ZUCKERBERG, GATES, BONO. E DEL BUONISMO.

5 marzo 2017

 

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Recentemente  sono stati diffusi  un documento e un’intervista che hanno molto in comune pur nella loro diversità, e che si prestano a considerazioni di qualche interesse da diversi punti di vista: economico, politico, etico.

Il documento è una lettera  intitolata  “Building Global Community” che Mark Zuckerberg ha “postato”  sul social network da lui creato, Facebook, rivolgendola ai quasi due miliardi di iscritti, il 16 febbraio scorso. L’intervista è stata fatta a Bill Gates, capo di Microsoft, e a Bono, superstar della musica rock, e pubblicata su una rete di grandi giornali europei, tra cui la  Repubblica il 23 febbraio 2017.

Nella sua lettera Zuckerberg descrive la visione che egli propone per il  futuro di Facebook. L’elemento fondamentale (prosegui la letura su Vorrei) di questa visione è costituito dall’obiettivo di  farne  non soltanto  un luogo d’incontro di comunità famigliari e amicali, ma addirittura  una infrastruttura al servizio della  società  globale. Egli vuole favorire   la partecipazione di milioni di persone alle scelte  politiche locali e globali che vada al di là del voto nell’urna una volta  tanto. I capitoli del documento parlano di una pluralità di comunità solidali e civicamente impegnate, e di una comunità  globale sicura, informata, inclusiva. “La mia speranza, egli dice,  è di costruire nel lungo termine una infrastruttura sociale per unire l’umanità… Tutte le soluzioni non arriveranno solo da Facebook, ma noi potremo giocare un ruolo, credo”. L’obiettivo, ribadisce,  è di “creare una comunità inclusiva globale… Facebook non è solo tecnologia e medium, è un comunità di gente”.

Nella loro intervista Bill  Gates e Bono hanno sintetizzato così  le  loro iniziative  partecipando alla  53° Conferenza sulla Sicurezza svoltasi a Monaco di Baviera in febbraio: “Il lavoro che viene realizzato dalla Gates Foundation ha a che vedere con miglioramenti nel campo della salute e dell’agricoltura; l’attività svolta da One (l’ONG creata da Bono, n.d.r.) è quella di supportare i politici pronti a fare la cosa giusta”. Il programma che hanno presentato alla Conferenza si ispira a  quelle che in inglese sono le tre E: education, employment, empowerment (educazione, occupazione, responsabilità). La loro attenzione è rivolta particolarmente all’Africa, perché ciò che accade in quel continente si riflette su tutto il globo in termini di guerre. rivolte e  migrazioni,  oppure di pace, convivenza tra diversi e benessere. Ma “la filantropia, dice Gates,  rappresenta una piccolissima parte dell’economia mondiale… Quando si tratta di operare sui grandi temi su vasta scala, come l’educazione delle ragazze, i sistemi per l’agricoltura, la stabilità, la giustizia, dipendiamo completamente dai governi”. E quindi è su di loro che occorre agire.
L’intervista a Gates e Bono è passata senza commenti. A differenza del documento di Zuckerberg, che ha suscitato molte reazioni. C’è chi l’ha visto come  il  “manifesto” per una candidatura alla presidenza degli USA dopo l’infausta vicenda Trump. Ma è difficile trovare tra i commenti  un apprezzamento  dell’impegno a favore della convivenza umana che lo caratterizza. Molti di essi  sono dominati da un sospetto, se non da un’accusa, di ipocrisia: belle narrazioni e  programmi, ma diretti a nascondere i comportamenti riprovevoli delle multinazionali della comunicazione di cui Zuckerberg, come Gates,  è tra  i massimi esponenti. Non fanno parte questi personaggi di quell’uno per cento che si appropria di gran parte della ricchezza del mondo? Non architettano operazioni finanziarie tali da eludere le tasse dei paesi nei quali operano? E soprattutto, non sono un pericolo per la democrazia, grazie al controllo pervasivo delle informazioni su miliardi di persone? E’ addirittura Il commentatore del Sole 24 Ore (L. Tre., 17/02/17) a concludere con la frase: “La stella polare  è Facebook. E un brivido ci corre in fondo alla schiena”.

Una conferma dell’esistenza di  questa “nuvola”  che pregiudica, nel senso letterale della parola,  qualunque espressione di idee e progetti  l’ho ritrovata nella  invettiva  che Roberto Saviano (la Repubblica, 25/02/2017)), seguito poi da Michele Serra (il giorno dopo), ha lanciato  sulla parola ““buonismo”. Dice Saviano: “Questa parola è diventata una specie di scudo contro qualsiasi pensiero ragionevole, contro qualsiasi riflessione in grado di andare oltre il raglio della rabbia e la superficialità del commento … Aboliamo questa parola. Qui non c’entra la bontà e non c’entra neanche il politicamente corretto, espressione abusata dagli stessi che usano la parola “buonista”, come sinonimo di una politica ipocrita che proclama i buoni sentimenti ma poi nel quotidiano fa pagare agli altri il prezzo della propria correttezza e si mantiene nel privilegio”.

A me la parola “buonismo” evoca  qualcosa di ancora più profondo. Nei Vangeli di Marco e Matteo  Gesù Cristo definisce il peccato contro  lo Spirito Santo come il più grave, al punto da non poter essere perdonato. Questo peccato consiste soprattutto nell’attribuire intenzioni maligne a chi propone  o compie azioni buone. (In questo senso, la nota frase popolare  “a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”,  fatta propria, secondo la vulgata,  da Giulio   Andreotti, fa di questo grande e discusso personaggio politico del passato  il Grande Peccatore della Prima Repubblica!).

Questo “peccato”  domina alla grande  gli attuali rapporti sociali, economici e politici, e  mina profondamente il sistema dei rapporti umani, sociali, economici, distruggendone il legame  fondamentale: la fiducia reciproca.

