Archive for the ‘Economia e dintorni’ Category

PRODI: COME RIBALTARE UN PIANO INCLINATO

18 luglio 2017

Nel mio excursus sul tema della disuguaglianza ho sinora esaminato le analisi e le proposte di diversi economisti (Piketty, Deaton, Stiglitz, Atkinson) non direttamente impegnati in ruoli politici. Questa volta proporrò l’esame delle idee di Romano Prodi, che oltre ad essere un economista di vaglia, ha ricoperto importanti incarichi politici nazionali e internazionali, come Presidente del Consiglio italiano e Presidente della Commissione Europea.

L’occasione è la pubblicazione di un suo denso libro-intervista  dal titolo significativo: “Il piano inclinato” (Il Mulino, 2017, p. 160).  Significativo, perché Prodi denuncia senza infingimenti  i mali del nostro Paese, a partire dalla criminalità e dall’evasione fiscale, e i diversi aspetti di arretratezza nei confronti di altri paesi occidentali e non. Mali che potrebbero far scendere il nostro Paese ancora  più in basso.

Così come Atkinson ha proposto  un nuovo welfare  adeguato al nuovo millennio per il Regno Unito, con uno sguardo ai cambiamenti globali, Prodi propone per l’Italia una via alla “crescita inclusiva”, anche in questo caso ( (more…)

EURO SI, NO, NI. LA PAROLA A STIGLITZ

3 aprile 2017

20170403 euro

Ormai da molto tempo l’opinione pubblica e i capi che la seguono (questi non sono tempi di leader, ma di capi-popolo!) hanno messo  l’euro tra gli argomenti più scottanti, attribuendo alla nuova moneta tutti le colpe o i meriti del mondo, assumendo posizioni radicali e semplicistiche nei suoi confronti: euro si, euro no. In questa contesa, ognuno ha cercato di portare a sostegno delle proprie posizioni personaggi autorevoli. Tra questi, un ruolo di spicco ha assunto Joseph E. Stiglitz, premio Nobel per l’economia, che i sostenitori del “no” hanno eretto tra i loro maggiori referenti. È quindi utile andare a leggere  in presa diretta cosa egli pensa dell’euro.

Lo ha spiegato in modo più che esauriente nel suo ultimo libro The Euro. How a common currency threatens the future of Europe, W. W. Norton & Company Ltd, London, 2016.  (in uscita con Einaudi la  traduzione in italiano il 4 aprile prossimo). Come anticipa  lo stesso titolo, (se vuoi, prosegui la lettura su Vorrei) il giudizio di Stiglitz sull’euro si può riassumere così: la moneta unica è stata mal pensata e male attuata. Tuttavia, questo giudizio non comporta una posizione di Stiglitz contro l’unità dell’Europa: al contrario, questa è da preservare e da perseguire. Le vicende dell’euro non debbono quindi metterla in forse. Tornare indietro, alle monete nazionali, potrebbe essere possibile ma molto rischioso. E’ preferibile procedere verso l’unità politica dell’Europa, modificando la moneta unica in modo da farne un riferimento non rigido, com’è attualmente, ma flessibile.

La critica maggiore che Stiglitz muove  alla creazione dell’euro è che la decisione di adottare una moneta unica avrebbe dovuto seguire, e non anticipare,  adeguati progressi  nella integrazione politica dei paesi aderenti, ed essere  meno calata dall’alto, più democratica. In questo quadro, sarebbe stato  necessario un   comune governo dell’economia  a livello europeo. orientato alla piena occupazione e a una crescita  basata  dalla riduzione delle disuguaglianze.  A suo parere l’euro è influenzato dal liberismo economico dominante, nonostante che  “in gran parte del mondo c’è una crescente comprensione  del fatto che l’ideologia della destra ha fallito, e altrettanto le dottrine economiche del neoliberalismo”.  In particolare, dalla teoria secondo cui  la lotta alla disuguaglianza può essere attuata solo perseguendo prima la crescita economica. Stiglitz sostiene la teoria opposta (che condivido pienamente), secondo cui  è proprio la lotta alla disuguaglianza, basata sul sostegno alla domanda dei ceti poveri e meno poveri,  che può portare a  una crescita maggiore e condivisa.

Un’altra critica di particolare rilievo è che la moneta unica costituisce una gabbia rigida per i paesi in calo di competitività rispetto agli altri, con conseguenze destabilizzanti sulle loro bilance commerciali e quindi sulla loro stabilità economica e politica: gli impedisce cioè di usare la svalutazione della propria moneta per tornare competitivi, rilanciando produzione e occupazione.

Nel mirino di Stiglitz è particolarmente il sistema bancario. Non solo la creazione di moneta attraverso il credito è scarsamente controllata dalla BCE (Banca Centrale Europea), ma il  credito è indirizzato  più all’acquisto di beni stabili   che alle  attività produttive e alle famiglie, e pertanto non crea sviluppo e occupazione. Inoltre è esoso, ai limiti dell’usura. Inoltre  le banche impongono  alti prezzi su  servizi (come le carte di credito) il cui costo tende a zero grazie alla digitalizzazione. Considerata la cattiva prova della delega al settore privato dell’esercizio del credito, Stiglitz è chiaramente favorevole a un sistema bancario pubblico o comunque a vincoli più rigidi sulla gestione privata delle banche, resi possibili dall’informatizzazione.

La critica di Stiglitz a molti aspetti e difetti  della moneta unica è difficilmente contestabile, anche se può apparire eccessivamente radicale, dando maggior risalto agli aspetti negativi rispetto a quelli    positivi (ad es. l’eliminazione degli ingenti costi e rischi di cambio). Egli porta a sostegno della propria tesi il confronto con altri paesi europei che non hanno aderito alla moneta unica, dimostrando che i risultati di questi ultimi in termini di crescita del prodotto e di occupazione sono stati migliori. Ma ovviamente non si può sapere quale sarebbe stato l’andamento dei paesi aderenti all’euro se si fossero conservate le vecchie monete nazionali.

Altri economisti, come Romano Prodi,  contestano le sue tesi, affermando che Stiglitz attribuisce all’euro molti dei guasti causati dalla crisi finanziaria globale e dalla miscela esplosiva  tra progresso tecnologico e finanziarizzazione dell’economia, causa principale della crescente  disuguaglianza.

