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PARLARE AI RAGAZZINI, NON AL CETO MEDIO

27 aprile 2019

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Greta, Simone e Marina dimostrano che, se esiste una parte del 99% o 100% a cui ci si dovrebbe rivolgere prioritariamente e con maggiore calore, non si tratta del “ceto medio”. Sono i giovani, anche se non ancora votanti.

Molti insegnamenti possono essere tratti dalle due vicende che hanno avuto recentemente straordinaria risonanza: una internazionale, lo “sciopero scolastico del venerdì” della sedicenne Greta Thunberg per sollecitare i potenti ad adottare misure drastiche contro il riscaldamento globale; e una nazionale, il dialogo con il quale il quindicenne Simone ha fronteggiato gli energumeni di Casa Pound che sobillavano la folla contro gli zingari nel quartiere di Torre Maura a Roma. Io ne aggiungo una terza, locale: una insegnante di Monza che dialoga con i bambini delle elementari su passato, presente e futuro, su Monza e il mondo, e che mi ha parlato degli esiti delle sue lezioni.

Greta Thunberg è andata al Parlamento europeo. Perorando la sua causa, ha fatto rilevare che lei, data la sua età, non potrà ancora andare a votare. Ma ha raccomandato vivamente gli adulti a farlo per sostenere i candidati da cui ci si può aspettare un’azione più incisiva per l’ambiente.

Simone ha dimostrato alla gente che assisteva al suo argomentare pacato e coraggioso, e al vasto pubblico dei media che hanno rilanciato il fatto, che un dialogo fermo e razionale può consentire di affrontare i problemi in modo intelligente, senza essere trascinati dalla paura, dall’odio e dalla violenza. Una lezione per i cosiddetti adulti.

Marina (è il nome dell’insegnante monzese) mi ha illustrato gli effetti positivi sui genitori, dichiarati da questi stessi, delle conversazioni che lei promuove con i suoi alunni sul rispetto dell’ambiente e dei propri simili, ad esempio per quanto riguarda la raccolta differenziata dei rifiuti, il consumo di acqua ed energia, o il vizio del fumo.

L’insegnamento principale che ho tratto da questi casi è che la sinistra perde molto del suo tempo nella ricerca di argomenti che le facciano ottenere il consenso dai cosiddetti “ceti medi”, con il rischio di annacquare la sua ragion d’essere principale: il sostegno ai ceti più deboli, la lotta alle disuguaglianze e alla povertà. Al punto di non avere il coraggio di chiamarsi “sinistra” tout court, ma di preferire il termine ambiguo e insipido di “centro-sinistra”.

 

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In questa logica sostanzialmente elettoralistica, gli under 18 anni sono fuori gioco, per la semplice ragione che non votano.

Ho sempre sostenuto che la sinistra dovrebbe smetterla di rivolgersi “alla sua gente”, che non c’è più, integrandola con il ceto medio, che non si sa cosa sia. Dovrebbe invece sforzarsi di far capire al 99% della popolazione (come suggeriva il movimento Occupy Wall Street), e addirittura a qualcuno del residuo 1%, che l’obiettivo di ridurre disuguaglianze e povertà è nell’interesse di tutti, salvo alcuni, anche come via per conseguire l’agognata sicurezza.

Le vicende sopra citate, di Greta, Simone e Marina dimostrano però che, se esiste una parte del 99% o 100% a cui ci si dovrebbe rivolgere prioritariamente e con maggiore calore, non si tratta del “ceto medio”. Sono i giovani, anche se non ancora votanti. Diciamo da zero a 25 anni.

Una strategia decisamente orientata a favore dei giovani consentirebbe di far fronte a diversi vizi della politica corrente.

Il primo vizio, forse il più importante, è quello della visione di breve termine. I governanti o aspiranti tali cavalcano la miopia di gran parte dell’elettorato, assillato dalle preoccupazioni quotidiane, parlando e agendo secondo i sondaggi, cioè le percezioni di breve momento dell’opinione pubblica, alimentando un circolo vizioso. Cosa che i populisti sanno fare meglio di ogni altro. Parlare ai giovani costringe invece a ragionare sul lungo termine, facendo leva sulla naturale propensione, innata credo in un vasto numero di persone adulte, a preoccuparsi per le sorti di figli e nipoti.