Io ho  adottato come regola di vita quella della fiducia negli altri. E l’esperienza mi ha insegnato  che a volte ci si sbaglia (e se ne paga lo scotto), ma per lo più “ci si azzecca”. La fiducia, per quanto claudicante, regge il mondo. E il praticarla rende anche più piacevole la vita.

E così faccio  credito  a personaggi come Zuckerberg e Gates delle attività e delle intenzioni da essi espresse, il che non implica affatto qualsiasi  sconto  per quanto riguarda i loro debiti e garanzie da fornire nei confronti dei contesti sociopolitici nei quali sono presenti con le loro corporate multinazionali. Ma non lo faccio solo per contribuire nel mio piccolo al clima di fiducia che credo essenziale per il consorzio umano a tutti i livelli. ma anche perché penso che questa fiducia sia uno strumento, forse l’unico, per battere gli interessi oscuri che operano contro la convivenza civile.

In un mio articolo precedente avevo posto un quesito:  perché è così difficile ridurre le disuguaglianze e le condizioni di deprivazione in cui si trovano milioni di persone, con  interventi come, ad esempio,  la tassazione delle rendite improduttive o la penalizzazione di attività finanziarie  fini a sé stesse? E la risposta era ed è:  i pochi che si avvantaggiano delle disuguaglianze sono  in una posizione di forza rispetto ai comuni mortali, grazie  alle ingenti risorse materiali e professionali possedute, tale da poter moltiplicare le proprie risorse e il proprio potere in un perpetuo circolo vizioso.

Come romperlo? Credo che una forza politica, ovviamente di sinistra,  che volesse riuscire a farlo, dovrebbe in primo luogo puntare sul  far   capire  alla maggioranza dei cittadini di qualsiasi ceto  il loro interesse ad  una politica rivolta a migliorare  le condizioni delle persone e dei contesti sociali più degradati, dalle  periferie globali a quelle urbane. Perché l’investire risorse per una politica di questo tipo  aumenterebbe le condizioni di sicurezza della convivenza civile più delle spese per le forze dell’ordine.  E soprattutto genererebbe uno sviluppo economico trainato dalla   soddisfazione dei bisogni fondamentali per la libertà degli esseri umani, cioè dalla domanda primaria insoddisfatta, dalla diffusione e non dalla concentrazione della ricchezza.   Un thrickle up (una risorgiva) reale, e non il  thrickle down (sgocciolamento) da fontane sterili, come sostenuto dai liberisti.

Non si tratta quindi di “sinistre orientate al centro”, cioè impegnate a conciliare le esigenze dei meno abbienti con quelli del ceto medio,  o costrette ad alleanze compromissorie con forze conservatrici egoistiche e miopi. Si tratta di superare le vecchie visioni ideologiche, le vecchie gabbie sia classiste che  interclassiste, e di unire  le forze orientate all’uguaglianza e al riscatto dei poveri ovunque si trovino.

Mi ha molto colpito una frase  di Bono, frutto dei suoi contatti nei luoghi più dilaniati dalle guerre:  “I militari sembrano essere più avanti dei propri capi nel ritenere che sia necessario investire nelle persone, nella prevenzione, invece che nell’intervento. Penso che ciò sia dovuto al fatto che loro sanno meglio di chiunque altro quale sia il prezzo da pagare in un conflitto”. E trovo molto efficace quest’altra sua dichiarazione: “Penso che il capitalismo sia una brutta bestia a cui vanno impartite istruzioni, un animale al quale è necessario insegnare a ricevere ordini su come comportarsi. Non possiamo consentirgli di dirci cosa fare. E invece penso che sia proprio ciò che sta accadendo ora. E’ in corso una fiammata ma credo che durerà poco. Tornerà un periodo in cui le persone si fideranno l’una dell’altra. La gente parla di post-verità, di post-fatti… È possibile che ora ci troviamo in un periodo di post-fiducia. Ma io penso che ricostruire la fiducia sarà molto importante”.

Dobbiamo raccogliere le forze di sinistra ovunque. Non regalare i Bill Gates, i Zuckerberg, e anche i Bono alle armate dei  Donald Trump.

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PAPA FRANCESCO DEVE SAPERE (ED ALTRI RICORDARE)

3 febbraio 2017

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Ripercorriamo le vicende del Parco di Monza alla vigilia della visita di Bergoglio

Come si potrebbe sottovalutare l’importanza della venuta di Papa Francesco a Monza?
E come si potrebbe dire che, tra gli “eventi” per il cui svolgimento viene proposto il Parco, una Santa Messa officiata da Papa Francesco non sia all’altezza del prestigio della “Imperial Regia” Villa e Parco di Monza?

C’è chi teme che l’afflusso di un numero di fedeli, valutato intorno a un milione, possa causare gravi danni al grande prato del Mirabello, uno dei luoghi più rappresentativi del Parco dal punto di vista storico, naturalistico e paesaggistico. Ma sembrano esserci elementi sufficienti per ritenere che ciò non avverrà: la durata dell’evento sarà relativamente breve, e il comportamento dei fedeli sarà ben diverso e non devastante come quello dei fan dei concerti rock.

Eppure, il Papa che ha scelto il nome di S. Francesco e ha scritto l’Enciclica “Laudatu si. Sulla cura della casa comune”, cioè dell’ambiente naturale in cui viviamo, deve sapere (leggi il seguito su Vorrei) che questo evento si iscrive in una storia di violenze a cui il Parco è stato sottoposto in tutto il secolo scorso e all’inizio di quello attuale. Non solo: che l’evento verrà strumentalizzato per legittimare ulteriori atti di violenza.