Occorre poi tener presente il clima che ha portato alla decisione dell’introduzione dell’euro. L’esperienza dell’unità europea si è basata storicamente sull’anticipo delle scelte  economiche rispetto a quelle miranti all’unità politica: dalla CECA (Comunità Europea  del Carbone e dell’Acciaio) del 1951, alla CEE (Comunità Economica Europea) del 1957, che ha generato il mercato comune e ha portato nel 1992, con il Trattato di Maastricht, all’attuale UE (Unione Europea). In parallelo con l’adozione dell’euro era inoltre in gestazione la costituzione europea, poi bocciata in modo imprevedibile dai referendum francese e olandese.

Quanto alla rigidità dell’euro, occorre ricordare che  tra gli obiettivi  dell’adesione dell’Italia alla moneta unica  vi  era proprio quello di abbandonare la politica delle svalutazioni competitive di corto respiro,  che premiavano l’inefficienza di molte imprese facendola pagare ai risparmiatori. Si riteneva che con la moneta unica il sistema produttivo italiano avrebbe dovuto accettare la sfida dell’innovazione e della produttività. E da questo punto di vista, i risultati per l’Italia sono in chiaroscuro, ma con molto più chiaro che scuro. E’ vero che il settore manifatturiero italiano  è stato falcidiato, come del resto quello di altri paesi. Ma questo è per lo più dovuto non all’euro, ma al processo globale di riduzione del settore secondario (produzione di beni) rispetto al settore terziario (produzione di servizi). E del resto, la manifattura italiana ha tenuto il passo delle innovazioni, competendo tuttora con i quattro o cinque maggiori produttori mondiali in  settori come quelli delle macchine utensili, della robotica, della farmaceutica (l’Italia non è solo turismo e alimentare!), e raggiungendo nel 2016 il record storico di un attivo della bilancia commerciale di 51,6 miliardi, di cui 11,7 con i paesi dell’UE (dati Istat).

Per superare i guasti causati  dall’euro, Stiglitz propone una politica economica di vasto respiro: un insieme di sette  riforme strutturali e due anticrisi. (vedine la sintesi nella scheda allegata).

 

20170403 Joseph Stiglitz

 

Tra le prime l’unione bancaria, la mutualizzazione del debito, un insieme di regole  e di meccanismi anche automatici per ridurre gli squilibri tra i diversi paesi, una politica di convergenza che scoraggi i surplus (in particolare quello commerciale della Germania), e riforme decisamente finalizzate  al pieno impiego e a una prosperità condivisa. Le politiche anticrisi  dovrebbero a loro volta puntare su una differenziazione e flessibilità degli interventi nei diversi paesi, e alla fine prendere in considerazione la ristrutturazione del debito  pubblico.

Stiglitz è consapevole del fatto che le sue proposte incontrerebbero ostacoli proprio dal punto di vista politico (“mentre penso che questa agenda per rendere funzionante l’euro sia del tutto fattibile, è molto probabile che non verrà attuata”). Prospetta allora tre alternative: continuare con la politica del tirare a campare (“muddling through”), creare un euro flessibile, o puntare su un divorzio “il più possibile amichevole”.
Dopo aver esaminato l’ipotesi del divorzio in ogni dettaglio, Stiglitz si orienta  sulla scelta dell’euro flessibile, che peraltro utilizza  alcune tecnicalità del divorzio. Per formularla, Stiglitz   parte dalla storia dell’evoluzione della moneta: dalla moneta metallica, legata a oro e argento, si è passati a quella cartacea, “piatta”, non più legata  alle vicende del metallo,  ed ora a quella del giorno d’oggi,  utilizzata  progressivamente per tutte le transazioni: la moneta  elettronica, virtuale. Dice Stiglitz: “I biglietti di banca, quei buffi pezzi di carta con l’immagine di personaggi o monumenti famosi stampati sopra, sono per lo più un relitto del passato”. Con la moneta elettronica egli ritiene possibile affiancare ai pagamenti in euro per le transazioni internazionali “un sistema grazie al quale i pagamenti verso e dall’estero potrebbero essere bilanciati: gli esportatori riceverebbero dei buoni (“chits”) in aggiunta agli euro locali, e gl’importatori dovrebbero acquistare un corrispondente numero di buoni, in aggiunta ai pagamenti per i beni acquistati. Il sistema dei buoni, commerciabili, consentirebbe di equalizzare il valore delle importazioni con quello delle esportazioni”. A prima vista, sembra un sistema di dazi non rigidi, ma flessibili e automatici, capaci di annullare o almeno contenere avanzi e disavanzi delle bilance commerciali dei paesi dell’eurozona.  Funzionerebbe? Sarebbe compatibile con un  sano mercato,  quello che gli economisti chiamano “concorrenza imperfetta”, espressione di libertà e produttore di ricchezza, continuamente insidiato dai due estremi del monopolio e del protezionismo, del liberismo e dello statalismo?

Nella prefazione al libro Stiglitz aveva definito l’integrazione dell’Europa come  “uno straordinario (tremendous), importante progetto”. Gli ultimi paragrafi, prevalentemente di natura politica, sono dedicati con passione al salvataggio del progetto, con espressioni del tipo: “Non sono tempi, questi, in cui l’Europa può permettersi di essere disunita ed economicamente debole”. “La voce dell’Europa, con i suoi valori, deve essere ascoltata… e non verrà ascoltata se in essa non vi sarà una prosperità condivisa”. E nelle conclusioni  estende  questo auspicio anche all’euro:  “Questo libro ha mostrato che l’euro può essere salvato, che deve essere salvato, ma salvato in modo da creare quelle prosperità e solidarietà che facevano parte delle sue promesse”.

In questi tempi di rigurgiti “sovranisti”, e  dopo la Brexit, un barlume di rilancio del sogno europeo sembra essersi  acceso con  la  recente Dichiarazione di Roma nel 60esimo dei Trattati che hanno avviato il processo di unità europea, firmata da tutti i  27 paesi dell’Unione.   Questo atto formale sembra avere una carica fondativa che ne fa quasi il  primo atto costituzionale di una futura federazione. La ragionevole scelta di una evoluzione differenziata verso questo obiettivo, a più velocità secondo i diversi passi dei diversi paesi e senza chiusure, potrebbe  consentire di riprendere  quello che sarà  comunque un lunghissimo, ma positivo  cammino.