Anche le proiezioni demografiche dovrebbero indurre la classe dirigente a ragionare e far ragionare sul lungo termine, e a occuparsi delle generazioni future. Basta far riferimento al tasso di sopravvivenza degli italiani, tra i popoli più longevi, in costante aumento (da 81 anni nel 2015 a 88 nel 2065), e alla fecondità, molto al di sotto del 2 necessario per la stabilità. Secondo i calcoli dell’ISTAT questi dati comporterebbero una diminuzione della popolazione italiana dal 2017 al 2065 di circa 5 milioni (da 59 a 54), con un rilevante invecchiamento. Le conseguenze di questa prospettiva sarebbero molto pesanti in termini di adeguatezza della produzione di reddito da parte delle persone in età da lavoro rispetto al fabbisogno di strutture e servizi sociali. Di qui la necessità di favorire la natalità e l’integrazione dei migranti, il che equivale a pensare ai giovani.

Una diatriba che ci affligge da anni, ampiamente intrisa di ignoranza, ipocrisia e malafede, è quella tra austerità e sviluppo. In realtà lo sviluppo si ottiene con le riforme, e non, come implicano i pseudo-keynesiani che offendono la memoria di Johhn M. Keynes, con l’aumento del debito di un Paese come il nostro ai limiti della bancarotta. Giustamente ci si mette in guardia sui gravi e immediati effetti finanziari dell’aumento del debito pubblico. Ma troppo poco viene rilevato il fatto che esso incide gravemente sul benessere e la libertà delle generazioni future. Dei giovani che non votano.

L’informazione quotidiana ci mostra l’esistenza nel nostro Paese di una grave carenza di classe dirigente e di professionalità, pubblica e privata. Si pensi alla difficoltà che incontrano i partiti nel reperimento di candidati all’altezza dei ruoli che dovrebbero assumere, o alla gravissima carenza di medici specialisti. Personalmente, non avrei difficoltà ad essere operato da un medico senegalese, anzi lo considererei una testimonianza della riduzione delle disuguaglianze. Per fortuna, l’Italia è d’altra parte un paese dove l’imprenditorialità, come la creatività artistica, non manca. Con maggiori professionalità e competenze direzionali, l’imprenditorialità potrebbe creare una miscela esplosiva per lo sviluppo. Ma anche qui, occorre partire dai giovani.

Nella prospettiva delle elezioni europee dovrebbe avere un certo peso anche il fatto che, come risulta da recenti sondaggi, le nuove generazioni sono più europeiste delle persone adulte. Del resto, al di là dei sondaggi, basta osservare i comportamenti dei giovani. Da parte mia, mi basta fare attenzione a quelli dei figli e nipoti miei come della mia domestica filippina.

Dopo lo slogan “Prima il Nord”, la lega di Salvini cerca di costruire la propria fortuna politica sullo slogan del tutto strumentale “Prima gli Italiani”, facendo leva sull’ignoranza e la paura, sostanzialmente sul razzismo,  proponendosi come unico garante della sicurezza, come “protettore numero uno”.  Zingaretti ha opportunamente parlato di “Prima le persone”, senza distinzioni. Forse sarebbe ora di fare un passo in avanti, proclamando “Prima i figli e i nipoti”, testimoniando questa scelta con un progressivo, ma visibile spostamento di risorse verso le nuove generazioni, in termini di sviluppo umano. Cioè verso la cultura e la ricerca, umanistica e scientifica, la cura della prima infanzia, l’istruzione, l’integrazione dei migranti, la formazione, in una visione permanente capace di coinvolgere anche chi non è più giovane.

Una politica così orientata comporterebbe probabilmente sacrifici per i non più giovani. Ma non sarebbe la prima volta che il consenso si ottiene su progetti di grande valore ideale, anche se a costo di qualche sacrificio. Ricordiamoci la famosa frase di John F. Kennedy rivolta agli americani: «Non chiedetevi cosa l’America può fare per voi: Chiedetevi cosa potete fare voi per l’America».

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ACCOGLIENZA E RESISTENZA

10 febbraio 2019

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Presente e futuro dell’accoglienza in Brianza nel convegno vouto da Bonvena, un raggruppamento temporaneo di imprese per la realizzazione di un progetto innovativo di accoglienza, inclusione socio-lavorativa e accompagnamento verso l’autonomia dei migranti. 

Nell’articolo di qualche giorno fa, in cui confrontavo Matera e Monza, chiedendomi perché Matera sia riuscita ad essere proclamata capitale europea della cultura, mentre Monza fatica a scoprire i propri valori autentici, ne attribuivo la causa anche al fatto che le numerose associazioni volontaristiche monzesi agiscono bene, ma senza cooperare tra loro.