È molto probabile che il Papa, la cui agenda è densa di problemi di rilevanza universale, non sappia nemmeno di che cosa stiamo parlando. Ma sarebbe utile che sapesse che Il Parco di Monza è un capolavoro di architettura naturale e paesaggistica di quasi 800 ettari, di rilevanza storica e internazionale, tuttora splendido nonostante le ferite che gli sono state inferte dopo l’abbandono da parte dei Savoia, a causa dell’uccisione di Umberto I a Monza, nel luglio del 1900.

La violenza ha inizio nel 1922, quando viene realizzato l’autodromo, sul quale si corre ancor oggi il Gran Premio di F1. Ma se al giorno d’oggi questo fatto dirompente si presentasse come una ferita ormai cicatrizzata e circoscritta, tra Parco e autodromo potrebbe stabilirsi una convivenza sia pure di compromesso. Tenendo anche conto del fatto che negli spazi occupati dall’autodromo permangono vaste aree verdi di grande pregio naturalistico, purtroppo trascurate e isolate.

Ma non si tratta di una ferita cicatrizzata, bensì di una piaga sempre aperta.

Già dall’inizio, seguendo la spinta distruttiva, venne realizzata un’altra pista, detta “di alta velocità”, che penetra più della prima nel cuore del Parco, devastandone e isolandone circa 60 ettari. Dopo pochi anni questa pista venne abbandonata, perché rivelatasi priva di interesse sportivo ed economico. Ma è ancora lì, con la sua presenza dirompente.

Nel 1924 il Parco subì un altro affronto: nel prato del Mirabello, oggi recuperato (di ciò dirò poi), nel quale si terrà la Santa Messa, venne realizzato un ippodromo. Ecco cosa si legge in proposito su Wikipedia: “Collocato fra la villa Mirabello e la villa Mirabellino, l’ippodromo si inseriva in un delicato equilibrio paesaggistico, già fortemente compromesso nel 1922 con la realizzazione dell’autodromo… In realtà l’inserimento dell’ippodromo in quello che da molti era considerato il vero e proprio cuore del Parco, stravolse completamente l’equilibrio tra le diverse quote fra il Mirabello, il Mirabellino, le sponde del Lambro e lo storico cannocchiale prospettico del viale dei Carpini”.

Pochi anni dopo, nel 1928, il Parco subì una terza violazione di vasta portata: la realizzazione di un campo di golf, che comportò l’eliminazione di un bosco di oltre 100 ettari, una volta abitato da cervi e fagiani per le attività venatorie dei nobili, e che oggi potrebbe essere riportato allo stato di una riserva faunistica. Questo atto trasformò il bosco in un impianto sportivo standard, estraneo alla natura del luogo, sottratto all’uso dei comuni mortali per essere riservato ancora oggi a pochi privilegiati di un club esclusivo.

Un’altra devastazione, sia pure di minori dimensioni, furono costretti a subire i Giardini Reali, parte particolarmente pregiata del Parco, posta al contorno della Villa. Questi Giardini possono competere, con le loro prospettive, i prati ondulati, un lago e un arboreto di un centinaio di essenze pregiate, con i più prestigiosi giardini storici del mondo. Ebbene, entrando in questo gioiello attraverso un bel portale neogotico, ci si trova davanti a… quattro o cinque campi da tennis.

Come si suol dire, errare humanum est, sed perseverare diabolicum. Così nel 1956, dopo quasi quarant’anni di abbandono, si decide di rilanciare l’inutile e devastante pista di alta velocità, sopraelevando oltre il lecito le due curve del “catino”. L’impianto si rivelò subito tecnicamente ed economicamente sbagliato e malfatto, al punto da nuocere anche al prestigio dell’Autodromo: la pista fu rifiutata dai piloti e dalle case produttrici, le curve furono denominate “muri della morte”. e il tutto fu abbandonato di nuovo dopo qualche anno di problematico esercizio. Oggi questo ecomostro è un rudere che rompe ancora l’asse portante del disegno del Parco, il Viale Mirabello, un cannocchiale di quattro chilometri orientato verso le Brianza e le montagne lombarde, e ingombra tutta la zona circostante. La disinformazione alimentata da interessi estranei e pervicaci ha trasformato questo ecomostro in un totem con i piedi nell’ignoranza. Ebbene, ancora oggi, nonostante queste esperienze fallimentari e devastanti, c’è chi ne prevede un restauro finalizzato al nulla o al peggio. Cosa c’è oltre il “diabolicum”?

Ma come si spiega questa violenza senza fine? Perché, considerato il valore del complesso monumentale che nelle mappe dell’ottocento era chiamato “Imperial Regia Villa e Parco di Monza”, non si procede con l’unica strategia che sembrerebbe ovvia: un restauro il più possibile filologico, tale da rendere questo bene non solo una risorsa preziosa per le popolazioni locali, ma anche un luogo di attrazione a vasto raggio, data la sua storia bisecolare e internazionale? Perché non si punta a un obiettivo ideale, ma anche molto concreto, come quello di un riconoscimento da parte dell’UNESCO come parte del Patrimonio dell’umanità, con risultati anche economici che in prospettiva convergerebbero con la tutela dell’ambiente naturale e dei valori culturali?

Ebbene, tutto ciò non avviene perché dai tempi dello scempio dell’autodromo è in atto una strategia, non dichiarata ma pervicace, portata avanti da interessi economici speculativi estranei al Parco e alla città di Monza: una visione che separa il Parco dalla Villa, lo considera come ormai deflorato e irrecuperabile, disponibile per attività sportive (“un impianto sportivo a cielo aperto”, è stato detto) e di qualunque tipo, del tutto insensibili ai valori culturali e ambientali del luogo. Una testimonianza recente, generalmente sottovalutata, di questa visione, è la disseminazione in tutto il Parco di grandi cartelli e di segnavia di cemento ad imperitura memoria, con il marchio di uno sponsor, indicanti il percorso di una mezza maratona. Una corsa che si corre una volta l’anno e che poteva essere segnata (come ovunque, da Milano a New York) da una segnaletica rimovibile. Questa strategia si va oggi traducendo in altre attività altrettanto e forse più devastanti, di cui dirò in seguito.