 

 

COME CREARE UN’EUROZONA CHE FUNZIONI
(Secondo Joseph E. Stiglitz)

 

RIFORME STRUTTURALI:

1. Una Unione Bancaria: non solo supervisione, ma anche assicurazione dei depositi e comuni procedure di salvataggio delle banche in crisi.
2. Mutualizzazione del debito: emissione di eurobonds da vincolare  a investimenti produttivi e a interventi di rilancio di paesi in difficoltà.
3. Un sistema comune per la stabilità, finalizzato allo sviluppo e all’occupazione dei singoli paesi .  I vincoli di Maastricht sono destabilizzanti: occorre fare il contrario: 3.1 Distinguere le spese per investimenti da quelle correnti; 3.2 Creare un fondo di solidarietà per sostenere i disoccupati, aiutarli  a ritrovare un lavoro, facilitare il credito alle piccole e medie aziende, potenziando la BEI (Banca Europea per gli Investimenti);  3.3 Stabilizzatori automatici, come l’immissione automatica di moneta, l’assicurazione sulla disoccupazione, la progressività delle imposte; 3.4 Flessibilità nella concessione del credito, con tassi differenziati a favore dei paesi in crisi; 3.5 Prevenire gli eccessi,  utilizzando gli strumenti esistenti o creati  per evitare o contenere le bolle finanziarie, specie immobiliari. 3.6 Stabilizzare le politiche fiscali, orientando gli investimenti verso la scuola, la ricerca di base, l’ambiente, traendo le risorse da una maggiore progressività delle imposte, e quindi con l’intervento dello stato.
4. Una politica di reale convergenza – Verso un riallineamento strutturale. 4.1 Scoraggiare i surplus delle bilance commerciali; 4.2 Politiche salariali e fiscali espansive nei paesi in surplus; 4.3 Invertire le altre politiche divergenti. Rilanciare le politiche industriali statali e gli investimenti nelle  infrastrutture.
5. Una struttura dell’Eurozona che promuova il pieno impiego e la crescita per tutta l’Europa – Macroeconomia. Ampliare i compiti della BCE (Banca Centrale Europea), per servire effettivamente la società attraverso la destinazione del credito alle attività produttive, e non ad acquisti  sterili e a tesaurizzazione.
6. Assicurare il pieno impiego e la crescita in tutta Europa. 6.1 Destinare gli investimenti ad impieghi di lungo termine, come le infrastrutture e il progresso tecnologico; 6.2 Riformare il governo delle imprese. Ridurre le risorse destinate a dirigenti e azionisti e aumentare quelle destinate a retribuzioni decenti e a investimenti per il futuro dell’impresa. Maggiore trasparenza gestionale; 6.3 Norme per risolvere velocemente i casi di fallimento, con remissione  e ristrutturazione del debito (un Chapter 11 degli USA potenziato); 6.4 Promuovere gl’investimenti per l’ambiente. Non basta una crescita alta, occorre una crescita compatibile, penalizzando la produzione di CO2.
7. Un impegno alla prosperità condivisa. Contribuire a combattere l’aumento della disuguaglianza in atto su scala mondiale, contrastando la competizione fiscale tra i paesi europei, la riduzione delle tasse a scapito  degli investimenti e servizi pubblici.

 

RIFORME PER LA GESTIONE DELLE CRISI

1. Dall’austerità alla crescita. 1.1 Conoscere i  limiti della politica monetaria. Uso concertato e articolato della politica fiscale, secondo le esigenze specifiche dei singoli paesi, puntando sulla sussidiarietà (autonomia sostenuta); 1.2. Riconoscere il principio del moltiplicatore della politica di bilancio: aumentando le tasse in parallelo con l’aumento dei servizi sociali, e articolando il sistema fiscale (ad es. aumentando i sussidi alle  classi povere tassando le eredità dei ricchi) l’incremento del PIL può essere un multiplo della maggiore spesa pubblica.
2. Verso la ristrutturazione del debito. Quando necessario (es. Grecia, Argentina), la ristrutturazione del debito deve essere rapida e profonda. La trasformazione del  debito in titoli di stato può stimolare la ripresa dopo it dissesto. “La ristrutturazione dei debiti è parte essenziale del capitalismo”.

ZUCKERBERG, GATES, BONO. E DEL BUONISMO.

5 marzo 2017

 

20170305 facebook

Recentemente  sono stati diffusi  un documento e un’intervista che hanno molto in comune pur nella loro diversità, e che si prestano a considerazioni di qualche interesse da diversi punti di vista: economico, politico, etico.

Il documento è una lettera  intitolata  “Building Global Community” che Mark Zuckerberg ha “postato”  sul social network da lui creato, Facebook, rivolgendola ai quasi due miliardi di iscritti, il 16 febbraio scorso. L’intervista è stata fatta a Bill Gates, capo di Microsoft, e a Bono, superstar della musica rock, e pubblicata su una rete di grandi giornali europei, tra cui la  Repubblica il 23 febbraio 2017.

Nella sua lettera Zuckerberg descrive la visione che egli propone per il  futuro di Facebook. L’elemento fondamentale (prosegui la letura su Vorrei) di questa visione è costituito dall’obiettivo di  farne  non soltanto  un luogo d’incontro di comunità famigliari e amicali, ma addirittura  una infrastruttura al servizio della  società  globale. Egli vuole favorire   la partecipazione di milioni di persone alle scelte  politiche locali e globali che vada al di là del voto nell’urna una volta  tanto. I capitoli del documento parlano di una pluralità di comunità solidali e civicamente impegnate, e di una comunità  globale sicura, informata, inclusiva. “La mia speranza, egli dice,  è di costruire nel lungo termine una infrastruttura sociale per unire l’umanità… Tutte le soluzioni non arriveranno solo da Facebook, ma noi potremo giocare un ruolo, credo”. L’obiettivo, ribadisce,  è di “creare una comunità inclusiva globale… Facebook non è solo tecnologia e medium, è un comunità di gente”.

