo la sinistra deve uscire dall’attuale afasia, come timorosa di riproporre obiettivi sui quali i suoi successi sono stati scarsi, ma non nulli. Obiettivi che sono in contrasto radicale con quelli proposti da una destra sempre più chiusa e conservatrice, ma che altri hanno impresso sulle loro bandiere in modo parossistico e qualunquista, come se il loro conseguimento fosse a portata di mano.

La voce della sinistra non si sente più. Eppure c’è chi continua ad elaborare e proporre visioni e strategie organiche per una politica di sinistra. Senza far riferimento a capisaldi come Stiglitz, Piketty, Amartya Sen, cito ad esempio: il libro-intervista di Romano Prodi, inventore dell’Ulivo, inascoltato e addirittura sabotato, dal titolo significativo e allarmante “Il Piano Inclinato” (Il Mulino, 2017); le proposte avanzate da Anthony B. Atkinson nel suo “Disuguaglianza” (Raffaello Cortina Editore, 2015) per il Regno Unito, proposte riprese per l’Italia dal Forum Diseguaglianze e Diversità che riunisce importanti studiosi ed associazioni volontaristiche; le idee anticonformiste di Rutger Bregman espresse nel suo “Utopia per realisti” (Feltrinelli 2016); il recente rapporto “Prosperity and Justice, a plan for the new economy”, dell’IPPR (Institute for Public Policy Research), importante think tank progressista britannica.

Ma occorrerebbe, una buona volta, che le diverse anime della sinistra cercassero di fare fronte unico sulla base di visioni e obiettivi che non possono non essere condivisi, invece di cogliere ogni divergenza, spesso  ideologica o semplicemente applicativa, per una infinita cariocinesi. E che contraessero le alleanze utili per riconquistare il potere, senza preconcetti, all’insegna del famoso concetto di Mao Tse Dong: «Non importa il colore del gatto, l’importante è che prenda il topo».

Provo a citare alcuni di questi obiettivi e proposte, contenuti in forme diverse nei testi citati:

– Obiettivo fondamentale: ridurre le disuguaglianze e la povertà, tra persone, territori e generazioni, nell’interesse non solo dei meno fortunati, ma di tutti i cittadini. Trasmettere la consapevolezza, scientificamente provata, che questo obiettivo non solo non è in contrasto con lo sviluppo, ma al contrario è esso stesso fattore di sviluppo.

– Altro obiettivo fondamentale: la difesa dell’ambiente come fattore di benessere e sicurezza degli esseri umani, riducendo sprechi e consumo delle risorse naturali al livello della capacità del globo di rigenerarle (impronta ecologica), bloccando il consumo di suolo, riutilizzando e ri-naturalizzando le vaste arre abbandonate dalla prime e seconda industrializzazione.

– Cultura, ricerca scientifica e tecnica, istruzione, formazione continua debbono essere destinatari peivilegiati  della spesa pubblica, per far fronte alle turbolenze della rivoluzione digitale e soprattutto per le nuove generazioni. Sarebbe utile stabilire un rapporto diretto tra l’aumento delle risorse finanziarie da destinate a questi obiettivi e la tassazione di patrimoni e rendite improduttive e speculative (come proposto da James Tobin), nonché riduzioni proporzionali delle spese militari. Occorre ricordare che analfabetismo e scarsa istruzione sono direttamente correlate con la povertà.

– Sistemi tributari basati sulla progressività delle imposte (conquista del secolo scorso), sulla tassazione dei maggiori patrimoni e donazioni (bastano piccole aliquote per un gettito consistente, data l’enorme concentrazione e dimensione raggiunte dalla base imponibile), su un’alta tassazione delle operazioni finanziarie di breve termine a fini speculativi, sulla lotta all’evasione fiscale. La rivoluzione digitale in atto o può consentire enormi progressi nell’attuazione delle politiche fiscali.

Reddito di cittadinanza (o di inclusione, o altrimenti denominato) non condizionato, ma collegato con l’occupazione dei destinatari in attività d’interesse collettivo e di sviluppo della propria persona, tramite un servizio civile o enti volontaristici certificati, facendo delle istituzioni pubbliche una sorta di datore di lavoro di ultima istanza. Come dimostra R. Bregman, non è vero che il reddito minimo induce all’ozio, padre dei vizi, cosa che avviene invece spesso con il troppo lavoro alienante. E’ al contrario un contributo alla dignità e al voler fare.

– Salario minimo, collegato con limiti ai compensi dei dirigenti.

– Riduzione degli orari di lavoro prevalentemente esecutivi
e ripetitivi.

– Lotta contro privilegi e monopoli a tutti i livelli, locale, nazionale, globale.

