Archive for the ‘Politica’ Category

UNA VISIONE, PER PIACERE, DI SINISTRA

6 agosto 2018

FACEBOOK, 060818

Andrea Roventini, economista, professore alla prestigiosa scuola Sant’Anna di Pisa (una specie di Cambridge nostrana) candidato dal M5S al ruolo di ministro dell’economia, intervistato da la Repubblica il 4 agosto, dichiara: «La flat tax è una riforma completamente scellerata, avrebbe un impatto negativo sui conti pubblici e sarebbe un regalo ai ricchi… e non è vero che si ripaga da sola. Chi lo afferma dice delle bufale… Bisognerebbe aumentare la progressività fiscale, non ridurla».
Aggiungo una citazione di Joseph E. Stiglitz: «E’ necessaria una vera politica redistribuiva che passi anche attraverso la tassazione delle rendite».
Ecco, mi piacerebbe che il PD e dintorni facessero dichiarazioni così chiare, con la capacità di spiegare alla gente che questo converrebbe a quasi tutti, non solo ai meno abbienti.

P.S. Quelli che dicono che la flat tax si ripaga da sé. dicono sostanzialmente: «Se io dò un seme a un ricco, ecco che tac, il seme si trasforma istantaneamente in un albero pieno di frutti». Debbono studiare la teoria dei sistemi: nel migliore dei casi l’albero ci sarà dopo che saremo tutti morti (J. M. Keynes). Ma se li seme andrà in mani improduttive, come accadrà in molti casi, l’albero non ci sarà mai.

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C’E’ ANCORA BISOGNO DELLA SINISTRA. MA PER TUTTI

19 luglio 2018

Ho letto il grido di dolore di Antonio Cornacchia sulla situazione politica attuale, nel suo articolo su Vorrei del 16 giugno scorso dal titolo “La sinistra ha bisogno di nuovi insiemi”, e ne condivido ampiamente lo spirito nonché l’angoscia. Sentimenti analogamente sconsolati sono stati espressi da Andrea Camilleri su la Repubblica dell’8 luglio scorso (“C’è un consenso per le tesi di Salvini che mi ricorda quello del 1937”) e da Paolo Rumiz sullo stesso giornale del 17 giugno (“L’Europa che dobbiamo raccontare”). Si avverte in questi scritti la dolorosa percezione del venir meno negli esseri umani della “compassione”, per usare il termine che spesso è ricorso nei discorsi di Papa Francesco. La chiusura di porti e confini non è che un’estensione della chiusura dei cuori.

Non sono tuttavia d’accordo con la citazione che fa Cornacchia di Wlodek Goldkorn all’inizio del suo articolo, secondo cui le sinistre europee avrebbero «ceduto alla narrazione delle destre» e avrebbero «sostanzialmente detto: tutto sommato: noi faremo meglio delle destre ciò che le destre promettono ma non sono in grado di fare».

Non mi sembra che sia così. Nel XX secolo le socialdemocrazie avevano basato il loro successo sui sistemi di welfare, sostenute da una base proletaria numerosa e stabile, grazie al posto fisso. La terza rivoluzione industriale prodotta dalle tecnologie telematiche ha sconvolto questa realtà. La risposta delle destre è stata, secondo un’opinione ampiamente condivisa, il laisseiz faire, la “mano invisibile” smithiana ri-teorizzata da Friedrich Von Hayek e Milton Friedman e inaugurata politicamente da Ronald Reagan e Margareth Thatcher: le cose si aggiustano da sé. Questa teoria e pratica è purtroppo ancora operante con effetti devastanti: le disuguaglianze e le povertà che hanno generato sono alla base della paura e della rabbia su cui prosperano populisti e regimi autoritari.

Le disuguaglianze e le povertà che hanno generato sono alla base della paura e della rabbia su cui prosperano populisti e regimi autoritari.