Nella loro intervista Bill  Gates e Bono hanno sintetizzato così  le  loro iniziative  partecipando alla  53° Conferenza sulla Sicurezza svoltasi a Monaco di Baviera in febbraio: “Il lavoro che viene realizzato dalla Gates Foundation ha a che vedere con miglioramenti nel campo della salute e dell’agricoltura; l’attività svolta da One (l’ONG creata da Bono, n.d.r.) è quella di supportare i politici pronti a fare la cosa giusta”. Il programma che hanno presentato alla Conferenza si ispira a  quelle che in inglese sono le tre E: education, employment, empowerment (educazione, occupazione, responsabilità). La loro attenzione è rivolta particolarmente all’Africa, perché ciò che accade in quel continente si riflette su tutto il globo in termini di guerre. rivolte e  migrazioni,  oppure di pace, convivenza tra diversi e benessere. Ma “la filantropia, dice Gates,  rappresenta una piccolissima parte dell’economia mondiale… Quando si tratta di operare sui grandi temi su vasta scala, come l’educazione delle ragazze, i sistemi per l’agricoltura, la stabilità, la giustizia, dipendiamo completamente dai governi”. E quindi è su di loro che occorre agire.
L’intervista a Gates e Bono è passata senza commenti. A differenza del documento di Zuckerberg, che ha suscitato molte reazioni. C’è chi l’ha visto come  il  “manifesto” per una candidatura alla presidenza degli USA dopo l’infausta vicenda Trump. Ma è difficile trovare tra i commenti  un apprezzamento  dell’impegno a favore della convivenza umana che lo caratterizza. Molti di essi  sono dominati da un sospetto, se non da un’accusa, di ipocrisia: belle narrazioni e  programmi, ma diretti a nascondere i comportamenti riprovevoli delle multinazionali della comunicazione di cui Zuckerberg, come Gates,  è tra  i massimi esponenti. Non fanno parte questi personaggi di quell’uno per cento che si appropria di gran parte della ricchezza del mondo? Non architettano operazioni finanziarie tali da eludere le tasse dei paesi nei quali operano? E soprattutto, non sono un pericolo per la democrazia, grazie al controllo pervasivo delle informazioni su miliardi di persone? E’ addirittura Il commentatore del Sole 24 Ore (L. Tre., 17/02/17) a concludere con la frase: “La stella polare  è Facebook. E un brivido ci corre in fondo alla schiena”.

Una conferma dell’esistenza di  questa “nuvola”  che pregiudica, nel senso letterale della parola,  qualunque espressione di idee e progetti  l’ho ritrovata nella  invettiva  che Roberto Saviano (la Repubblica, 25/02/2017)), seguito poi da Michele Serra (il giorno dopo), ha lanciato  sulla parola ““buonismo”. Dice Saviano: “Questa parola è diventata una specie di scudo contro qualsiasi pensiero ragionevole, contro qualsiasi riflessione in grado di andare oltre il raglio della rabbia e la superficialità del commento … Aboliamo questa parola. Qui non c’entra la bontà e non c’entra neanche il politicamente corretto, espressione abusata dagli stessi che usano la parola “buonista”, come sinonimo di una politica ipocrita che proclama i buoni sentimenti ma poi nel quotidiano fa pagare agli altri il prezzo della propria correttezza e si mantiene nel privilegio”.

A me la parola “buonismo” evoca  qualcosa di ancora più profondo. Nei Vangeli di Marco e Matteo  Gesù Cristo definisce il peccato contro  lo Spirito Santo come il più grave, al punto da non poter essere perdonato. Questo peccato consiste soprattutto nell’attribuire intenzioni maligne a chi propone  o compie azioni buone. (In questo senso, la nota frase popolare  “a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”,  fatta propria, secondo la vulgata,  da Giulio   Andreotti, fa di questo grande e discusso personaggio politico del passato  il Grande Peccatore della Prima Repubblica!).

Questo “peccato”  domina alla grande  gli attuali rapporti sociali, economici e politici, e  mina profondamente il sistema dei rapporti umani, sociali, economici, distruggendone il legame  fondamentale: la fiducia reciproca.

Io ho  adottato come regola di vita quella della fiducia negli altri. E l’esperienza mi ha insegnato  che a volte ci si sbaglia (e se ne paga lo scotto), ma per lo più “ci si azzecca”. La fiducia, per quanto claudicante, regge il mondo. E il praticarla rende anche più piacevole la vita.

E così faccio  credito  a personaggi come Zuckerberg e Gates delle attività e delle intenzioni da essi espresse, il che non implica affatto qualsiasi  sconto  per quanto riguarda i loro debiti e garanzie da fornire nei confronti dei contesti sociopolitici nei quali sono presenti con le loro corporate multinazionali. Ma non lo faccio solo per contribuire nel mio piccolo al clima di fiducia che credo essenziale per il consorzio umano a tutti i livelli. ma anche perché penso che questa fiducia sia uno strumento, forse l’unico, per battere gli interessi oscuri che operano contro la convivenza civile.

In un mio articolo precedente avevo posto un quesito:  perché è così difficile ridurre le disuguaglianze e le condizioni di deprivazione in cui si trovano milioni di persone, con  interventi come, ad esempio,  la tassazione delle rendite improduttive o la penalizzazione di attività finanziarie  fini a sé stesse? E la risposta era ed è:  i pochi che si avvantaggiano delle disuguaglianze sono  in una posizione di forza rispetto ai comuni mortali, grazie  alle ingenti risorse materiali e professionali possedute, tale da poter moltiplicare le proprie risorse e il proprio potere in un perpetuo circolo vizioso.