(Ovviamente questo discorso verrà travisato come prova di una opposizione a qualsiasi attività sportiva nel Parco. In realtà migliaia di persone ogni giorno vi camminano, corrono, pattinano, cavalcano, fanno ginnastica, eccetera, senza recare alcun danno all’ambiente, al contrario rendendolo vivo e vitale. Ma si tratta di attività ben diverse da quelle di cui sto parlando, che richiedono infrastrutture invasive e snaturanti, e attraggono folle di tifosi poco consapevoli e rispettosi del luogo).

Nel 1996 accadde qualcosa che fece sperare nella fine delle aggressioni, in una inversione del processo devastante durato quasi un secolo. Sia pure a compensazione dell’ennesima violenza – la costruzione di nuovi box nell’autodromo, descritti come un grattacielo disteso sul suolo – venne elaborato per la prima volta un “Piano per la Rinascita del Parco di Monza”. Questo piano, attuato sia pure solo in parte, ha consentito una serie di interventi rilevanti per restituire al Parco la dignità ferita. In particolare venne eliminato l’ippodromo, con il rifacimento del grande prato del Mirabello, il recupero della visuale sulle montagne lombarde, il rifacimento del Viale dei Carpini che congiunge le due ville duriniane, Mirabello e Mirabellino. È questo il luogo dove si terrà la Santa Messa di Papa Francesco.

Ma purtroppo questo ritorno alla natura, alla bellezza, e alla stessa ragione, è stato presto abbandonato, e lo spirito distruttivo ha ripreso il sopravvento.

Con il nuovo millennio lo sport automobilistico vede un calo d’interesse, specie tra i giovani, dovuto probabilmente agli eccessi della motorizzazione, alla consapevolezza del conseguente inquinamento atmosferico e acustico, al progresso tecnologico che rende obsoleto il mito dei bolidi rombanti. Questa tendenza ha riflessi negativi sulle corse automobilistiche, e quindi anche sull’autodromo di Monza, compromettendone la sopravvivenza.

Si poteva supporre che, di fronte alla crisi, i gestori dell’autodromo modificassero le loro strategie, rendendo anche l’impianto più compatibile con la natura del Parco (ad esempio con le gare di auto elettriche e con attività di ricerca scientifica). Ma nulla di tutto questo. E così, per uscire dalla crisi, si è pensato a una “diversificazione” rispetto alle attività sportive: i concerti rock. Immaginando ancora il Parco come luogo ormai compromesso, disponibile per accogliere centinaia di migliaia di fan, devastandolo con strutture monstre trasportate da enormi TIR, inquinamento luminoso e acustico, compattamento e compromissione dei terreni prativi (tappi di bottiglie di birra, mozziconi di sigarette e altri rifiuti incistati nel terreno). Notizie recenti sui gestori della Formula Uno e dell’autodromo fanno prevedere il peggio, con la trasformazione delle gare automobilistiche in kermesse polivalenti e l’estensione degli “eventi” dai concerti rock a diverse attività ludiche, in un’ottica esclusivamente affaristica. Il tutto all’insegna del “che c’è di male?” (Papa Francesco sa bene cosa può nascondersi dietro questa frase).

E vorrei concludere proprio con il tema dei prati, sulla cui difesa molti ironizzano, come se fosse un argomento di scarso rilievo. È infatti opinione diffusa che un prato, dopo essere stato devastato, può essere facilmente ripiantumato. Nulla di più falso. Perché un prato naturale offre nella sua umiltà (che deriva da humus, non a caso) un contributo prezioso a tre aspetti fondamentali della difesa dell’ambiente, sui quali l’enciclica di Papa Francesco “Laudatu si” si sofferma in modo molto approfondito: la biodiversità, la conservazione delle risorse naturali, la salvaguardia dall’inquinamento.
Un prato naturale, come quelli che caratterizzano il Parco, è “polifita”: è formato cioè da una grande varietà di essenze erbacee, che oltre a caratterizzarlo esteticamente emanano anche profumi diversi che distinguono un luogo. È cioè una espressione della biodiversità. Una ripiantumazione non potrà mai restituirgli quelle caratteristiche. Va bene per un campo di calcio, per un campo da golf, insomma per un “non luogo”, per usare il termine felicemente proposto da Marc Augè. Inoltre, un prato naturale si mantiene da sé, resistendo alle intemperie e giovandosi di concimi naturali altrimenti trasformati in rifiuti. In più, gli sfalci dell’erba lo rendono economicamente e sanamente redditizio. Al contrario un prato artificiale richiede continui interventi per essere conservato, spesso con l’uso di fertilizzanti chimici, diserbanti e pesticidi fortemente inquinanti. E consuma molta acqua. Se abbandonato a sé stesso, magari dopo il susseguirsi di “grandi eventi”, è destinato a morire, trasformandosi in una sterile terra battuta. Guarda caso, proprio in questo mese si terrà a Treviso, per iniziativa della fondazione Benetton, un convegno di due giorni con il titolo “Prati, Commons”. “Quattro sessioni di studio che partono dai prati nella storia e nella cultura del paesaggio”.

Certamente Papa Francesco non avrà il tempo di leggersi tutto questo discorso. Spero solo che qualche suo collaboratore, non influenzato da narrazioni interessate, dotato di informata coscienza, lo legga e gliene comunichi il senso. E che qualcun altro, a Monza e dintorni, sia indotto a qualche riflessione.