Di fronte al cambiamento, le sinistre non sono riuscite o non hanno avuto il nerbo per proporre soluzioni adeguate all’avvento della nuova realtà che Zygmunt Bauman ha ben definito “liquida”. La “Terza Via” proposta da Antony Giddens, il workfare al posto del welfare, in Italia l’Ulivo che si ispirava a queste visioni non hanno avuto successo,  che consisteva e consiste ancora nel bloccare l’aumento delle disuguaglianze e delle povertà. L’insuccesso è dovuto a titubanze, sbandamenti e compromessi nell’azione dei governi di sinistra, spesso costretti a coalizioni con forze politiche conservatrici, ma anche alle resistenze, all’interno delle sinistre, di sistemi di potere legati alle vecchie ideologie. Il fatto è che le grandi masse proletarie e il posto fisso non ci sono più, e occorre spostare l’azione politica dalla difesa di uno status quo ormai inesistente verso la gestione del cambiamento, per favorirne gli aspetti creativi contro la precarietà. Compito non facile, specie in un  contesto sociale  sensibile e reagente  solo agli stimoli di breve respiro, anche se confezionati con promesse miracolistiche.

Per indurre la gente a ragionare con una visione ampia e lungimirante, a comprendere l’importanza di investire, prima di tutto, sulla cultura e sull’ambiente, sacrificando interessi immediati a favore di quelli delle generazioni future, occorre agire interattivamente su tre fronti: proporre una visione di lungo termine, tradurla in consenso grazie a una forte leadership e capacità di  comunicazione,
ma soprattutto “fare del futuro”, come dice bene Cornacchia “un’azione collettiva”.

La contrapposizione è tra visioni: tra chi considera le disuguaglianze un male da combattere e chi pensa o ha interesse a che il liberismo senza freni e l’insensibilità per il prossimo continuino a procedere, in un tragitto che porta allo scontro di tutti contro tutti

Molti ritengono che lo spartiacque tra sinistra e destra non esista più. A mio parere è vero il contrario: la distinzione ha senso più che mai, e separa i sostenitori del liberismo senza regole e del disinteresse per il prossimo (“America First”, “Prima gli Italani”, “Padroni in casa nostra”…) da coloro che ritengono urgente mettere solide briglie al primo e tornare a uno spirito comunitario. Quello che non c’è più sono le vecchie classi: non si può più parlare “al nostro popolo”, contrapposte a quello di altri, ma ci si deve rivolgere a tutti i cittadini. A mio parere la contrapposizione non è neanche quella tra l’uno per cento più ricco e il residuo novantanove  per cento, come propose il movimento Occupy Wall Street. È tra visioni: tra chi considera le disuguaglianze e la povertà crescente un male da combattere nell’interesse di tutti, e chi pensa o ha interesse a che il liberismo senza freni e l’insensibilità per il prossimo continuino a procedere, in un tragitto che porta allo scontro di tutti contro tutti, con l’esito ben prefigurato dalla teoria delle catastrofi.

Occorre cercare di arrestare e invertire il processo. Condivido l’opinione di Cornacchia che ciò sia possibile solo con una vasta mobilitazione di persone di buona volontà, facendo soprattutto «capire ai giovani perché è giusto e bene essere solidali, essere pacifici, essere rispettosi».

E trovo anche importante l’appello di Cornacchia agli artisti, quasi denunciando, come fa velatamente Camilleri, una sorta di “trahison des clercs”, perché diano il loro contributo alla mobilitazione. Ho sempre creduto fermamente nell’affermazione dostoewskiana secondo cui la bellezza salverà il mondo.

LE PAROLE SONO PIETRE, O MACIGNI?

17 luglio 2018
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20180717 pd

Amici e compagni, l’Unità, la Ditta, il Partito della Nazione, Centro-sinistra, Fronte repubblicano, il rosso.

Ho sempre pensato che dietro una parola ci sia un contenuto complesso, definitivo. Che in questo senso le parole siano pietre. Ma ho anche visto stravolgerne spesso i significati, fino all’opposto del senso originario.