Come romperlo? Credo che una forza politica, ovviamente di sinistra,  che volesse riuscire a farlo, dovrebbe in primo luogo puntare sul  far   capire  alla maggioranza dei cittadini di qualsiasi ceto  il loro interesse ad  una politica rivolta a migliorare  le condizioni delle persone e dei contesti sociali più degradati, dalle  periferie globali a quelle urbane. Perché l’investire risorse per una politica di questo tipo  aumenterebbe le condizioni di sicurezza della convivenza civile più delle spese per le forze dell’ordine.  E soprattutto genererebbe uno sviluppo economico trainato dalla   soddisfazione dei bisogni fondamentali per la libertà degli esseri umani, cioè dalla domanda primaria insoddisfatta, dalla diffusione e non dalla concentrazione della ricchezza.   Un thrickle up (una risorgiva) reale, e non il  thrickle down (sgocciolamento) da fontane sterili, come sostenuto dai liberisti.

Non si tratta quindi di “sinistre orientate al centro”, cioè impegnate a conciliare le esigenze dei meno abbienti con quelli del ceto medio,  o costrette ad alleanze compromissorie con forze conservatrici egoistiche e miopi. Si tratta di superare le vecchie visioni ideologiche, le vecchie gabbie sia classiste che  interclassiste, e di unire  le forze orientate all’uguaglianza e al riscatto dei poveri ovunque si trovino.

Mi ha molto colpito una frase  di Bono, frutto dei suoi contatti nei luoghi più dilaniati dalle guerre:  “I militari sembrano essere più avanti dei propri capi nel ritenere che sia necessario investire nelle persone, nella prevenzione, invece che nell’intervento. Penso che ciò sia dovuto al fatto che loro sanno meglio di chiunque altro quale sia il prezzo da pagare in un conflitto”. E trovo molto efficace quest’altra sua dichiarazione: “Penso che il capitalismo sia una brutta bestia a cui vanno impartite istruzioni, un animale al quale è necessario insegnare a ricevere ordini su come comportarsi. Non possiamo consentirgli di dirci cosa fare. E invece penso che sia proprio ciò che sta accadendo ora. E’ in corso una fiammata ma credo che durerà poco. Tornerà un periodo in cui le persone si fideranno l’una dell’altra. La gente parla di post-verità, di post-fatti… È possibile che ora ci troviamo in un periodo di post-fiducia. Ma io penso che ricostruire la fiducia sarà molto importante”.

Dobbiamo raccogliere le forze di sinistra ovunque. Non regalare i Bill Gates, i Zuckerberg, e anche i Bono alle armate dei  Donald Trump.

(more…)

CULTURA ED ECONOMIA: CHI SERVE CHI?

25 gennaio 2017

20170125 Edmund Phelps

Nei miei articoli precedenti, ho cercato di approfondire l’argomento più importante dell’attuale sistema economico e della convivenza globale: la crescita delle disuguaglianze, e in particolare l’esclusione, la povertà.
Recentemente, su suggerimento del nostro direttore, ho spostato l’attenzione su un altro problema scottante: il rapporto tra economia e cultura. E ho commentato la tesi di Sandel, secondo cui l’economia sta inquinando ogni attività culturale, trasformando una economia di mercato in una società di mercato.
Ed ecco che mi capita di leggere un articolo di Ignazio Visco, Governatore della Banca d’Italia, che tocca lo stesso tema dei rapporti tra economia e cultura. La Banca d’Italia è una delle “grandi scuole” in cui si forma la nostra classe dirigente. Quello che dice il suo numero uno è quindi da valutare attentamente.
Visco auspica un aumento degli investimenti per la cultura, termine al quale dichiara di preferire “conoscenza”, superando la barriera che divide la cultura cosiddetta umanistica da quella tecnico-scientifica. E cita Benjamin Franklin, secondo cui “an investment in knowledge pays the best interest”.
Ma soprattutto si rifà ampiamente alle idee di Edmund Phelps, (leggi il seguito su Vorrei, oppure ^™) premio Nobel per l’economia nel 2006, espresse in un testo di grande successo, ma non ancora tradotto in Italia, dal titolo “Mass Flourishing, How Grassroots Innovation Created Jobs, Challenge, and Change” (Princeton University Press, 2013). Traduzione: “Fioritura di massa. Come l’innovazione dal basso ha creato lavoro, sfida e cambiamento”.
Di qui la mia lettura di Phelps, e la scoperta di essermi imbattuto, dopo quelle abituali di economisti “di sinistra” (Stiglitz, Rifkin, Sen, Piketty, Sandel, Latuche…), in un autorevole rappresentante e ispiratore della “destra”. Dopo una iniziale, riprovevole repulsione, mi sono ricordato che è utile sentire una campana diversa.
La tesi fondamentale di Phelps è che gli ultimi due secoli sono stati segnati da quella che egli definisce “economia moderna”, che ha consentito di elevare la qualità della vita dell’umanità a livelli mai prima raggiunti. L’economia moderna è stata caratterizzata da un grande dinamismo, che si è espresso in termini di creatività, gusto per l’auto-realizzazione e l’innovazione, accettazione del rischio, con riflessi positivi straordinari sulla produttività, l’occupazione, le retribuzioni; una cultura che ha progressivamente coinvolto vasti strati della popolazione nelle diverse nazioni, a partire da quelle occidentali.1
A suo parere, questa spinta si è esaurita negli ultimi decenni del XX secolo e nei primi del secondo millennio. Per spiegarne le cause, Phelps individua tre diversi sistemi economici: l’economia moderna, il socialismo, il corporativismo.

Di ciò che Phelps intende come “economia moderna” ho già detto. E nell’articolo continuerò a usare questa espressione, anche se (Phelps lo negherebbe) corrisponde molto a un termine ben più diffuso: capitalismo. Con il termine “socialismo” l’autore qualifica un sistema caratterizzato da una presenza totale o fortemente prevalente dello stato nell’economia. Definisce invece corporativo un sistema governato da una triade costituita dallo stato, la rappresentanza dei datori di lavoro e quella del lavoratori.

Phelps propone anche una successione temporale dei diversi tipi di economia: la vita  economica, prima dell’economia moderna, è stata caratterizzata dalla staticità, passata negli ultimi secoli dal feudalesimo al mercantilismo, da economie chiuse a un commercio di beni scarsamente innovativo. L’economia moderna si è affermata dalla fine del Settecento ai primi decenni dopo la seconda guerra mondiale. Il corporativismo si è invece sviluppato soprattutto tra le due guerre mondiali, in parallelo con l’economia moderna. Nato in Italia con il regime fascista, ha contagiato progressivamente il resto del mondo, e sta facendo registrare, secondo Phelps, un nuova fiammata negli ultimi decenni.