– Utilizzo della  rivoluzione info-telematica a fini di interesse pubblico, con la stessa sofisticazione con cui essa viene impiegata dai sistemi di interessi particolari, da populisti e regimi autoritari, per contrastarne le pratiche manipolatorie  e disinformative  dell’opinione pubblica (fake story, più che fake news).

Ispirare i rapporti tra i diversi livelli di governo e tra diversi paesi e regioni ai principi di sussidiarietà, secondo il dettato della nostra Costituzione, che dice: «La Repubblica riconosce e promuove le autonomie locali… consente, in condizioni di parità con altri stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le nazioni, promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo». Si tratta di lavorare per una Europa federale, e per un rafforzamento delle istituzioni internazionali, dall’ONU in giù, governative e non.

– Per quanto riguarda infine il problema emergente delle migrazioni, che costituiscono pur sempre una piccola frazione delle popolazioni dei paesi di partenza e di arrivo (in media circa il 5%), occorre da una parte agire con contributi ai paesi di origine, mirati soprattutto all’istruzione, alla sanità e alla valorizzazione delle attività produttive locali: dall’altra puntare sull’inclusione degli immigrati (in Italia oltre 600 mila irregolari), da considerare non come un onere ma come una risorsa acquisita. Per citare infine R. Bregman: «I confini sono la maggiore causa singola di discriminazione in tutta la storia mondiale… Forse tra un secolo o giù di lì potremo guardare ai muri come oggi guardiamo alla schiavitù e all’apartheid».

SCONFIGGERE LA POVERTA’ ED ESSERE PIU’ LIBERI: SI PUO’, SECONDO BREGMAN

17 dicembre 2017

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L’utopia di Bregman è molto coinvolgente e convincente. Ma solleva nondimeno molti quesiti.

Prevedere è impossibile, ma è naturale e necessario immaginare storie del futuro. È stato un leit motiv della mia attività professionale sugli scenari economici e la gestione strategica di imprese e istituzioni. Per questo mi sono ritrovato subito nell’affermazione di Rutger Bregman, nel suo Utopia per realisti (Feltrinelli, 2017): «Questo libro non è un tentativo di prevedere il futuro. È un tentativo di aprire le porte al futuro».

Altrettanto mi accade per due argomenti a cui ho dedicato diversi articoli su questa rivista: il lavoro e le disuguaglianze.

In uno di questi, dal titolo Lavorare meno, lavorare tutti. Vale ancora? del 3 dicembre  2011, scrivevo: «Se un marziano fosse informato del progresso tecnologico che ha caratterizzato la storia fin dalle origini, ma non vedesse ciò che avviene oggi realmente sulla terra, immaginerebbe una umanità che ormai lavorerebbe poche ore al giorno, e dedicherebbe tutto il resto del tempo ad attività piacevoli… Quello che vediamo noi terrestri è ben diverso: lavoro parossistico da una parte, disoccupazione dall’altra».

Perché milioni di persone vivono ancora in povertà quando siamo ricchi più che a sufficienza per eliminarla una volta per tutte?

Bregman dice cose analoghe, più mirate: «Perché dagli anni Ottanta del Novecento abbiamo lavorato sempre di più essendo ricchi come non mai? Perché milioni di persone vivono ancora in povertà quando siamo ricchi più che a sufficienza per eliminarla una volta per tutte?». E parte da una osservazione molto efficace: «Per circa il 99% della storia del pianeta, il 99% dell’umanità è stato povero, affamato, sporco, terrorizzato, stupido, malato e brutto». Le utopie, o almeno alcune di esse (quelle non ideologiche), hanno immaginato condizioni di benessere e di convivenza civile considerate impossibili ai tempi degli autori ma che oggi sono diventate realtà. E cita Oscar Wilde: «Il progresso altro non è che il farsi storia delle utopie».

Due sono le utopie che secondo Bregman sono oggi considerate impossibili, ma che potrebbero sin d’ora essere realizzate: un reddito universale di base erogato senza condizioni per tutti, e orari di lavoro vicini alla “profezia” che John M. Keynes aveva formulato per i suoi nipoti, cioè più o meno per i nostri figli, già negli anni Venti del secolo scorso: 15 ore settimanali, cioè tre ore al giorno per cinque giorni.

Bregman critica politiche sia di destra, anti-assistenziali, sia di sinistra, iper-assistenziali. Ma non propone un superamento di questa storica distinzione, una “terza via”. Propone piuttosto una strada da battere per una politica di sinistra adeguata alla realtà del terzo millennio, rispetto al welfare statico, triste, protettivo e condizionato ereditato dal secolo scorso. Non a caso ha ricevuto il plauso del compianto Zigmunt Bauman, a cui si deve il concetto della “società liquida”.