Debbo rivedere il giudizio, almeno per quanto riguarda le iniziative di sostegno agli immigrati. Lo dimostra un evento che è andato al di là dei limiti territoriali di Monza e Brianza e delle aspettative degli organizzatori: il convegno svoltosi il 31 gennaio a Monza, con il titolo “Migranti. L’accoglienza ha funzionato. E adesso?”, e l’ashtag #brianzacheaccoglie. L’argomento era quello della nuova legge sui migranti, delle difficoltà che creerà per i comuni e le associazioni volontaristiche, del “che fare” nella nuova situazione.

Il convegno è stato promosso da Bonvena, un RTI (Raggruppamento temporaneo di Imprese) costituito nel 2014 per la realizzazione di un progetto innovativo di accoglienza, inclusione socio-lavorativa e accompagnamento verso l’autonomia dei migranti, attuato da una rete di cooperative sociali, associazioni ed enti ecclesiali.

Hanno dato il patrocinio o aderito, secondo una lista ancora incompleta, 29 enti locali e istituzioni, tra cui la l’Associazioni Comuni Italiani (ANCI), la Provincia di Monza e Brianza e 17 comuni (non è stata commentata, ma aleggiava nell’aria come riprovevole, l’assenza del Comune di Monza). Ben 114 erano la associazioni e organizzazioni della società civile e le imprese sociali. 20 le presenze ecclesiastiche, dall’Azione Cattolica alla Caritas Ambrosiana e altre Caritas, parrocchie, comunità.

I ccordinatori di Bonvena (termine che in esperanto significa accoglienza), Massimiliano Giacomello e Greta Redaelli, hanno illustrato il metodo e i risultati del progetto. A loro volta gli altri relatori hanno descritto la grande varietà di iniziative per l’integrazione dei migranti, non solo nella provincia di Monza e Brianza.

E’ stata inoltre presentata una relazione dell’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) sulle migrazioni, che ha funzionato come un “fact-cheking” sui processi migratori, oggetto sistematico di disinformazione, confusione e di paure irrazionali. Un dato interessante: la crescita di popolazione dell’Africa e le migrazioni conseguenti potrebbero comportare la presenza in Europa, nel 2050, di tre persone di origine africana ogni venti abitanti. Un dato che dimostra la compatibilità e la governabilità del processo migratorio.

Nella lettera aperta che i promotori hanno invitato a sottoscrivere, vengono riassunti gli aspetti più gravi della legge 132/2018, che «introduce norme punitive e discriminatorie allungando i tempi e aumentando i costi per qualunque domanda (da due a quattro anni di attesa dopo la presentazione della domanda di cittadinanza, fino a sei mesi per un documento anagrafico)».

In particolare:

« La legge istituisce i CPR (centri per il rimpatrio), in cui rischiano di finire anche persone che hanno già un percorso d’integrazione avviato e definito, e rischiano di diventare irregolari persone che già lavorano»;
«Viene abolito il permesso umanitario (protezione riconosciuta oggi a circa il 20% dei richiedenti asilo)»;
«I nuovi permessi di soggiorno per motivi speciali non sono convertibili in permessi di lavoro»;
«Viene limitato l’accesso allo SPRAR (progetti di accoglienza, di assistenza e di integrazione dei richiedenti asilo, affidati ai comuni) ai soli titolari di protezione internazionale (oggi circa il 25% delle richieste di asilo), impedendone l’accesso ai richiedenti e agli attuali detentori di permessi umanitari»;
«Viene impedita l’iscrizione alla residenza anagrafica, rendendo più. complicato l’accesso ai servizi territoriali»;
«Vengono ridotte le funzioni dei «CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria) limitandoli a dormitori con meri servizi di vitto e alloggio, mettendo a rischio i programmi di alfabetizzazione, formazione professionale, inserimenti lavorativi, attività di volontariato, sport, cultura, accesso ai servizi giuridici e all’assistenza sanitaria».

Queste drastiche limitazioni si riflettono, naturalmente, anche sull’occupazione di chi professionalmente svolge funzioni assistenziali, per lo più giovani e donne con competenze professionali, come psicologi, operatori legali, mediatori culturali, antropologi, educatori. E’ evidente l’intenzione di colpire le organizzazioni volontaristiche, che vengono additate al sospetto e all’odio popolare.