CULTURA ED ECONOMIA: CHI SERVE CHI?

25 gennaio 2017

20170125 Edmund Phelps

Nei miei articoli precedenti, ho cercato di approfondire l’argomento più importante dell’attuale sistema economico e della convivenza globale: la crescita delle disuguaglianze, e in particolare l’esclusione, la povertà.
Recentemente, su suggerimento del nostro direttore, ho spostato l’attenzione su un altro problema scottante: il rapporto tra economia e cultura. E ho commentato la tesi di Sandel, secondo cui l’economia sta inquinando ogni attività culturale, trasformando una economia di mercato in una società di mercato.
Ed ecco che mi capita di leggere un articolo di Ignazio Visco, Governatore della Banca d’Italia, che tocca lo stesso tema dei rapporti tra economia e cultura. La Banca d’Italia è una delle “grandi scuole” in cui si forma la nostra classe dirigente. Quello che dice il suo numero uno è quindi da valutare attentamente.
Visco auspica un aumento degli investimenti per la cultura, termine al quale dichiara di preferire “conoscenza”, superando la barriera che divide la cultura cosiddetta umanistica da quella tecnico-scientifica. E cita Benjamin Franklin, secondo cui “an investment in knowledge pays the best interest”.
Ma soprattutto si rifà ampiamente alle idee di Edmund Phelps, (leggi il seguito su Vorrei, oppure ^™) premio Nobel per l’economia nel 2006, espresse in un testo di grande successo, ma non ancora tradotto in Italia, dal titolo “Mass Flourishing, How Grassroots Innovation Created Jobs, Challenge, and Change” (Princeton University Press, 2013). Traduzione: “Fioritura di massa. Come l’innovazione dal basso ha creato lavoro, sfida e cambiamento”.
Di qui la mia lettura di Phelps, e la scoperta di essermi imbattuto, dopo quelle abituali di economisti “di sinistra” (Stiglitz, Rifkin, Sen, Piketty, Sandel, Latuche…), in un autorevole rappresentante e ispiratore della “destra”. Dopo una iniziale, riprovevole repulsione, mi sono ricordato che è utile sentire una campana diversa.
La tesi fondamentale di Phelps è che gli ultimi due secoli sono stati segnati da quella che egli definisce “economia moderna”, che ha consentito di elevare la qualità della vita dell’umanità a livelli mai prima raggiunti. L’economia moderna è stata caratterizzata da un grande dinamismo, che si è espresso in termini di creatività, gusto per l’auto-realizzazione e l’innovazione, accettazione del rischio, con riflessi positivi straordinari sulla produttività, l’occupazione, le retribuzioni; una cultura che ha progressivamente coinvolto vasti strati della popolazione nelle diverse nazioni, a partire da quelle occidentali.1
A suo parere, questa spinta si è esaurita negli ultimi decenni del XX secolo e nei primi del secondo millennio. Per spiegarne le cause, Phelps individua tre diversi sistemi economici: l’economia moderna, il socialismo, il corporativismo.

Di ciò che Phelps intende come “economia moderna” ho già detto. E nell’articolo continuerò a usare questa espressione, anche se (Phelps lo negherebbe) corrisponde molto a un termine ben più diffuso: capitalismo. Con il termine “socialismo” l’autore qualifica un sistema caratterizzato da una presenza totale o fortemente prevalente dello stato nell’economia. Definisce invece corporativo un sistema governato da una triade costituita dallo stato, la rappresentanza dei datori di lavoro e quella del lavoratori.

Phelps propone anche una successione temporale dei diversi tipi di economia: la vita  economica, prima dell’economia moderna, è stata caratterizzata dalla staticità, passata negli ultimi secoli dal feudalesimo al mercantilismo, da economie chiuse a un commercio di beni scarsamente innovativo. L’economia moderna si è affermata dalla fine del Settecento ai primi decenni dopo la seconda guerra mondiale. Il corporativismo si è invece sviluppato soprattutto tra le due guerre mondiali, in parallelo con l’economia moderna. Nato in Italia con il regime fascista, ha contagiato progressivamente il resto del mondo, e sta facendo registrare, secondo Phelps, un nuova fiammata negli ultimi decenni.

Phelps dedica molto spazio alla dimostrazione della superiorità dell’economia moderna rispetto agli altri sistemi, per la verità sfondando molte (anche se non tutte) porte aperte. Anche Churchill soleva dire che “la democrazia è la peggiore forma di governo, fatta eccezione per tutte le altre”. Il fatto è che di quel sistema Phelps mette in luce soltanto gli aspetti positivi, di lungo termine, trascurando i diversi incidenti di percorso, dai conflitti sociali, alle crisi economiche, a due guerre mondiali. E al colonialismo, che molto ha contribuito al benessere delle nazioni “madri patrie”. Dimenticando, per parafrasare J. M. Keynes, le centinaia di milioni di morti nel breve andare, che hanno consentito ai sopravvissuti il benessere nel lungo andare. Con un diverso sistema, forse il costo sarebbe stato minore.

Ma ciò che interessa Phelps è soprattutto la contrapposizione tra l’economia moderna e il corporativismo. Tra l’economia moderna, caratterizzata dal dinamismo, dalla motivazione, dalla creatività, originalità e innovatività endogena, gusto del fare, da valori intangibili oltre che fisici, inclusiva per vasti strati sociali, e il corporativismo, caratterizzato dalla staticità, dal burocratismo, da regole soffocanti, da scarsa motivazione nel lavoro, da appiattimento su valori meramente materiali.

La sua tesi conclusiva è che negli ultimi decenni il corporativismo ha ripreso la sua penetrazione anche nei paesi tradizionalmente “moderni”, come gli USA, e che questa è la causa della bassa crescita, della minore produttività, della disoccupazione, dei bassi salari. Di qui la necessità di rimettere in moto l’economia favorendo cultura, motivazione e creatività a tutti i livelli, dal “grassroots”, cioè dal popolo, alle classi dirigenti.