La mitizzazione del lavoro separato dai valori della vita umana, con il moltiplicarsi di lavori “burla”

Bregman mette in luce le grandi distorsioni che caratterizzano la società moderna: l’attenzione dedicata più ai dati quantitativi, a partire dal PIL, che a quelli qualitativi; la mitizzazione del lavoro separato dai valori della vita umana, con il moltiplicarsi di lavori “burla”; lamenta il dirottamento dei cervelli migliori da attività produttive ad attività inutili, come gran parte della finanza o del marketing; denuncia i compensi eccessivi per queste attività, e quelli invece insufficienti per attività essenziali, come l’istruzione o la nettezza urbana; ma critica anche la burocratizzazione e lo spreco di risorse per servizi e controlli destinati a sistemi di welfare farraginosi, con stuoli di assistenti sociali, formatori, ispettori, anche nella versione più moderna del workfare.

20171217 utopia coverSostiene che l’eliminazione della povertà avrebbe anche esiti economici positivi, perché elimina “la stupidità da povertà”, che non è altro che la riduzione del pensiero dei poveri alla sopravvivenza immediata. In sostanza, il principio molto predicato secondo cui conviene insegnare a pescare invece di dare un pesce a un povero, funziona solo dopo che il potenziale pescatore ha ricevuto il pesce necessario per sopravvivere e ragionare.

Particolarmente interessante è la sua netta opposizione a qualsiasi ostacolo alla libera circolazione degli umani (che peraltro rimangono per oltre il 95% nella terra natia). L’eliminazione di queste restrizioni, oltre a rivestire un valore di libertà, darebbe un enorme impulso all’economia e al benessere mondiale. Afferma che «i confini sono la maggiore causa singola di discriminazione in tutta la storia mondiale», e che «forse tra un secolo o giù di lì potremo guardare ai muri come oggi guardiamo allo schiavismo e all’apartheid».

A conclusione della sua analisi, Bregman si chiede che cosa impedisca di procedere ulteriormente nell’adozione del reddito universale di base per tutti senza condizioni, e di orari di lavoro ridotti come conseguenza del progresso tecnologico, come vie per la sconfitta della povertà.

A suo parere, la causa primaria sta nella cultura  dominante, caratterizzata dalla mancanza di fiducia nella capacità di autodeterminazione delle persone. È infatti ancora diffusa l’idea secondo cui gli uomini, senza una tutela, non sarebbero capaci di un uso razionale e saggio di soldi ricevuti senza condizioni, e di vivere un tempo libero non ozioso e vizioso. «La destra teme che la gente smetta di lavorare, e la sinistra che non sia in grado di scegliere da sola. Ma per lo più la gente vuole lavorare, ed è in grado di gestirsi da sola».

Bregman fornisce ampie e documentate prove della inconsistenza di queste convinzioni. Dimostra che le risorse economiche minime procurate alle persone meno abbienti vengono di norma e necessariamente destinate ai bisogni primari, come il cibo, la disponibilità di un tetto, l’abbigliamento, la salute, la cura dei figli, l’istruzione. Dimostra che spesso i comportamenti devianti (alcolismo, gioco d’azzardo, tivu-dipendenza, eccetera) si correlano più con gli orari di lavoro eccessivi che con la maggiore disponibilità del tempo libero. E che ci sono prove secondo cui orari di lavoro esecutivo e ripetitivo troppo lunghi sono correlati con un calo di produttività e un aumento di danni fisici e psicologici.

Ci sono prove secondo cui orari di lavoro esecutivo e ripetitivo troppo lunghi sono correlati con un calo di produttività e un aumento di danni fisici e psicologici.

La cultura dominante è frutto per lo più di ignoranza, della scarsa conoscenza o addirittura del rifiuto di accettare evidenze scientificamente supportate. Ma non è solo questione di ignoranza: è provato che le persone istruite sono più radicate degli altri nelle proprie convinzioni. E il grande John M. Keynes diceva: «Gli uomini pratici, che si credono pressoché immuni da influenze intellettuali, sono di solito schiavi di qualche economista defunto».

Occorre quindi lottare contro questo predominio culturale. E qui Bregman fa appello alla Politica, con la P maiuscola. Che non è, a suo parere, la bismarkiana “arte del possibile”, praticata abitualmente dai politici che cercano il consenso seguendo i sondaggi. Ma quella che «non parla di regole ma di rivoluzione… di rendere inevitabile l’impossibile».

Svelando il suo orientamento, Bregman afferma che «la Politica con la P maiuscola storicamente è stata sempre riserva di caccia della sinistra: “siate realisti, chiedete l’impossibile” era il grido di battaglia dei parigini del 1968». «Purtroppo, oggi la sinistra sembra essersi dimenticata l’arte della Politica. Ancor peggio, tanti pensatori e politici di sinistra tentano di mettere a tacere le idee radicali tra le proprie fila per timore di perdere voti. Ho cominciato a definire questo atteggiamento il fenomeno del “socialismo perdente”». E aggiunge: «Ma il più grosso problema del socialismo perdente è che è noioso. Barboso… promette un paradiso triste».