Non è azzardato assimilare questa legge, per lo spirito che la anima e i metodi adottati di disabilitazione sistematica di una determinata categoria di persone, ieri gli ebrei e oggi i migranti e chi li aiuta, alle leggi razziali fasciste degli anni trenta.

Siccome il numero degli irregolari è stimato intorno ai 6oo mila, e il loro rimpatrio è praticamente impossibile per i tempi e i costi (Salvini stesso ha parlato di 80 anni!) la legge lascerà in Italia un alto numero di persone a rischio di povertà, senza lavoro e deliberatamente esposte, per sopravvivere con i propri famigliari, ad attività irregolari (lavoro nero, criminalità da bisogno). All’insegna del garantire una maggiore sicurezza agli italiani, la legge aumenta il tasso reale di insicurezza, innescando deliberatamente un circuito perverso, che induce le persone ignare a chiedere ed accettare in misura crescente interventi di stampo autoritario.

Di fronte a questa situazione, i promotori chiedono a se stessi e sostanzialmente a tutti: “E adesso?”.

L’orientamento è decisamente quello di “non mollare”, cioè di proseguire nell’impegno solidaristico e umanitario, pur nel clima soffocante e cercando i possibili espedienti per contrastare le limitazioni imposte della legge.

Ma chiaramente questa “resistenza” non sarà sufficiente. Alla fine, occorrerà una azione politica diretta a cambiare la legge e quindi le forze politiche al governo.

In che misura un’azione dal basso, sotto la spinta di una partecipazione volontaristica che si rivela molto ampia e dotata di un alto potenziale, può essere in grado di raggiungere l’obiettivo?

La questione va al di là delle forze che hanno dato vita al convegno, per interessare tutte le iniziative di volontariato da cui il nostro Paese è animato in ogni sua parte.

Mi viene spontaneo ricollegare l’iniziativa di Bonvena a quella del Forum Disuguaglianze e Diversità, promosso dalla Fondazione Basso, che ha un’analoga struttura e finalità a livello non solo nazionale. Ad essa aderiscono organizzazioni volontaristiche di notevole peso, come Action Aid, Caritas Italiana, Cittadinanzattiva, Legambiente, e ricercatori impegnati nello studio delle disuguaglianze e della povertà e delle relative conseguenze negative sullo sviluppo umano ed economico.

ll Forum si propone, per il 2019, di elaborare e proporre un progetto italiano per ridurre disuguaglianze e povertà analogo a quello proposto da Anthony Atkinson (che ho riassunto e commentato su questa rivista) per la Gran Bretagna e per l’Unione Europea.

Particolarmente importante, in ambedue le dimensioni, è l’impegno a mobilitare le forze positive presenti nelle tre strutture in cui si esprime l’agire sociale: le associazioni volontaristiche, le istituzioni pubbliche, le imprese. La presenza, nel convegno del 31 gennaio, di tanti sindaci ed esponenti della società civile ed ecclesiale va in quella direzione. Sicuramente il mondo economico e del lavoro ne è coinvolto nella misura in cui uno degli impegni prioritari dei partecipanti è quello di trovare un’occupazione per gli immigrati.

Ma tornando all’ “E adesso?”, al che fare, e ai relativi protagonisti, è chiaro che la resistenza e l’impegno all’interno del contesto normativo attuale non è sufficiente.

Non a caso la conclusione della “lettera aperta” di Bonvena è che «se non interverranno cambiamenti dovremo dire addio a tutte le attività che rendevano un percorso degno di autonomia e integrazione».

E’ evidente che si prospetta l’esigenza di una virata ad U delle recenti normative, cioè un rovesciamento delle forze politiche attualmente al potere. Forse si potrà ottenere qualcosa con il dialogo, ma difficilmente un cambio negli orientamenti di fondo.

Saranno la convergenza e l’impatto di pubblici amministratori lungimiranti, volontari e imprese ben gestite sufficienti per il rovesciamento? Alla fine, queste iniziative non possono snaturare se stesse. La loro azione ha una forte e oggettiva valenza politica, ma non possono sostituirsi alle forze, sostanzialmente ai partiti, che operano nelle sedi del potere e se lo contendono, secondo le regole della democrazia.

Sta quindi ai partiti, e in particolare alla sinistra, ascoltare e recepire le indicazioni della società e farsene interpreti, traducendole in battaglia politica contro gli interessi particolari e le tendenze antidemocratiche ed autoritarie.