Lo straordinario sfoggio di erudizione che Phelps squaderna a sostegno della sua tesi, partendo dai primordi dell’umanità, passando per Aristotele e per i pensatori e gli artisti di tutti i tempi, per finire con se stesso, non riesce a cancellare una certa impressione di semplicismo che aleggia sulle tesi da lui espresse. Prima fra tutte una certa confusione tra il corporativismo e i sistemi ispirati al welfare state affermatisi nel corso del novecento. Il primo caratterizzato da una sostanziale conservazione dei privilegi delle classi dominanti, in forme anche violente, il secondo dall’intervento dello stato per garantire a tutta la popolazione l’esercizio dei diritti umani fondamentali, riducendo le disuguaglianze. E dando luogo, in quest’ultimo caso, a sistemi economici e sociali, come quelli del nord Europa, che a parere di altri economisti (ad esempio Rifkin, che ha parlato di “Sogno europeo”) possono essere considerati migliori della sua economia moderna.

Del resto, sarebbe difficile qualificare come corporative molte regole stabilite in tutti i paesi civili, a partire dagli USA (ad esempio con lo Sherman Act contro i monopoli e il Glass-Steagal Act per la separazione tra banche commerciali e banche d’affari, oggi colpevolmente cancellata), per bloccare gli effetti perversi del sistema capitalista in termini di concentrazione del potere economico in poche mani e di predominio di questo sulla politica.

Ma colpisce particolarmente una visione degli eventi degli ultimi decenni che è in radicale contrasto con quella che la maggioranza degli studiosi e della gente comune, della quale faccio parte, credo condividano: che il punto di svolta dell’economia mondiale, soprattutto in termini di allargamento delle disuguaglianze dopo un lungo periodo di loro riduzione, si collochi intorno agli anni Ottanta, con le amministrazioni Reagan in USA e Thatcher nel Regno Unito. Che hanno aperto la strada a un liberismo economico sregolato, diffusosi poi in tutto il mondo, contagiando anche le sinistre eventualmente al potere.

In effetti, il tema delle disuguaglianze non sembra interessare molto l’autore. Phelps non è tra i sostenitori del thrickle down (cioè dell’idea che favorendo i ceti più ricchi con la riduzione delle tasse si ottiene, “per gocciolamento”, l’arricchimento di tutti). Ma certo condivide la discutibile opinione secondo cui con l’innalzamento del livello dell’acqua tutte le barche si alzano. Fuor di metafora, che con l’innalzamento del livello di sviluppo economico, automaticamente tutti ne traggono vantaggio.

Ma da dove eravamo partiti? Dall’argomento del rapporto tra economia e cultura. La tesi conclusiva di Phelps è che, liberando la cultura intesa in senso molto lato, superando la distinzione convenzionale tra cultura umanistica e scientifica, e comprendendo anche l’imprenditorialità come espressione di creatività, a tutti i livelli, partendo dalla base popolare e risalendo alle classi dirigenti pubbliche e private, sia assicurato anche il rilancio dell’economia di un paese, in termini di recupero del perduto dinamismo, di inclusione, di produttività, di occupazione, di maggiori retribuzioni.

A mio parere questa visione, per essere realizzata (e chi non lo vorrebbe?) richiede due specificazioni.
La prima, fondamentale, che la cultura sia indipendente dall’economia. Che sia fine a se stessa, secondo l’antico aureo concetto “Ars grazia artis”, l’arte per l’arte. O di quello attribuito a Aristotele, secondo cui la filosofia non serve a niente, perché non è serva di nessuno. Solo una volta che questa condizione sia realizzata, si può agire per trarne risultati economici. Che possono essere anche ingenti e molto superiori a quelli immediati, frutto di visioni miopi, speculative e spesso distruttive dei valori culturali da cui traggono origine. Perché l’essere umano aspira naturalmente alla bellezza nelle sue diverse manifestazioni, anche inconsapevolmente.

La seconda, che non si confonda la libertà culturale con la libertà economica. Mentre la prima non accetta condizionamenti, la seconda li esige, per non degenerare in termini di concentrazione del potere economico, di finanziarizzazione fine a se stessa, di iniquità, di sfruttamento e povertà di milioni di esseri umani, di prevaricazione sulla cultura e sulla politica, di distruzione dei valori che Phelps stesso ritiene necessario tutelare e diffondere.

Le regole imposte al mercato favorirebbero anche lo sviluppo dell’imprenditorialità, dove obiettivi culturali ed economici, in un’ottica di lungo termine,  possono trovare una felice sinergia.

E comunque la lezione di Phelps è utile anche per una riflessione sulla distinzione tra destra e sinistra, a cui ho accennato all’inizio. Distinzione che, a mio parere, resta valida, ma superando i rigidi schemi ideologici del passato. Perché la società liquida, descritta dal compianto Baumann, la globalizzazione, la rivoluzione scientifica in atto, richiedono comunque un nuovo dinamismo, uguale e nello stesso tempo diverso da quello auspicato da Phelps. Con un occhio particolare al nostro paese, culla del corporativismo, il quale costituisce purtroppo tuttora una nostra specifica palla al piede.
Così mi sentirei di integrare lo slogan in cui ho sempre dichiarato di credere, “Più mercato, più stato”, modificandolo in “Più cultura, più mercato, più stato”. Con la cultura in posizione preminente e indipendente.