Il più grosso problema del socialismo perdente è che è noioso. Barboso… promette un paradiso triste

L’utopia di Bregman è molto coinvolgente e convincente. Ma solleva nondimeno molti quesiti.

Prima di tutto quello del rapporto tra lavoro e tempo libero. Occorre tener presente che la distinzione riguarda il lavoro dipendente, e non quello autonomo, a cui si dedica, a mio parere, troppo poca attenzione. In Italia, secondo il censimento del 2011, Il rapporto tra lavoro autonomo e lavoro dipendente risultava intorno al 26%, praticamente un lavoratore autonomo su quattro; molto più alto che in paesi come la Germania e la Francia, (circa uno su dieci), e probabilmente ancora più alto se si considera il lavoro nero. È prevedibile che nel lungo termine la proporzione tra lavoratori autonomi e dipendenti aumenterà notevolmente, come conseguenza strutturale del progresso tecnologico.

Vi è poi  una vasta zona grigia, costituita da lavoratori formalmente autonomi ma in realtà in posizione subalterna rispetto ai loro “clienti”. Questo porta a pensare che l’introduzione del reddito minimo debba essere accompagnata da quella di una retribuzione oraria minima, sia per il lavoro dipendente che per quello autonomo.

Alla questione del rapporto tra lavoro e tempo libero è legata anche quella tra lavoro “alienato”, come fatica biblica, e lavoro come auto-realizzazione. Molto diversa è poi la situazione tra chi dispone di un maggior tempo libero come diritto acquisito o scelta personale, e chi, venendo licenziato, si trova a disporre di molto tempo libero forzato, con la conseguente crisi d’identità e d’immagine (ma anche, spesso, di ritrovamento di se stesso). Non vi è dubbio comunque che nella realtà attuale si pone il problema di ridurre la quantità di lavoro alienato, per ampliare e assuefare maggiormente le persone allo stato di libertà.

 

CALL CENTER

 

Qualche perplessità mi suscita la critica ai “lavori burla”, che riecheggia una visione ideologica, imparentata con l’anticonsumismo (ormai in declino come l’avversario, il consumismo) e con la decrescita felice. L’espressione richiama la distinzione tra attività produttive e attività improduttive o addirittura distruttive, che ritengo opinabile e variabile. L’evidente simpatia di Bregman per Oscar Wilde gli dovrebbe ricordare un’altra citazione di questo grande personaggio: «Toglietemi tutto, meno che il superfluo». Considero il mercato una delle espressioni ancestrali dell’umanità, e sono quindi per principio favorevole alla libertà degli umani nel produrre, scambiare e  consumare. Il che non significa affatto credere nella capacità di autoregolazione del mercato, che può e deve essere tutelato contro le sue deviazioni e degenerazioni, senza per questo soggiacere a schematismi ideologici. Per essere specifici, significa contrastare la finanza speculativa, fine a se stessa (quindi non tutta la finanza, “le banche”!). Significa rafforzare la lotta contro i monopoli, che uccidono il libero scambio. Significa gestire il sistema fiscale in modo articolato per favorire o scoraggiare specifiche produzioni e consumi. Significa bloccare la speculazione edilizia e il consumo di suolo, come condizione del recupero delle aree degradate. Significa favorire il passaggio progressivo alle fonti di energia pulite e rinnovabili. Significa utilizzare il potente mezzo dell’informazione per orientare produttori e consumatori verso comportamenti costruttivi e piacevoli.

L’avversario maggiore è la finanza fine a se stessa. Quando lavoravo in azienda, mi capitava di chiedermi perché un imprenditore dovrebbe farsi carico di tutte le difficoltà connesse con la gestione del personale, i rapporti con fornitori e clienti, gli oneri bancari e fiscali, ed esporsi ai rischi di una attività produttiva che può generare grandi guadagni ma anche gravi perdite, quando può ottenere rendite più sicure e consistenti semplicemente pagando degli operatori finanziari di alto livello? Il sistema finanziario attuale caccia gli imprenditori e li sostituisce con rentier. Un discorso analogo si potrebbe fare per il consumo del suolo libero come alternativa al recupero delle aree dismesse. È la vecchia e sempre valida legge di Gresham secondo cui la moneta cattiva caccia la moneta buona.

La vecchia e sempre valida legge di Gresham secondo cui la moneta cattiva caccia la moneta buona.