PD. DOPO I DISCORSI SERVE UN MANIFESTO

19 gennaio 2019

Comizio Pd

Una propria visione del mondo e gli impegni fondamentali, lungimiranti ma concreti, per perseguirla.

Recentemente Romano Prodi, alla domanda sulla sua possibile scelta tra i candidati  al ruolo di segretario del PD, ha risposto di non essere in grado di esprimerla a causa della mancanza di conoscenza dei programmi dei candidati, e delle relative differenze.

Ora questi programmi sono stati presentati, nella forma delle mozioni sottoposte al voto. E si tratta di elaborati di notevole spessore politico, che depongono a favore della classe dirigente del PD. Non entro nel merito dei contenuti, quasi tutti condivisibili, da cui non emergono divergenze di rilievo.

Ma non credo che la scelta del segretario avverrà sulla base dei contenuti delle mozioni. Sono convinto che, chiunque sarà il vincitore, il PD nel suo insieme, come riferimento obbligato della sinistra dovrà esprimere in un “manifesto” la propria visione del mondo e gli impegni fondamentali, lungimiranti ma concreti, per perseguirla. Questo manifesto dovrebbe costituire la base di una rifondazione essenziale dopo la ultime sfortunate vicende. Forse esagerando direi: non ci sarà rifondazione senza un manifesto.

Ma che cos’è un manifesto? Per tentare una risposta, non facile, sono andato prima di tutto a rileggere il “Manifesto dei Valori del partito democratico”, approvato il 16 febbraio 2008. Questo documento, che definisce il Partito Democratico come «lo sviluppo e la realizzazione dell’Ulivo», in realtà non è un manifesto: è un “discorso”, di alto respiro, nel quale si nota l’impronta di Walter Veltroni. Perché dico che non è un manifesto ma un discorso? Perché i manifesti dovrebbero presentare due aspetti: una premessa “visionaria” di chi lo propone, contenente i principi e gli obiettivi fondamentali, e un elenco, spesso numerato (come i decaloghi), di impegni strategici per realizzare quei principi e conseguire quegli obiettivi. In sostanza, un manifesto assomiglia molto a una costituzione.

I discorsi sono importanti, ma per lo più, salvo grandi e storiche eccezioni, parlano solo alle élite, mentre i manifesti possono entrare nella memoria di grandi numeri di persone.

Negli ultimi anni, le nostre destre hanno costruito i loro successi su “contratti”: il “Contratto con gli italiani” di Silvio Berlusconi, e ora il “Contratto per il governo del cambiamento” tra la Lega e il M5S.

A differenza dei discorsi della sinistra, i contratti sono numerati, cioè sono espressi in articoli. Ma quello che manca, nel testo e nella sostanza dei contratti, è l’espressione di una visione comune, perché oggettivamente mancante, data la diversità di vedute dei contraenti, spesso opposte (nel caso di Berlusconi il contraente era addirittura uno solo, lui).

Quindi, dopo il congresso, i maggiori esponenti del PD dovrebbero metter mano insieme a un manifesto vero e proprio. Un manifesto basato sulla ricerca di ciò che unisce, contro la tendenza storica delle sinistre di ricercare le differenze su cui imperniare le loro lotte di potere. Un manifesto rivolto non a un supposto “popolo della sinistra” che non c’è più, ma a tutti gli elettori, perché concepito come meritevole del consenso della grande maggioranza dei cittadini (il 99%, secondo i sostenitori di Occupy Wall Street, e magari anche di qualcuno dell’1% residuo).

Nel contesto delle mozioni presentate dai candidati alla segreteria del PD è possibile, con qualche fatica, estrarre i principi e gli obiettivi fondamentali e gli impegni specifici per conseguirli. Ma ho notato che nelle citazioni, compresa la pur ricca e importante bibliografia del testo di Zingaretti, non compaiono personaggi, tra cui alcuni premi Nobel, che hanno fornito importanti orientamenti per una politica globale della  sinistra. Personaggi come Amartya Sen, Joseph Stiglitz, Thomas Piketty, Anthony Atkinson, Paul Krugman, Rutger Bregman, che ho avuto occasione di commentare su questa rivista nell’ottica della riduzione delle disuguaglianze e della povertà. Sorprendente è lo scarso o nullo riferimento a Romano Prodi, fondatore dell’Ulivo, che con i suoi numerosi scritti e in particolare con la sua intervista pubblicata con il titolo “Il piano inclinato” (Il Mulino, 2017) fornisce indicazioni preziose per un manifesto della sinistra. Neanche Walter Veltroni, primo segretario del PD, trova spazio adeguato. Come dire che le vere radici del PD, come proposta della sinistra riformista del XXI secolo, sono trascurate, prospettando  un partito magari altamente razionale, ma privo di un’anima.