Phelps dedica molto spazio alla dimostrazione della superiorità dell’economia moderna rispetto agli altri sistemi, per la verità sfondando molte (anche se non tutte) porte aperte. Anche Churchill soleva dire che “la democrazia è la peggiore forma di governo, fatta eccezione per tutte le altre”. Il fatto è che di quel sistema Phelps mette in luce soltanto gli aspetti positivi, di lungo termine, trascurando i diversi incidenti di percorso, dai conflitti sociali, alle crisi economiche, a due guerre mondiali. E al colonialismo, che molto ha contribuito al benessere delle nazioni “madri patrie”. Dimenticando, per parafrasare J. M. Keynes, le centinaia di milioni di morti nel breve andare, che hanno consentito ai sopravvissuti il benessere nel lungo andare. Con un diverso sistema, forse il costo sarebbe stato minore.

Ma ciò che interessa Phelps è soprattutto la contrapposizione tra l’economia moderna e il corporativismo. Tra l’economia moderna, caratterizzata dal dinamismo, dalla motivazione, dalla creatività, originalità e innovatività endogena, gusto del fare, da valori intangibili oltre che fisici, inclusiva per vasti strati sociali, e il corporativismo, caratterizzato dalla staticità, dal burocratismo, da regole soffocanti, da scarsa motivazione nel lavoro, da appiattimento su valori meramente materiali.

La sua tesi conclusiva è che negli ultimi decenni il corporativismo ha ripreso la sua penetrazione anche nei paesi tradizionalmente “moderni”, come gli USA, e che questa è la causa della bassa crescita, della minore produttività, della disoccupazione, dei bassi salari. Di qui la necessità di rimettere in moto l’economia favorendo cultura, motivazione e creatività a tutti i livelli, dal “grassroots”, cioè dal popolo, alle classi dirigenti.

Lo straordinario sfoggio di erudizione che Phelps squaderna a sostegno della sua tesi, partendo dai primordi dell’umanità, passando per Aristotele e per i pensatori e gli artisti di tutti i tempi, per finire con se stesso, non riesce a cancellare una certa impressione di semplicismo che aleggia sulle tesi da lui espresse. Prima fra tutte una certa confusione tra il corporativismo e i sistemi ispirati al welfare state affermatisi nel corso del novecento. Il primo caratterizzato da una sostanziale conservazione dei privilegi delle classi dominanti, in forme anche violente, il secondo dall’intervento dello stato per garantire a tutta la popolazione l’esercizio dei diritti umani fondamentali, riducendo le disuguaglianze. E dando luogo, in quest’ultimo caso, a sistemi economici e sociali, come quelli del nord Europa, che a parere di altri economisti (ad esempio Rifkin, che ha parlato di “Sogno europeo”) possono essere considerati migliori della sua economia moderna.

Del resto, sarebbe difficile qualificare come corporative molte regole stabilite in tutti i paesi civili, a partire dagli USA (ad esempio con lo Sherman Act contro i monopoli e il Glass-Steagal Act per la separazione tra banche commerciali e banche d’affari, oggi colpevolmente cancellata), per bloccare gli effetti perversi del sistema capitalista in termini di concentrazione del potere economico in poche mani e di predominio di questo sulla politica.

Ma colpisce particolarmente una visione degli eventi degli ultimi decenni che è in radicale contrasto con quella che la maggioranza degli studiosi e della gente comune, della quale faccio parte, credo condividano: che il punto di svolta dell’economia mondiale, soprattutto in termini di allargamento delle disuguaglianze dopo un lungo periodo di loro riduzione, si collochi intorno agli anni Ottanta, con le amministrazioni Reagan in USA e Thatcher nel Regno Unito. Che hanno aperto la strada a un liberismo economico sregolato, diffusosi poi in tutto il mondo, contagiando anche le sinistre eventualmente al potere.

In effetti, il tema delle disuguaglianze non sembra interessare molto l’autore. Phelps non è tra i sostenitori del thrickle down (cioè dell’idea che favorendo i ceti più ricchi con la riduzione delle tasse si ottiene, “per gocciolamento”, l’arricchimento di tutti). Ma certo condivide la discutibile opinione secondo cui con l’innalzamento del livello dell’acqua tutte le barche si alzano. Fuor di metafora, che con l’innalzamento del livello di sviluppo economico, automaticamente tutti ne traggono vantaggio.

Ma da dove eravamo partiti? Dall’argomento del rapporto tra economia e cultura. La tesi conclusiva di Phelps è che, liberando la cultura intesa in senso molto lato, superando la distinzione convenzionale tra cultura umanistica e scientifica, e comprendendo anche l’imprenditorialità come espressione di creatività, a tutti i livelli, partendo dalla base popolare e risalendo alle classi dirigenti pubbliche e private, sia assicurato anche il rilancio dell’economia di un paese, in termini di recupero del perduto dinamismo, di inclusione, di produttività, di occupazione, di maggiori retribuzioni.

A mio parere questa visione, per essere realizzata (e chi non lo vorrebbe?) richiede due specificazioni.
La prima, fondamentale, che la cultura sia indipendente dall’economia. Che sia fine a se stessa, secondo l’antico aureo concetto “Ars grazia artis”, l’arte per l’arte. O di quello attribuito a Aristotele, secondo cui la filosofia non serve a niente, perché non è serva di nessuno. Solo una volta che questa condizione sia realizzata, si può agire per trarne risultati economici. Che possono essere anche ingenti e molto superiori a quelli immediati, frutto di visioni miopi, speculative e spesso distruttive dei valori culturali da cui traggono origine. Perché l’essere umano aspira naturalmente alla bellezza nelle sue diverse manifestazioni, anche inconsapevolmente.

La seconda, che non si confonda la libertà culturale con la libertà economica. Mentre la prima non accetta condizionamenti, la seconda li esige, per non degenerare in termini di concentrazione del potere economico, di finanziarizzazione fine a se stessa, di iniquità, di sfruttamento e povertà di milioni di esseri umani, di prevaricazione sulla cultura e sulla politica, di distruzione dei valori che Phelps stesso ritiene necessario tutelare e diffondere.