Anche gli argomenti di Bregman a favore della libera circolazione delle persone a livello globale, e quindi contro qualsiasi politica di ostacolo alle migrazioni induce a qualche riflessione, comunque non negativa. Questi argomenti sembrerebbero in contrasto con quelli che lamentano lo spopolamento di vaste aree del globo, e che propongono massicci aiuti allo sviluppo dei paesi di origine, come ad esempio una sorta di “Piano Marshall” per l’Africa. Ma se ben si guarda, il contrasto è solo apparente: libertà di circolazione e politiche di sviluppo dei paesi poveri si integrano vicendevolmente in una strategia  contro le disuguaglianze, puntando a una struttura  reticolare del mondo assecondata dai progressi nelle tecnologie dell’informazione.

Ma venendo al dunque, i veri, potenti ostacoli alla realizzazione dell’utopia realistica di Bregman hanno due nomi: potere e comunicazione.

 

CATENA DI MONTAGGIO MODERNA

 

In una delle sue più brillanti “Amache” pubblicata su la Repubblica il 5 dicembre scorso, Michele Serra si chiedeva: «Com’è possibile che un ricco, amico dei ricchi, capo di un governo di ricchi, sia riuscito ad arrivare alla Casa Bianca in qualità di vendicatore dei poveri operai disoccupati e delle povere casalinghe disperate?». Semplice: con il potere economico e politico sorretto da una manipolazione sistematica dell’opinione pubblica. Noi italiani ne sappiamo qualcosa: il successo di Donald Trump è per molti versi una replica di quello di Berlusconi: tutti e due affaristi (più che imprenditori) che hanno fatto i soldi con la speculazione edilizia, tutti e due che hanno utilizzato queste rendite per manipolare quote importanti dell’opinione pubblica.

Di fronte a questa realtà, la questione se sia più vincente o perdente una sinistra moderata o una sinistra radicale è forse mal posta. La questione è piuttosto quella del come costruire una sinistra capace di proporre e attuare una Politica (con la P maiuscola) esplicitamente orientata al contrasto alle disuguaglianze e alla povertà, ma nello stesso tempo capace di trasmettere al 90% della popolazione la consapevolezza che quella Politica consentirebbe di realizzare un mondo migliore per tutti. E più divertente.

Per farlo, occorre disporre di adeguato potere e potenza di fuoco mediatico. Che non sono esclusiva dei “nemici del popolo”. Occorre trovare ovunque le alleanze necessarie per battere l’uno o il dieci per cento dominante. Senza esclusioni ideologiche.

L’ECONOMIA TRA GUERRA E PACE

11 ottobre 2017

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In “Economia della pace”, il libro di Raul Caruso, l’autore sposa la visione di Kenneth Boulding: l’economia deve “superare il paradigma neoclassico in cui i sistemi di scambio costituiscono il tradizionale ed esclusivo campo di indagine della scienza economica”.

Perché ho raccolto il suggerimento di mio figlio Tommaso di leggere “Economia della pace” di Raul Caruso (Il Mulino, 2017)? Perché ho sempre creduto che “si vis pacem para pacem”, se vuoi la pace devi agire continuamente per averla, al contrario di quanto suggerisce l’antico detto romano  “si vis pace para bellum”, se vuoi la pace prepara la guerra. E perché mi ha sempre intrigato “Il terribile amore per la guerra”, per richiamare il titolo di un libro di James Hillman (Adelphi, 2005). Quanto ai temi di cui mi sono occupato in precedenza, del lavoro, delle disuguaglianze, delle relazioni tra economia e bellezza, non vi è dubbio che la scelta tra pace e l guerra abbia effetti rilevanti su di essi.

09b04a6cover26756Il testo è di difficile lettura per la complessità degli argomenti trattati, frutto di una ricerca di straordinaria ampiezza sulla letteratura economica che ha a che fare con il tema della pace. L’autore sposa la visione di Kenneth Boulding, economista che fu tra i fondatori della teoria dei sistemi, secondo cui l’economia deve “superare il paradigma neoclassico in cui i sistemi di scambio costituiscono il tradizionale ed esclusivo campo di indagine della scienza economica”. Deve invece allargare il suo interesse a un triangolo che comprende, oltre lo scambio, la coercizione (caso tipico: la rapina) e l’integrazione (caso tipico: il dono).

Dopo aver affermato che l’economia, e a maggior ragione quella della pace, “si arricchisce dei contributi provenienti da altre scienze sociali”, l’autore dichiara che “pilastro fondamentale dell’economia della pace è la classica distinzione tra attività produttive e improduttive”. In parole povere, la scelta tra il burro e i cannoni.