Senza alcuna pretesa di rigore e completezza, nella veste di un semplice cittadino moderatamente attento alle vicende politiche, indico qui di seguito alcuni punti che potrebbero trovare posto nel manifesto, dopo adeguata riflessione.

– Una visione basata su due finalità fondamentali, proprie della sinistra: la riduzione delle disuguaglianze e della povertà come elemento determinante di una crescita umana, sociale ed economica inclusiva, e la tutela dell’ambiente.
– L’indicazione di due strumenti fondamentali per realizzare la visione: 1) la cultura in senso lato (come insieme di attività umanistiche e scientifiche, educazione civica, ricerca, istruzione, formazione permanente. Come dire: puntare sullo sviluppo della persona umana e sul futuro delle nuove generazioni; e 2) la gestione attiva del lavoro.
– Ci si potrebbe impegnare ad aumentare la risorse per la cultura riducendo proporzionalmente quelle per la difesa (come suggerisce Raul Caruso), secondo una strategia necessariamente internazionale; per il lavoro si dovrebbe contare soprattutto sulle imprese innovative come generatrici di occupazione, e sullo stato come datore di lavoro di ultima istanza, con forme di servizio civile (anche per gli immigrati) e in collaborazione con il volontariato. E iinoltre: riduzione delle differenze eccessive tra le retribuzioni, da agganciare alla produttività, salario minimo e limiti agli orari di lavoro. Lotta al lavoro nero;
– Un reddito di inclusione, o di cittadinanza, o di base che dir si voglia, destinato ai meno abbienti, senza condizioni, cioè svincolato dalle politiche del lavoro, come suggerisce Rutger Bregman, in base al  criterio secondo cui  prima di insegnare a pescare occorre dare a una persona indigente la forza per pescare (se è in grado di farlo), confidando sulla ragionevolezza della grande maggioranza delle persone in povertà (altro che fannulloni!);
– Una politica migratoria liberata dalla paura del diverso, regolata in permanente collaborazione con le istituzioni internazionali, i paesi di origine e di destinazione, ma basata sui principii prioritari dell’accoglienza e dell’integrazione. Niente muri né porti chiusi.
– Una politica estera ispirata al principio “si vis pacem, para pacem”, promuovendo il disarmo.
– Si potrebbero riprendere le proposte ispirate da James Tobin, di contrasto alla finanza fine a sé stessa, che suggeriva di destinare i proventi delle relative imposte alla riduzione della povertà; e seguire il suggerimento di Piketty secondo cui un accordo tra i paesi più ricchi sulla finanza e sulle politiche fiscali indurrebbe gli altri ad allinearsi;
– Una politica estera e interna ispirata al principio di sussidiarietà, tale da risolvere attraverso il dialogo i contrasti tra diversi livelli di governo, tra sovranisti, europeisti e organismi sovranazionali, così come tra centralisti ed autonomisti all’interno delle nazioni storiche (si può essere senegalesi, francesi e napoletani nello stesso tempo, come ha detto Kalidou Koulibaly!);
– Un sostegno alle organizzazioni non governative (ONG) per l’assistenza ai paesi più poveri. Portare il livello degli aiuti ai paesi arretrati all’1% del PIL, destinandoli a infrastrutture e strutture sociali (scuole, ospedali), impiegando risorse umane e prodotti locali;
– Una politica di difesa dell’ambiente, imperniata sulla progressiva riduzione del ricorso a fonti fossili a favore di quelle rinnovabili, sul blocco del consumo di suolo come principio, salvo eccezioni d’interesse pubblico, condizione per il recupero di aree dismesse e degradate; incentivi alla circolarità dell’economia;
– L’impegno a reperire risorse non con l’aumento del debito pubblico, fardello insopportabile per le nuove generazioni, né aumentando la pressione fiscale. L’uno e l’altra dovrebbero al contrario diminuire. Le risorse andrebbero reperite con la lotta all’evasione fiscale e la revisione della spesa pubblica, che hanno giù dato buoni, ma insufficienti, risultati e presentano ancora ampie prospettive di recupero di risorse; con la difficile lotta agli enti inutili e a corporazioni presidiate da lobby molto potenti, forse il maggior nemico delle riforme; e con l’aumento della produttività della Pubblica Amministrazione, da condurre con la collaborazione degli stessi dipendenti pubblici.
– La riduzione delle imposte sulle attività produttive e sulle famiglie dovrebbero essere conseguite aumentandone la progressività (vedi in proposito le recenti proposte di Paul Krugman su la Repubblica dell’11 gennaio scorso), e una esplicita tassazione dei patrimoni più ingenti, in gran parte frutto di rendite, successioni, donazioni.
– Un uso positivo dei social network per comunicare i propri impegni e comportamenti e come mezzo di dialogo e partecipazione democratica.

