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UNA EU-TOPIA PER MONZA

13 novembre 2017

20170912 corona ferrea

 

Ho letto il discorso del neo Sindaco Allevi con il quale ha illustrato il “programma di mandato” della nuova amministrazione di Monza.

I temi in cui ha articolato la sua esposizione sono: la sicurezza, la famiglia, le imprese, “Monza città dei motori e sport”, cultura e turismo unificati, mobilità e viabilità, urbanistica.

Non entrerò nel merito delle singole proposte. Mi interessa di più cercare di capire se dal programma emerge un progetto, una visione del futuro della città di Monza che ne esalti ed evidenzi gli elementi e i valori che la differenziano rispetto ad altre città. Questi valori sono fondamentali per definire un’identità, una immagine portatrice di senso, una visibilità, una attrattività anche economica.

Ebbene, debbo dire che dalla lettura non ho tratto questa visione, come del resto non l’avevo tratta neanche dal programma della precedente amministrazione.

Allevi dichiara più volte di voler “volare alto”, cosa che condivido. Spesso questo obiettivo è più nello spirito della destra che della sinistra, alla quale ultima appartengo. Ma se si decide di volare alto, occorre farlo con la riflessività di Dedalo, e non con l’impulsività di Icaro.

“Volare alto” significa che, oltre a garantire a tutti i cittadini i servizi essenziali per farne esseri liberi (abitazione, alimentazione, istruzione, sanità, mobilità), e alle imprese le condizioni per produrre e crescere, occorre realizzare quelle iniziative e infrastrutture dotate di particolari valenze storiche, culturali e ambientali che rendano orgogliosi della propria città e motivati a farla fiorire.

Ho già parlato in precedenza dell’identità di Monza, e non voglio ripetermi. Ma a proposito di marchio, o brand che dir si voglia, di cui si sente parlare spesso ma in modo vago se non allarmante, vorrei ribadire che Monza ce l’ha già, e sfiderei chiunque a trovarne un altro di pari rilievo e potenza: è la Corona Ferrea, insieme all’“impresa” (termine araldico che significa “motto”) iscritta nel suo stemma: “Monza è la sede del Grande Regno d’Italia”.

Ovviamente non sono più i tempi del Regno d’Italia, che non è comunque il regno sabaudo, ma uno degli elementi costitutivi del Sacro Romano Impero (anche la luna, altro simbolo di Monza, sembra significare con il suo alone l’Italia inserita nell’Impero). Ma questi simboli, traslati ai nostri tempi, possono avere un significato quanto mai attuale e proiettato nel futuro: quello dei i rapporti tra l’Italia e l’Europa.

Forse qualcuno a Monza non dà importanza a queste radici storiche . Ma come fa capire Fabio Finotti nel suo colto e piacevolissimo Italia, l’invenzione della Patria (Bompiani, 2016) altre città italiane menerebbero  gran vanto di averle, magari inventandosi, come è diffusamente avvenuto non solo in Italia, ascendenze nell’Impero romano e nella città di Troia!

In quest’ambito si inserisce anche il rapporto, non certo soltanto storico, di Monza con Milano.

Anticamente Monza fu un avamposto imperiale contro i fermenti dei liberi comuni, di cui Milano fu una delle maggiori espressioni. Ma  poi rimase per secoli soggetta alla signoria milanese, seguendone le sorti sotto i domini spagnolo ed asburgico. Nonostante ciò, ha mantenuto una sua individualità rispetto alla conurbazione milanese, tra l’altro conservando il rito cattolico romano rispetto al nuovo rito ambrosiano, pur facendo parte della diocesi milanese. I legami con Milano sono stati e saranno sempre una costante per Monza. Il problema sta nel come gestirli senza subalternità, difendendo la propria identità e autonomia.