La premessa teorica apre la strada per una vasta disamina delle possibili relazioni tra conflitti da una parte e variabili economiche e sociologiche dall’altra. Queste relazioni  confermano in buona parte evidenze emergenti dalle vicende di diversi paesi, come ad esempio la cosiddetta “maledizione delle materie prime”, che collega la probabilità di guerre civili con le condizioni economiche di paesi poveri e dipendenti esclusivamente dalle produzioni e dalle quotazioni di particolari materie prime o agricole. I cambiamenti nelle produzioni e nei prezzi di questi beni aumentano le disuguaglianze, causando grandi rendite per pochi soggetti e povertà per le popolazioni.

Tuttavia dalle ricerche non emerge una relazione diretta tra conflitti e povertà. Come rileva l’autore, “La povertà non è un predittore di violenza politica se non nella misura in cui essa è percepita come ingiusta rispetto alle aspettative degli individui”. Da ciò lo stretto rapporto tra condizioni di guerra o pace e livelli d’istruzione.

Alcune ricerche hanno confermato la correlazione positiva tra disoccupazione e conflitti e negativa tra conflitti e sistemi sociali di welfare. Un alto livello di disoccupazione favorisce l’insorgere di conflitti, mentre l’esistenza di sistemi di welfare li rende meno probabili.

Nella sua parte centrale, il libro sembra dedicato più che all’economia della pace all’economia di guerra. Da questo punto di vista, Caruso lamenta che “l’assenza di un’analisi sistematica dei conflitti abbia – purtroppo – portato gli economisti a sottostimare il ‘peso improduttivo’ della violenza, sia collettiva che individuale”. E mette in luce la “presenza di un’economia permanente di guerra, seppur in assenza di un confronto bellico”. Nonostante ciò, ritiene ormai acquisita da parte della maggioranza degli economisti l’idea che le spese militari frenino lo sviluppo economico.

Spese militari e conflitti sono causa di impoverimento in quanto distorcono lo sviluppo del capitale umano, alienano da obiettivi produttivi le risorse destinate alla  ricerca, favoriscono comportamenti speculativi e corruzione, incidono negativamente sulla produttività, provocano squilibri di bilancio attraverso una crescita incontrollata del debito pubblico.

Gli effetti devastanti dei conflitti si prolungano poi nei periodi successivi

L’autore dedica una particolare attenzione agli effetti delle spese militari e dei conflitti sul capitale umano, che “ha un ruolo primario per lo sviluppo di lungo periodo”. Spese militari e conflitti hanno un effetto dirompente sulla continuità sinergica dell’apprendimento degli esseri umani nei diversi stadi della vita. A partire dalla prima età: il drop-out dei bambini dal percorso scolastico in caso di conflitti preclude l’apprendimento di abilità cognitive e socio-emotive acquisibili solo a quell’età. Anche il servizio militare ha un effetto distorsivo sulla formazione del capitale umano. Inutile dire degli effetti di un conflitto armato in termini di perdite umane nel fiore degli anni. Ma gli effetti devastanti dei conflitti si prolungano poi nei periodi successivi, in termini di difficoltà di riconversione delle competenze dalle attività militari alle civili, di disoccupazione e di salari più bassi dei reduci, di salute e invalidità e conseguenti spese sanitarie e assistenziali,  di disadattamento, di criminalità.

L’autore contesta inoltre la “fiducia acritica nei benefici tecnologici da un sistematico investimento in armamenti”. Rileva che Internet non è nato, come molti ritengono, nell’ambiente militare, bensì in quello universitario per la condivisione dei risultati delle ricerche scientifiche. Al contrario, il segreto che avvolge le tecnologie militari tende a rallentare la loro conversione in attività produttive. Le spese militari hanno anche effetti negativi sulla produttività. Cita il Giappone, la cui alta produttività è stata dovuta anche alle limitazioni impostegli dai trattati di pace in fatto di spese militari.

Inoltre, quello che è stato chiamato il “complesso militare-industriale”, essendo sottratto in gran parte all’economia di mercato o costituendo comunque un mercato non trasparente, è anche esposto a manovre di lobby, a fenomeni di corruzione, oltre a favorire rendite monopolistiche. Dalle ricerche emerge in particolare una correlazione tra corruzione ed espansione della spesa militare. La maggiore diffusione di armi da fuoco è associata con una maggiore intensità di morti violente, omicidi, suicidi e altre forme di violenza. L’aumento delle spese militari è anche associato a un peggioramento della qualità del governo e delle istituzioni.

Sulla base di questa estesa disamina dei risultati delle diverse ricerche, Caruso formula una serie di indicazioni per la realizzazione di una economia di pace.

Prende atto del fatto che non è possibile proporre un’economia completamente irenica, priva di spese militari e conflitti. Le scelte in materia di economia di pace debbono fare i conti anche con condizionamenti esterni, come alleanze o controversie internazionali, che comunque comportano, se non conflitti, la destinazione di risorse economiche a spese militari. “È il bilanciamento tra attività produttive e improduttive, dichiara, a determinare il risultato economico di una società”.