Un manifesto è sempre un rischio: potrebbe essere perdente di fronte all’ondata populista che oggi imperversa come uno tsunami. Ma potrebbe anche essere vincente, dopo il probabile fallimento dei populisti. La sconfitta sarà invece e sicuramente garantita se gli elettori non capiranno, come adesso, che cosa la sinistra e il PD veramente sono e propongono.

Concludo con una citazione di Rutger Bregman, autore di “Utopia per realisti” (Feltrinelli, 2017):

«Tanti pensatori e politici di sinistra tentano di mettere a tacere le idee radicali tra le proprie fila per timore di perdere voti. Ho cominciato a definire questo atteggiamento il fenomeno del “socialismo perdente”… Ma il più grosso problema del socialismo è che è noioso, barboso. Promette un paradiso triste».

UNA VISIONE, PER PIACERE, DI SINISTRA

6 agosto 2018

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Andrea Roventini, economista, professore alla prestigiosa scuola Sant’Anna di Pisa (una specie di Cambridge nostrana) candidato dal M5S al ruolo di ministro dell’economia, intervistato da la Repubblica il 4 agosto, dichiara: «La flat tax è una riforma completamente scellerata, avrebbe un impatto negativo sui conti pubblici e sarebbe un regalo ai ricchi… e non è vero che si ripaga da sola. Chi lo afferma dice delle bufale… Bisognerebbe aumentare la progressività fiscale, non ridurla».
Aggiungo una citazione di Joseph E. Stiglitz: «E’ necessaria una vera politica redistribuiva che passi anche attraverso la tassazione delle rendite».
Ecco, mi piacerebbe che il PD e dintorni facessero dichiarazioni così chiare, con la capacità di spiegare alla gente che questo converrebbe a quasi tutti, non solo ai meno abbienti.

P.S. Quelli che dicono che la flat tax si ripaga da sé. dicono sostanzialmente: «Se io dò un seme a un ricco, ecco che tac, il seme si trasforma istantaneamente in un albero pieno di frutti». Debbono studiare la teoria dei sistemi: nel migliore dei casi l’albero ci sarà dopo che saremo tutti morti (J. M. Keynes). Ma se li seme andrà in mani improduttive, come accadrà in molti casi, l’albero non ci sarà mai.

C’E’ ANCORA BISOGNO DELLA SINISTRA. MA PER TUTTI

19 luglio 2018

Ho letto il grido di dolore di Antonio Cornacchia sulla situazione politica attuale, nel suo articolo su Vorrei del 16 giugno scorso dal titolo “La sinistra ha bisogno di nuovi insiemi”, e ne condivido ampiamente lo spirito nonché l’angoscia. Sentimenti analogamente sconsolati sono stati espressi da Andrea Camilleri su la Repubblica dell’8 luglio scorso (“C’è un consenso per le tesi di Salvini che mi ricorda quello del 1937”) e da Paolo Rumiz sullo stesso giornale del 17 giugno (“L’Europa che dobbiamo raccontare”). Si avverte in questi scritti la dolorosa percezione del venir meno negli esseri umani della “compassione”, per usare il termine che spesso è ricorso nei discorsi di Papa Francesco. La chiusura di porti e confini non è che un’estensione della chiusura dei cuori.

Non sono tuttavia d’accordo con la citazione che fa Cornacchia di Wlodek Goldkorn all’inizio del suo articolo, secondo cui le sinistre europee avrebbero «ceduto alla narrazione delle destre» e avrebbero «sostanzialmente detto: tutto sommato: noi faremo meglio delle destre ciò che le destre promettono ma non sono in grado di fare».