Mi è sembrato che nell’agone politico le sinistre siano  più propense a usare le parole come pietre, come valori in sé, mentre le destre siano più portate ad usarle in modo strumentale, occasionale, spregiudicato. Vedi ad esempio  la promessa di “riforme” da parte di forze politiche conservatrici.

Vorrei applicare questi ragionamenti alle vicende del PD. Forse tardivamente, ma forse  facendo cosa utile per recuperarne il senno che deve essere volato sulla luna, e anticiparne la definitiva dissoluzione.

Se le parole sono pietre, è importante una riflessione profonda prima di sceglierle per significare un cambiamento, un’adeguatezza allo spirito del tempo, per rispondere alle nuove esigenze della convivenza umana. Ma è altrettanto importante rimuovere le pietre vecchie, segni d’altri tempi, spesso macigni che intralciano il cambiamento.

Ed ecco alcune pietre che a mo parere sono da rimuovere dal linguaggio del PD, e quelle che potrebbero sostituirle:

“Amici e Compagni”. Questa espressione avrebbe dovuto sparire fin da quando Prodi lanciò l’Ulivo. Al suo esordio l’Ulivo attrasse moltissimi cittadini, tra cui il sottoscritto, che non facevano parte in precedenza dei due grandi partiti agonizzanti: il PCI e la DC. Doveva valere per l’Ulivo la dialettica hegeliana degli opposti: alla tesi e all’antitesi doveva seguire una sintesi del tutto nuova. Molto più che una reazione chimica: gli opposti dovevano scomparire. Gli aderenti all’Ulivo potevano essere chiamati semplicemente “Ulivisti”. All’Ulivo è seguito il PD. Per fortuna nella sua bandiera è stato conservato il simbolo dell’Ulivo. Ma l’uso dell’espressione “Amici e Compagni” ha continuato a gravare come una palla al piede della novità politica del PD. E già che si poteva e si potrebbe semplicemente usare la parola “Democratici”.

L’Unità. Questa parola, con la sua inconfondibile veste grafica, ha avuto una enorme valenza. È stata sinonimo del PCI e del suo fondatore, Antonio Gramsci, della sua storia, dei suoi valori. Peccato che è storia del passato. È un macigno contro il cambiamento. Eppure si è cercato di tenerla in vita con un giornale che nulla aveva a che fare con il glorioso passato, e quindi non poteva sopravvivere. E ancora si insiste nell’organizzare “Feste dell’Unità”, che odorano di stantio, sono controproducdenti. Non si capisce perché non si facciano delle “Feste democratiche”.

La Ditta, IL Partito della Nazione. Due espressioni per fortuna già obsolete, antitetiche, simbolo di un decadimento, di uno scivolamento a destra. “La Ditta”, che ha un’assonanza con l’espressione “Partito azienda” berlusconiano,  presenta il partito come proprietà di qualcuno; “Il Partito della Nazione”, espressione che più di destra non si può.

Centro-sinistra. Questa parola composta trasmette di per sé la percezione di un compromesso al ribasso e risponde a una preoccupazione rozzamente elettoralistica: siccome la classe proletaria, fondamento della sinistra del passato, si è andata assottigliando con la terza rivoluzione industriale, allora bisogna allettare il ceto medio. Il risultato è stato uno straniamento della politica riformista propria della sinistra, tale da deludere i meno abbienti senza convincere i benestanti. Perché non offrire a tutti i cittadini una proposta semplicemente di “sinistra”?

Interessante, ma sbagliata, è la proposta recente di un “Fronte repubblicano” avanzata dal neo-PD Carlo Calenda per il rinnovamento del PD. Anche la parola “repubblicano” è gravida di significati, pietre inadatte per il PD. Essa evoca in primo luogo il Partito Repubblicano degli USA, conservatore, cioè l’opposto del Partito Democratico dello stesso Paese, a cui è legato il nostro PD nel nome e nei valori. La parola riporta il pensiero anche al vecchio, glorioso PRI, Partito Repubblicano italiano, erede delle formazioni partigiane antifasciste di Giustizia e Libertà e del Partito d’Azione. Io mi ritrovo a casa con questa tradizione (mi sono politicamente formato leggendo “Il Mondo” di Mario Pannunzio), ma anche in questo caso si tratterebbe di un ritorno al passato. Quindi no al termine “repubblicano”.