Le regole imposte al mercato favorirebbero anche lo sviluppo dell’imprenditorialità, dove obiettivi culturali ed economici, in un’ottica di lungo termine,  possono trovare una felice sinergia.

E comunque la lezione di Phelps è utile anche per una riflessione sulla distinzione tra destra e sinistra, a cui ho accennato all’inizio. Distinzione che, a mio parere, resta valida, ma superando i rigidi schemi ideologici del passato. Perché la società liquida, descritta dal compianto Baumann, la globalizzazione, la rivoluzione scientifica in atto, richiedono comunque un nuovo dinamismo, uguale e nello stesso tempo diverso da quello auspicato da Phelps. Con un occhio particolare al nostro paese, culla del corporativismo, il quale costituisce purtroppo tuttora una nostra specifica palla al piede.
Così mi sentirei di integrare lo slogan in cui ho sempre dichiarato di credere, “Più mercato, più stato”, modificandolo in “Più cultura, più mercato, più stato”. Con la cultura in posizione preminente e indipendente.

1 Phelps considera il famoso principio formulato da Thomas Jefferson e ripreso nella dichiarazione d’Indipendenza americana del 1776, secondo cui la ricerca della felicità costituisce un diritto fondamentale dell’essere umano, come l’espressione di un cambiamento radicale nella storia dell’umanità. In base a questo principio, dice Phelps, “ogni persona ha il diritto morale di perseguire la propria realizzazione… al contrario della tradizione secondo cui le vite dovrebbero essere dedicate agli altri – alla famiglia, alla chiesa, al paese”. Il modernismo, sempre secondo Phelps, si è posto come “nemico delle idee del tradizionalismo, che poneva l’individuo al servizio del gruppo” (p. 201). Questa visione suona come molto simile a quella espressa dalla Thatcher secondo cui “la società non esiste”. Ma in tal modo l’umanesimo degenera nell’individualismo. In realtà l’obiettivo della auto-realizzazione non è a priori in contrasto con il bene altrui. E’ ben vero che l’egoismo venne “sdoganato” da Adamo Smith, secondo cui il macellaio che ti vende la carne non lo fa per generosità ma per il proprio tornaconto, contribuendo involontariamente con il suo egoismo, attraverso una “mano invisibile”, al bene della società. Ma, come afferma lo stesso Phelps altrove nel suo libro, questo tornaconto può ben convivere con il gusto di far bene il proprio lavoro, che implica il bene del prossimo. Io credo piuttosto che il “dinamismo” iniziato alla fine del XVIII secolo, figlio, come dice Phelps, dell’umanesimo rinascimentale, del vitalismo barocco e dell’illuminismo (nonché, occorre dire con Weber, dell’etica protestante), sia stato dovuto all’inversione della fonte della sovranità generata dalle due grandi rivoluzioni, quella francese e quella americana: sovranità in precedenza calata dall’alto, da Dio al popolo, tramite i diversi livelli di autorità, e da allora in poi attribuita al popolo, e da questo trasmessa ai livelli superiori.

(more…)

MULTINAZIONALI: PROSPERITA’ O POVERTA’?

24 ottobre 2016

Con il titolo “Taking care of losers, that is saving globalization and technology from themselves” (“Prendersi cura dei perdenti, così è possibile  salvare la globalizzazione e la tecnologia da loro stesse”) Rich Lesser, presidente del  Boston Consunting Group (BCG), una tra le più autorevoli società di consulenza  che orientano  le strategie delle aziende multinazionali,  insieme agli strategist Martin Reeves e Johann Harnoss, dà ai suoi clienti un indirizzo rivoluzionario.

La premessa è che globalizzazione e innovazione tecnologica, se  da una parte hanno recato  enormi vantaggi all’umanità, strappando dalla povertà milioni di persone in ogni parte del mondo, dall’altra creano disuguaglianze e insicurezza crescenti,  che alimentano una sempre  più diffusa opposizione.  Le disuguaglianze, infatti, inducono “i perdenti”, cioè coloro che dalla competizione globale e dai progressi tecnologici vengono progressivamente esclusi, a desiderare un ritorno al passato: barriere contro i prodotti stranieri e i flussi migratori, ostacoli alle tecnologie distruttrici di posti di lavoro, ritorno ai vecchi stati nazionali. Brexit docet.

Il BCG suona l’allarme per i suoi clienti: attenzione, questa deriva sarà distruttiva per gli stessi interessi delle grandi corporate. Occorre cambiare strada, andare in una direzione opposta a quella sin qui seguita.

20161024 bcg nyc 2

Ed ecco in sintesi  le sette strategie (leggi il seguito su Vorrei , ) che il BCG propone  per evitare  che globalizzazione e progresso tecnologico, in sé positivi, producano veleni   che alla lunga possono bloccare le magnifiche sorti e progressive del mondo:

1. Dare una diversa  forma alla  globalizzazione. “La forma della globalizzazione è stata sinora basata  sulla conquista di nuovi mercati  e sulla creazione di catene produttive  internazionali finalizzate a ridurre i costi”.  Il risultato è stato quello delle delocalizzazioni selvagge, distruttive di posti di lavoro nei paesi sviluppati  e basate sullo sfruttamento dei lavoratori  nei paesi arretrati.. Citando  Jeft Immelt, numero uno di General Electric, gli autori sostengono che il modello del futuro dovrà puntare sulla valorizzazione delle  capacità delle persone in ogni parte del mondo, piuttosto che sulle  differenze nel costo del lavoro.