1 Phelps considera il famoso principio formulato da Thomas Jefferson e ripreso nella dichiarazione d’Indipendenza americana del 1776, secondo cui la ricerca della felicità costituisce un diritto fondamentale dell’essere umano, come l’espressione di un cambiamento radicale nella storia dell’umanità. In base a questo principio, dice Phelps, “ogni persona ha il diritto morale di perseguire la propria realizzazione… al contrario della tradizione secondo cui le vite dovrebbero essere dedicate agli altri – alla famiglia, alla chiesa, al paese”. Il modernismo, sempre secondo Phelps, si è posto come “nemico delle idee del tradizionalismo, che poneva l’individuo al servizio del gruppo” (p. 201). Questa visione suona come molto simile a quella espressa dalla Thatcher secondo cui “la società non esiste”. Ma in tal modo l’umanesimo degenera nell’individualismo. In realtà l’obiettivo della auto-realizzazione non è a priori in contrasto con il bene altrui. E’ ben vero che l’egoismo venne “sdoganato” da Adamo Smith, secondo cui il macellaio che ti vende la carne non lo fa per generosità ma per il proprio tornaconto, contribuendo involontariamente con il suo egoismo, attraverso una “mano invisibile”, al bene della società. Ma, come afferma lo stesso Phelps altrove nel suo libro, questo tornaconto può ben convivere con il gusto di far bene il proprio lavoro, che implica il bene del prossimo. Io credo piuttosto che il “dinamismo” iniziato alla fine del XVIII secolo, figlio, come dice Phelps, dell’umanesimo rinascimentale, del vitalismo barocco e dell’illuminismo (nonché, occorre dire con Weber, dell’etica protestante), sia stato dovuto all’inversione della fonte della sovranità generata dalle due grandi rivoluzioni, quella francese e quella americana: sovranità in precedenza calata dall’alto, da Dio al popolo, tramite i diversi livelli di autorità, e da allora in poi attribuita al popolo, e da questo trasmessa ai livelli superiori.

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MULTINAZIONALI: PROSPERITA’ O POVERTA’?

24 ottobre 2016

Con il titolo “Taking care of losers, that is saving globalization and technology from themselves” (“Prendersi cura dei perdenti, così è possibile  salvare la globalizzazione e la tecnologia da loro stesse”) Rich Lesser, presidente del  Boston Consunting Group (BCG), una tra le più autorevoli società di consulenza  che orientano  le strategie delle aziende multinazionali,  insieme agli strategist Martin Reeves e Johann Harnoss, dà ai suoi clienti un indirizzo rivoluzionario.

La premessa è che globalizzazione e innovazione tecnologica, se  da una parte hanno recato  enormi vantaggi all’umanità, strappando dalla povertà milioni di persone in ogni parte del mondo, dall’altra creano disuguaglianze e insicurezza crescenti,  che alimentano una sempre  più diffusa opposizione.  Le disuguaglianze, infatti, inducono “i perdenti”, cioè coloro che dalla competizione globale e dai progressi tecnologici vengono progressivamente esclusi, a desiderare un ritorno al passato: barriere contro i prodotti stranieri e i flussi migratori, ostacoli alle tecnologie distruttrici di posti di lavoro, ritorno ai vecchi stati nazionali. Brexit docet.

Il BCG suona l’allarme per i suoi clienti: attenzione, questa deriva sarà distruttiva per gli stessi interessi delle grandi corporate. Occorre cambiare strada, andare in una direzione opposta a quella sin qui seguita.

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Ed ecco in sintesi  le sette strategie (leggi il seguito su Vorrei , ) che il BCG propone  per evitare  che globalizzazione e progresso tecnologico, in sé positivi, producano veleni   che alla lunga possono bloccare le magnifiche sorti e progressive del mondo:

1. Dare una diversa  forma alla  globalizzazione. “La forma della globalizzazione è stata sinora basata  sulla conquista di nuovi mercati  e sulla creazione di catene produttive  internazionali finalizzate a ridurre i costi”.  Il risultato è stato quello delle delocalizzazioni selvagge, distruttive di posti di lavoro nei paesi sviluppati  e basate sullo sfruttamento dei lavoratori  nei paesi arretrati.. Citando  Jeft Immelt, numero uno di General Electric, gli autori sostengono che il modello del futuro dovrà puntare sulla valorizzazione delle  capacità delle persone in ogni parte del mondo, piuttosto che sulle  differenze nel costo del lavoro.

2. Sostenere gli ecosistemi imprenditoriali. Per diversi decenni abbiamo assistito alla concentrazione della attività economiche in gruppi   sempre più grandi, con un declino delle nuove iniziative imprenditoriali (startup). In futuro occorrerà fare il contrario:  favorire la creazione  di sistemi d’imprese, basati sulla  collaborazione di migliaia di soggetti  anche individuali. Questi ecosistemi   potrebbero favorire la riduzione delle disuguaglianze e la sopravvivenza diffusa di attività produttive, la partecipazione di  piccole imprese e  lavoratori autonomi al progresso tecnologico, combinando occupazione e innovazione. Gli aspiranti imprenditori diventeranno compartecipi  dello sviluppo. Orientamenti in questa direzione sono già in atto: le principali imprese energetiche (tra cui la nostra ENEL) stanno investendo in reti diffuse di fonti energetiche alternative alle grandi centrali, dando ragione alla visione proposta anni fa da Jeremy  Rifkin (una internet dell’energia), allora apparsa come utopistica . La Toyota è all’avanguardia di questi sistemi nel settore delle auto. Del resto, aggiungo io, i distretti produttivi diffusi nel nostro Paese sono modelli storici di questi sistemi d’imprese, evidentemente con un grande futuro.

3. Fare leva sulla tecnologia dall’esterno, e non dall’interno dell’impresa. Se si parte dalle esigenze organizzative dell’impresa, puntando sull’efficienza e sulla ottimizzazione dei processi interni, l’esito inevitabile è  l’espulsione di lavoratori. Ma questo modo di procedere è miope e fa perdere grandi opportunità. Occorre invece partire dall’obiettivo di  creare valore per il cliente, di avviare attività innovative che richiedono lavoro, migliorando le condizioni di vita della gente. In sostanza, dare risposta  alla vasta e inesplorata marea  dei   bisogni  insoddisfatti, a vantaggio di  milioni  di persone.