L’affermazione di John M. Keynes, secondo cui le scelte politiche di oggi vengono spesso fatte sulla base di teorie superate di ieri.

Auspica comunque un maggiore impegno politico-civile degli economisti per smascherare le idee sbagliate sulle spese militari. Cita l’affermazione di John M. Keynes, secondo cui le scelte politiche di oggi vengono spesso fatte sulla base di teorie superate di ieri. Purtroppo, osserva Caruso, vi sono molti “economisti-imprenditori” che invece di orientare i politici di cui sono consiglieri verso strategie di lungo termine, ne assecondano i comportamenti opportunistici, alla ricerca del loro favore e del consenso di breve termine.

La proposta che a me sembra particolarmente interessante è quella di stabilire un rapporto tra spese militari e spese per l’istruzione tendenzialmente più favorevole alle seconde.

Caruso crede nell’importanza degli accordi multilaterali internazionali e globali. Tra questi include ovviamente l’impegno di tutti per una politica di disarmo universale. Auspica inoltre accordi internazionali per ridurre e regolare la produzione di armi e sistemi di difesa e il loro commercio. Ritiene necessario inoltre (America non docet!) una limitazione e un controllo rigoroso sul possesso di armi.

Nell’ottica delle politiche economiche internazionali, Caruso propone interventi diretti a favorire lo sviluppo dei paesi poveri, cercando di promuoverne la diversificazione produttiva per ridurne la dipendenza da singole materie prime o agricole. Per quanto riguarda queste ultime, occorre creare le condizioni per la stabilizzazione dei prezzi. Nel breve termine, gli interventi mirati di peace keeping hanno dimostrato una correlazione positiva con la crescita economica di un paese afflitto da guerra civile.

Più in generale, ritiene necessario favorire le interdipendenze economiche su basi multilaterali piuttosto che bilaterali, rafforzando le istituzioni internazionali come sedi in cui regolare e comporre le eventuali controversie. L’obiettivo della pace dovrebbe essere anche introdotto tra i principi guida degli scambi commerciali internazionali, e la pace dovrebbe essere posta non solo come obiettivo di sicurezza, ma anche come bene pubblico globale da preservare e promuovere.

È interessante la visione politica che ispira Caruso, anche nell’ottica, quanto mai attuale, che vede la crisi dei tradizionali stati-nazione, l’insorgere di rivendicazioni indipendentiste e le difficoltà delle istituzioni internazionali (dai casi  Brexit, Catalogna, Kurdistan, ai problemi dell’UE e dell’ONU). Premesso che gli stati autoritari sono la negazione dell’economia della pace, che è associata invece positivamente con i sistemi democratici, Caruso esprime una visione autonomista di questi ultimi. Ritiene cioè più confacenti ad una economia di pace i sistemi di democrazia decentrata, “consensuale”, rispetto a quelli di democrazia maggioritaria.

Il vasto e acuto excursus di Caruso sull’economia della pace, e le apprezzabili proposte che ne trae, suscitano comunque domande che, come egli stesso dichiara, chiamano gli economisti a ulteriori ricerche. Ricerche che implicheranno ancora una crescente integrazione tra l’economia e altre scienze sociali, come la psicologia e la sociologia, senza dimenticare l’esperienza storica.

Un primo argomento su cui avanzerei domande è quello del confine tra attività produttive e improduttive. Le attività economiche acquistano evidentemente valore (e disvalore?) in relazione ai bisogni e desideri degli uomini. Se in un dato periodo le persone avvertono un maggiore bisogno di sicurezza, gli investimenti e le spese in inferriate alle finestre e in vigilantes saranno da attribuire ad attività produttive o improduttive? Caruso propone, tra il burro e i cannoni, una terza categoria di prodotti che chiama “gelati”, ma confesso di non averne capito bene la natura.

Oggi assistiamo a una crescente domanda di sicurezza

Oggi assistiamo a una crescente domanda di sicurezza, causata dalla paura dell’immigrazione, dalle notizie sulla criminalità, dalla sensazione della presenza di un nemico pervasivo. Questa domanda è alimentata da una diffusa disinformazione, ad esempio sulla criminalità, la cui percezione è superiore all’evidenza statistica ed è cavalcata da demagoghi e presumibilmente da interessi economici che prosperano sulle spese militari. Che fare? Non vedo altri antidoti a queste derive verso la violenza se non una informazione obiettiva, responsabile e influente, la diffusione dell’istruzione e della partecipazione civile, governi e leadership autorevoli, riduzione visibile delle disuguaglianze inique e della povertà.