2. Sostenere gli ecosistemi imprenditoriali. Per diversi decenni abbiamo assistito alla concentrazione della attività economiche in gruppi   sempre più grandi, con un declino delle nuove iniziative imprenditoriali (startup). In futuro occorrerà fare il contrario:  favorire la creazione  di sistemi d’imprese, basati sulla  collaborazione di migliaia di soggetti  anche individuali. Questi ecosistemi   potrebbero favorire la riduzione delle disuguaglianze e la sopravvivenza diffusa di attività produttive, la partecipazione di  piccole imprese e  lavoratori autonomi al progresso tecnologico, combinando occupazione e innovazione. Gli aspiranti imprenditori diventeranno compartecipi  dello sviluppo. Orientamenti in questa direzione sono già in atto: le principali imprese energetiche (tra cui la nostra ENEL) stanno investendo in reti diffuse di fonti energetiche alternative alle grandi centrali, dando ragione alla visione proposta anni fa da Jeremy  Rifkin (una internet dell’energia), allora apparsa come utopistica . La Toyota è all’avanguardia di questi sistemi nel settore delle auto. Del resto, aggiungo io, i distretti produttivi diffusi nel nostro Paese sono modelli storici di questi sistemi d’imprese, evidentemente con un grande futuro.

3. Fare leva sulla tecnologia dall’esterno, e non dall’interno dell’impresa. Se si parte dalle esigenze organizzative dell’impresa, puntando sull’efficienza e sulla ottimizzazione dei processi interni, l’esito inevitabile è  l’espulsione di lavoratori. Ma questo modo di procedere è miope e fa perdere grandi opportunità. Occorre invece partire dall’obiettivo di  creare valore per il cliente, di avviare attività innovative che richiedono lavoro, migliorando le condizioni di vita della gente. In sostanza, dare risposta  alla vasta e inesplorata marea  dei   bisogni  insoddisfatti, a vantaggio di  milioni  di persone.

4. Investire in capitale umano. il continuo cambiamento e la crescente diversità delle attività produttive esigono che le persone siano capaci di aggiornare  le proprie capacità a un ritmo più veloce. Le imprese private possono trarre  profitto, anche in collaborazione con le istituzioni pubbliche, dal  favorire questi cambiamenti. ”Riteniamo anche di grande importanza che i leader delle imprese siano sostenitori appassionati e coerenti nel promuovere l’accesso all’istruzione di alta qualità di persone di ogni età e di ogni livello di reddito”.

5. Pensare l’impresa come orientata alla società. Le imprese dovrebbero avviare delle attività produttive orientale alla soluzione di problemi sociali, collaterali ai loro core business (attività principali)  ma capaci di rinforzarli, e quindi ben diverse da quelle filantropiche, estranee alla missione propria dell’impresa, spesso insostenibili. Muhammad Yunus, creatore della Grameen Bank, che ha lanciato in India un sistema di finanziamento delle attività delle donne in condizioni di povertà  in villaggi sperduti, viene citato come esempio; così come la Danone, che ha finanziato una rete di microimprese produttrici di yogurt a livello locale, la Essilor (produttrice di lenti da vista a prezzi accessibili per i  meno abbienti), la Safaricom, (trasferimenti di denaro via cellulare, adottati dal 70% degli adulti in Kenia). Il premio Nobel Amartya Sen viene considerato come il guru   di questa nuova politica economica d’impresa a livello globale.

6. Bilanciare e allineare il riconoscimento dei meriti dei dipendenti. I leader dovrebbero occuparsi direttamente del come i collaboratori  valutano i propri meriti, la correttezza dei riconoscimenti, le opportunità per tutti di salire di livello. Questo orientamento indurrebbe   molte imprese a dedicare maggiore attenzione e un migliore trattamento del personale meno pagato, aumentandone l’autostima, la motivazione, il contributo creativo.

7. Rinnovare,  possedere e trasmettere una visione. Traduco così il titolo “Renew and own the  narrative”, perché in italiano il significato della parola “narrativa”, anche se  molto di moda,  è inteso  cinicamente come puramente formale e manipolatorio. Gli autori osservano che  “nei consigli di amministrazione, tra gl’investitori, i potenziali acquirenti vige una tremenda pressione a focalizzarsi sui profitti di breve termine e sui guadagni di capitale”.  Qualcosa di analogo, io direi,  avviene per i leader politici, attenti soprattutto ai sondaggi di opinione alla ricerca del consenso immediato. La  “contro-narrativa” che emerge da questi comportamenti  ha effetti deleteri  sull’opinione pubblica: la fiducia verso le élite crolla,  esse sono sempre meno ascoltate e credute,  la  globalizzazione e l’innovazione tecnologica, invece di essere apprezzate nei loro aspetti positivi, vengono addirittura demonizzate.   Nel vuoto di visioni ampie e lungimiranti, prosperano le controstorie basate sull’istinto, la paura, le emozioni. “E’ giunto il tempo per i leader di assumere un atteggiamento attivo e non difensivo, di presentare visioni credibili, inclusive, capaci di ispirare fiducia, sia per la guida della società civile sia per la condivisione di benefici e di opportunità al suo interno”.

Quanta probabilità  di essere tradotti  in realtà può  essere attribuita a questi indirizzi  che il  BCG rivolge direttamente ai vertici delle grandi imprese? Ovviamente non è il caso di farsi  grandi illusioni, ma non è neanche razionale affossarli nello scetticismo, come è purtroppo costume soprattutto nel nostro Paese.   Personalmente ho sempre pensato che i “poteri forti”, di cui le multinazionali fanno parte a pieno titolo, debbano essere oggetto di regole e controlli a tutti i livelli, più che combattute come nemici del genere umano. Gli scontri attualmente in atto  tra le multinazionali e diversi paesi sui domicili fiscali, con l’Unione Europea che agisce efficacemente in questo campo,   sono un un esempio fisiologico della logica  “Regola e Controlla”, propria dei sistemi democratici.  La trasparenza dei comportamenti, che l’informatizzazione rende sempre più possibile, dovrebbe facilitare enormemente, in futuro,  questa regola.

Il vero avversario, a mio parere,  sta nei “poteri oscuri”, che vanno dalla finanza speculativa alla criminalità e si annidano in tutte le strutture, private e pubbliche, tanto che sarebbe errato individuarle  in particolari aziende o istituzioni, comprese le banche. Occorre individuarli e colpirli inesorabilmente, come incita  efficacemente Il neo premio Nobel per la letteratura Bob Dylan, nella splendida e feroce canzone “Masters of war”:

“E guarderò   mentre verrete calati
nella vostra bara
E starò lì davanti alla fossa
Finché sarò sicuro che siete morti”.

(more…)