4. Investire in capitale umano. il continuo cambiamento e la crescente diversità delle attività produttive esigono che le persone siano capaci di aggiornare  le proprie capacità a un ritmo più veloce. Le imprese private possono trarre  profitto, anche in collaborazione con le istituzioni pubbliche, dal  favorire questi cambiamenti. ”Riteniamo anche di grande importanza che i leader delle imprese siano sostenitori appassionati e coerenti nel promuovere l’accesso all’istruzione di alta qualità di persone di ogni età e di ogni livello di reddito”.

5. Pensare l’impresa come orientata alla società. Le imprese dovrebbero avviare delle attività produttive orientale alla soluzione di problemi sociali, collaterali ai loro core business (attività principali)  ma capaci di rinforzarli, e quindi ben diverse da quelle filantropiche, estranee alla missione propria dell’impresa, spesso insostenibili. Muhammad Yunus, creatore della Grameen Bank, che ha lanciato in India un sistema di finanziamento delle attività delle donne in condizioni di povertà  in villaggi sperduti, viene citato come esempio; così come la Danone, che ha finanziato una rete di microimprese produttrici di yogurt a livello locale, la Essilor (produttrice di lenti da vista a prezzi accessibili per i  meno abbienti), la Safaricom, (trasferimenti di denaro via cellulare, adottati dal 70% degli adulti in Kenia). Il premio Nobel Amartya Sen viene considerato come il guru   di questa nuova politica economica d’impresa a livello globale.

6. Bilanciare e allineare il riconoscimento dei meriti dei dipendenti. I leader dovrebbero occuparsi direttamente del come i collaboratori  valutano i propri meriti, la correttezza dei riconoscimenti, le opportunità per tutti di salire di livello. Questo orientamento indurrebbe   molte imprese a dedicare maggiore attenzione e un migliore trattamento del personale meno pagato, aumentandone l’autostima, la motivazione, il contributo creativo.

7. Rinnovare,  possedere e trasmettere una visione. Traduco così il titolo “Renew and own the  narrative”, perché in italiano il significato della parola “narrativa”, anche se  molto di moda,  è inteso  cinicamente come puramente formale e manipolatorio. Gli autori osservano che  “nei consigli di amministrazione, tra gl’investitori, i potenziali acquirenti vige una tremenda pressione a focalizzarsi sui profitti di breve termine e sui guadagni di capitale”.  Qualcosa di analogo, io direi,  avviene per i leader politici, attenti soprattutto ai sondaggi di opinione alla ricerca del consenso immediato. La  “contro-narrativa” che emerge da questi comportamenti  ha effetti deleteri  sull’opinione pubblica: la fiducia verso le élite crolla,  esse sono sempre meno ascoltate e credute,  la  globalizzazione e l’innovazione tecnologica, invece di essere apprezzate nei loro aspetti positivi, vengono addirittura demonizzate.   Nel vuoto di visioni ampie e lungimiranti, prosperano le controstorie basate sull’istinto, la paura, le emozioni. “E’ giunto il tempo per i leader di assumere un atteggiamento attivo e non difensivo, di presentare visioni credibili, inclusive, capaci di ispirare fiducia, sia per la guida della società civile sia per la condivisione di benefici e di opportunità al suo interno”.

Quanta probabilità  di essere tradotti  in realtà può  essere attribuita a questi indirizzi  che il  BCG rivolge direttamente ai vertici delle grandi imprese? Ovviamente non è il caso di farsi  grandi illusioni, ma non è neanche razionale affossarli nello scetticismo, come è purtroppo costume soprattutto nel nostro Paese.   Personalmente ho sempre pensato che i “poteri forti”, di cui le multinazionali fanno parte a pieno titolo, debbano essere oggetto di regole e controlli a tutti i livelli, più che combattute come nemici del genere umano. Gli scontri attualmente in atto  tra le multinazionali e diversi paesi sui domicili fiscali, con l’Unione Europea che agisce efficacemente in questo campo,   sono un un esempio fisiologico della logica  “Regola e Controlla”, propria dei sistemi democratici.  La trasparenza dei comportamenti, che l’informatizzazione rende sempre più possibile, dovrebbe facilitare enormemente, in futuro,  questa regola.

Il vero avversario, a mio parere,  sta nei “poteri oscuri”, che vanno dalla finanza speculativa alla criminalità e si annidano in tutte le strutture, private e pubbliche, tanto che sarebbe errato individuarle  in particolari aziende o istituzioni, comprese le banche. Occorre individuarli e colpirli inesorabilmente, come incita  efficacemente Il neo premio Nobel per la letteratura Bob Dylan, nella splendida e feroce canzone “Masters of war”:

“E guarderò   mentre verrete calati
nella vostra bara
E starò lì davanti alla fossa
Finché sarò sicuro che siete morti”.

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SANDEL: IL MERCATO E QUALCOSA CHE NON SI PUO’ COMPRARE

6 ottobre 2016

Sono sempre stato un sostenitore del mercato, in un paese come il nostro ancora fortemente dominato da corporazioni varie, di cui il cittadino è suddito, e da due culture, quella cattolica e quella marxista, non certo amanti di una economia aperta. Considero il mercato una delle espressioni dello spirito umano che si perde nella notte dei tempi, uno degli aspetti fondamentali della convivenza e della libertà.

Ma il mercato non è uno strumento universale. Vi sono aree in cui fallisce (leggi il seguito su Vorrei, oppure Leggi il seguito di questo post »