Un aspetto che mi sembra da approfondire è quello che Hillman ha chiamato “un terribile amore per la guerra”. Forse questo “amore” fa parte di un più vasto sentimento degli uomini, che è l’opposto del desiderio di sicurezza. Usando un termine che Hillman stesso riprende da Kant, lo chiamerei “aspirazione al sublime”: la pulsione ad uscire dalla noia, del tran tran quotidiano, dalla triste e vecchia promessa socialdemocratica di una tranquillità passiva “dalla culla alla bara”. Questo amore si traduce nel desiderio di assistere e al limite di partecipare a eventi calamitosi, a vicende intessute di sesso e violenza (Hillman risale addirittura al rapporto extraconiugale tra Ares e Afrodite) , a combattimenti, a guerre. E nell’ammirazione irrazionale per la “bellezza” delle armi, dalle pistole ai kalashnikov ai carri armati ai missili, Non è mancato chi ha esaltato la guerra come “sola igiene del mondo”.

Queste pulsioni includono il gusto della competizione, insito nell’animo umano. Ho sempre pensato che gli antidoti più efficaci contro la guerra siano i commerci e le competizioni sportive internazionali, che quindi sono da incentivare in modo sistematico e regolato. A cui aggiungerei le attività creative, artistiche e imprenditoriali, in quanto “devianti” rispetto al quieto vivere.

La domanda di bellezza, dalle opere d’arte agli scenari  naturali, è molto superiore all’offerta.

La proposta di Caruso di stabilire un giusto rapporto tra spese militari e spese per l’istruzione, tendenzialmente favorevole a quest’ultimo, è più che auspicabile. Ma non si può non riflettere sull’avvento del nazismo in Germania, un paese tra i più avanzati nella diffusione dell’istruzione e persino del civismo. Questa riflessione porta  ad attribuire importanza non solo all’istruzione, ma alla cultura in generale. “La bellezza salverà il mondo”, affermò Dostoevskij, che di bene e di male se ne intendeva. Come ho avuto occasione di osservare, la domanda di bellezza, dalle opere d’arte agli scenari  naturali, è molto superiore all’offerta. Un aumento di quest’ultima forse contribuirebbe al mantenimento della pace.

Un’attenzione particolare merita il chiaro orientamento di Caruso a favore di sistemi democratici autonomisti, elemento fondamentale dei quali è l’autonomia fiscale. Questo orientamento deriva evidentemente dalla constatazione e convinzione che l’inclusione e la partecipazione attiva dei cittadini al governo della cosa pubblica sia un potente antidoto contro la guerra.

Un sistema pluralista accentua la competizione, che implica di per sé una tendenza verso la disuguaglianza.

Caruso sa bene che le democrazie pluraliste presentano due problemi: quello dell’eguaglianza e quello dell’efficienza. Un sistema pluralista accentua la competizione, che implica di per sé una tendenza verso la disuguaglianza. Esso richiede quindi importanti strumenti di garanzia contro le esclusioni e le povertà. È anche noto che le democrazie pluraliste sono nel breve termine meno efficienti di quelle maggioritarie. Al contrario, come già rilevava Tocqueville nel suo studio della democrazia americana, nel lungo termine il pluralismo è vincente non solo politicamente ma anche economicamente. Ma il problema sta proprio nel come far si che classi dirigenti ed opinione pubblica riflettano e agiscano sui problemi in modo sistemico e di lungo termine. Il che porta di nuovo il discorso sui problemi della comunicazione, della leadership, del consenso, di una cittadinanza attiva.

PRODI: COME RIBALTARE UN PIANO INCLINATO

18 luglio 2017

Nel mio excursus sul tema della disuguaglianza ho sinora esaminato le analisi e le proposte di diversi economisti (Piketty, Deaton, Stiglitz, Atkinson) non direttamente impegnati in ruoli politici. Questa volta proporrò l’esame delle idee di Romano Prodi, che oltre ad essere un economista di vaglia, ha ricoperto importanti incarichi politici nazionali e internazionali, come Presidente del Consiglio italiano e Presidente della Commissione Europea.

L’occasione è la pubblicazione di un suo denso libro-intervista  dal titolo significativo: “Il piano inclinato” (Il Mulino, 2017, p. 160).  Significativo, perché Prodi denuncia senza infingimenti  i mali del nostro Paese, a partire dalla criminalità e dall’evasione fiscale, e i diversi aspetti di arretratezza nei confronti di altri paesi occidentali e non. Mali che potrebbero far scendere il nostro Paese ancora  più in basso.

Così come Atkinson ha proposto  un nuovo welfare  adeguato al nuovo millennio per il Regno Unito, con uno sguardo ai cambiamenti globali, Prodi propone per l’Italia una via alla “crescita inclusiva”, anche in questo caso ( (more…)