Ciò che vale per le parole, vale anche per i colori e i canti. È chiaro che il rosso ormai è un segno di altri tempi. Ad esempio, sono sparite ormai “le regioni rosse”: tutte le regioni sono ormai uguali, politicamente contendibili. Che il rosso non susciti più i sentimenti del passato è dimostrato anche dal fatto che nelle recenti manifestazioni promosse da Don Ciotti, presidente di Libera e del Gruppo Abele, la scelta di indossare una maglietta rossa è stata senza equivoci riferita alle vite umane perse nei naufragi dei migranti. Nel momento in cui la Lega sembra abbandonare il verde, trasmigrando nell’azzurro, non sarebbe male che del verde si appropriasse la sinistra, anche in considerazione del fatto che i problemi dell’ambiente saranno sempre più urgenti nel futuro, alla pari di quelli delle disuguaglianze, delle povertà, della cultura.

Tra i canti, “Bandiera Rossa” è ormai cantata da pochi nostalgici, mentre sarebbe auspicabile che “Bella Ciao” fosse cantata ancora e sempre e non solo dal popolo di sinistra.

PRODI: COME RIBALTARE UN PIANO INCLINATO

18 luglio 2017

Nel mio excursus sul tema della disuguaglianza ho sinora esaminato le analisi e le proposte di diversi economisti (Piketty, Deaton, Stiglitz, Atkinson) non direttamente impegnati in ruoli politici. Questa volta proporrò l’esame delle idee di Romano Prodi, che oltre ad essere un economista di vaglia, ha ricoperto importanti incarichi politici nazionali e internazionali, come Presidente del Consiglio italiano e Presidente della Commissione Europea.

L’occasione è la pubblicazione di un suo denso libro-intervista  dal titolo significativo: “Il piano inclinato” (Il Mulino, 2017, p. 160).  Significativo, perché Prodi denuncia senza infingimenti  i mali del nostro Paese, a partire dalla criminalità e dall’evasione fiscale, e i diversi aspetti di arretratezza nei confronti di altri paesi occidentali e non. Mali che potrebbero far scendere il nostro Paese ancora  più in basso.

Così come Atkinson ha proposto  un nuovo welfare  adeguato al nuovo millennio per il Regno Unito, con uno sguardo ai cambiamenti globali, Prodi propone per l’Italia una via alla “crescita inclusiva”, anche in questo caso ( (more…)

IL SUD CHE CAMBIA: SALUTI DA SIDERNO

11 settembre 2015

SIDERNO 20150820Se si vuole citare un esempio dell’abbandono del Sud da parte dello Stato, basta parlare della Locride, sul mare Jonio: il suo centro piú grande, Siderno (18 mila abitanti), dista circa cento chilometri da ognuno dei due maggiori capoluoghi regionali, Reggio e Catanzaro. La strada statale 106, che lo collega ai capoluoghi, attraversa tutti i centri abitati ed è priva di qualsiasi segnaletica orizzontale, rendendo lento e pericoloso il percorso. La ferrovia jonica, a un solo binario, è in stato di abbandono, percorsa da rare e vecchie “littorine”. La cosiddetta “superstrada”, la Statale 682, che attraversa l’ìAppennino e congiunge la Locride con l’autostrada Salerno-Reggio Calabria sul Tirreno, costituisce l’unico legame potenzialmente veloce con il resto del mondo. Ma di “superstrada” ha solo il nome, forse accettabile negli anni cinquanta del secolo scorso: una sola carreggiata con una corsia per senso di marcia, pericolosissima, come attestato dai numerosi incidenti mortali.
Si potrebbe quindi pensare a una Locride come una realtà’ statica, in lento declino, abitata da persone rinunciatarie, fatalistiche. Bene, non é cosí.(vai, per il seguito, a Vorrei, oppure (more…)