Non mi sembra che sia così. Nel XX secolo le socialdemocrazie avevano basato il loro successo sui sistemi di welfare, sostenute da una base proletaria numerosa e stabile, grazie al posto fisso. La terza rivoluzione industriale prodotta dalle tecnologie telematiche ha sconvolto questa realtà. La risposta delle destre è stata, secondo un’opinione ampiamente condivisa, il laisseiz faire, la “mano invisibile” smithiana ri-teorizzata da Friedrich Von Hayek e Milton Friedman e inaugurata politicamente da Ronald Reagan e Margareth Thatcher: le cose si aggiustano da sé. Questa teoria e pratica è purtroppo ancora operante con effetti devastanti: le disuguaglianze e le povertà che hanno generato sono alla base della paura e della rabbia su cui prosperano populisti e regimi autoritari.

Le disuguaglianze e le povertà che hanno generato sono alla base della paura e della rabbia su cui prosperano populisti e regimi autoritari.

Di fronte al cambiamento, le sinistre non sono riuscite o non hanno avuto il nerbo per proporre soluzioni adeguate all’avvento della nuova realtà che Zygmunt Bauman ha ben definito “liquida”. La “Terza Via” proposta da Antony Giddens, il workfare al posto del welfare, in Italia l’Ulivo che si ispirava a queste visioni non hanno avuto successo,  che consisteva e consiste ancora nel bloccare l’aumento delle disuguaglianze e delle povertà. L’insuccesso è dovuto a titubanze, sbandamenti e compromessi nell’azione dei governi di sinistra, spesso costretti a coalizioni con forze politiche conservatrici, ma anche alle resistenze, all’interno delle sinistre, di sistemi di potere legati alle vecchie ideologie. Il fatto è che le grandi masse proletarie e il posto fisso non ci sono più, e occorre spostare l’azione politica dalla difesa di uno status quo ormai inesistente verso la gestione del cambiamento, per favorirne gli aspetti creativi contro la precarietà. Compito non facile, specie in un  contesto sociale  sensibile e reagente  solo agli stimoli di breve respiro, anche se confezionati con promesse miracolistiche.

Per indurre la gente a ragionare con una visione ampia e lungimirante, a comprendere l’importanza di investire, prima di tutto, sulla cultura e sull’ambiente, sacrificando interessi immediati a favore di quelli delle generazioni future, occorre agire interattivamente su tre fronti: proporre una visione di lungo termine, tradurla in consenso grazie a una forte leadership e capacità di  comunicazione,
ma soprattutto “fare del futuro”, come dice bene Cornacchia “un’azione collettiva”.

La contrapposizione è tra visioni: tra chi considera le disuguaglianze un male da combattere e chi pensa o ha interesse a che il liberismo senza freni e l’insensibilità per il prossimo continuino a procedere, in un tragitto che porta allo scontro di tutti contro tutti

Molti ritengono che lo spartiacque tra sinistra e destra non esista più. A mio parere è vero il contrario: la distinzione ha senso più che mai, e separa i sostenitori del liberismo senza regole e del disinteresse per il prossimo (“America First”, “Prima gli Italani”, “Padroni in casa nostra”…) da coloro che ritengono urgente mettere solide briglie al primo e tornare a uno spirito comunitario. Quello che non c’è più sono le vecchie classi: non si può più parlare “al nostro popolo”, contrapposte a quello di altri, ma ci si deve rivolgere a tutti i cittadini. A mio parere la contrapposizione non è neanche quella tra l’uno per cento più ricco e il residuo novantanove  per cento, come propose il movimento Occupy Wall Street. È tra visioni: tra chi considera le disuguaglianze e la povertà crescente un male da combattere nell’interesse di tutti, e chi pensa o ha interesse a che il liberismo senza freni e l’insensibilità per il prossimo continuino a procedere, in un tragitto che porta allo scontro di tutti contro tutti, con l’esito ben prefigurato dalla teoria delle catastrofi.

Occorre cercare di arrestare e invertire il processo. Condivido l’opinione di Cornacchia che ciò sia possibile solo con una vasta mobilitazione di persone di buona volontà, facendo soprattutto «capire ai giovani perché è giusto e bene essere solidali, essere pacifici, essere rispettosi».

E trovo anche importante l’appello di Cornacchia agli artisti, quasi denunciando, come fa velatamente Camilleri, una sorta di “trahison des clercs”, perché diano il loro contributo alla mobilitazione. Ho sempre creduto fermamente nell’affermazione dostoewskiana secondo cui la bellezza salverà il mondo.