C’è un altro aspetto che segna l’Identità di Monza, oltre alla storia politica: la grande vitalità produttiva, la laboriosità e l’imprenditorialità, che si sono andate trasformando nei secoli e che, si può stare sicuri, troveranno le loro espressioni anche nella quarta rivoluzione industriale. A Monza è nata la prima associazione industriale d’Italia, ora tristemente fusa con quella di Milano, quando era possibile stabilire sinergie senza dissolvimento. Ma come differenziare questa vocazione da altre simili europee? Come tradurre queste capacità (si pensi al design industriale) in una identità propria e non servile rispetto a Milano? Credo che ciò sia possibile solo facendo di Monza un centro culturale di prim’ordine sia dal punto di vista umanistico che tecnologico, partendo dalle  realtà già esistenti, come la Facoltà di medicina nell’Ospedale Nuovo e il Liceo Artistico-Istituto d’Arte nella Villa Reale, culla della Triennale di Milano.

Partendo da queste considerazioni, ho scorso il programma del Sindaco, nonché quello  delle opere pubbliche 2018-2020. Ho cercato di individuare i progetti che possono configurare una visione “alta” del futuro di Monza. Ma ho trovato solo alcuni spezzoni di un possibile disegno unitario. Nel programma di mandato mi sembra importante il progetto, già avviato dalla precedente amministrazione, di promuovere un percorso europeo del Regno Longobardo. Sempre nel programma del Sindaco, tra gli investimenti emergono la realizzazione di un grande stadio d’avanguardia e quella di un teatro prestigioso. Importante è l’impegno per fare della ex Caserma S. Paolo un centro bibliotecario (l fatto che le ultime notizie diano la caserma come destinata a cittadella giudiziaria non cancella l’obiettivo, di grande valenza culturale). Per quanto riguarda la Villa e il Parco, importante è l’impegno all’acquisto del Mirabellino e al restauro delle ali della Villa. Da non sottovalutare anche l’idea di realizzare nella Boscherona un Parco dello sport, dove potrebbero essere trasferiti tra l’altro i campi di tennis dei Giardini Reali (una alternativa a questa proposta potrebbe essere la riqualificazione delle Cave Rocca, sufficientemente grandi da poter accogliere in un vasto contesto verde una arena-anfiteatro confrontabile con il Circo Massimo di Roma). Nel programma pluriennale delle opere pubbliche meritano apprezzamento gli investimenti previsti per il Liceo Artistico ex ISA nell’ala sud della Villa.

Ma non posso non rilevare nel discorso di Allevi una contraddizione: se si vuole “volare alto” per il futuro della città, non si può concepirla come chiusa e arroccata. Non si può dedicare un quarto del discorso ai problemi della sicurezza, alla paura dei “presunti profughi”, alla priorità dei residenti rispetto ai nuovi venuti nella prestazione dei servizi per i meno abbienti. Dimenticando tra l’altro che sono proprio l’accoglimento e l’integrazione, i servizi uguali per tutti, a garantire la sicurezza più delle forze dell’ordine. Con costi minori, come dimostra Rutger Bregman in Utopia per realisti (Feltrinelli, 2016), di cui parlerò in un prossimo articolo.

Occorrerebbe poi “volare alto” anche per quanto riguarda il massimo monumento della città, insieme al Duomo trecentesco: il complesso unitario  della  Villa Reale e del  Parco di Monza  (tagliereste in due un diamante?). La sua storia asburgica, napoleonica e sabaudo-italiana ne fa un elemento del tutto coerente con l’identità di Monza come sopra delineata (non a caso Villa e Parco erano nelle mappe dell’ottocento qualificati come “Imperial Regi”). In particolare il Parco, oltre ad essere una risorsa naturale preziosa per le migliaia di famiglie che l’affollano nei week end e per gli amanti dei più diversi sport amatoriali, è il maggiore esempio europeo di un formale disegno paesaggistico delle dimensioni di 700 ettari. Se insieme alla Villa fosse accolto nel Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco, avendone i numeri molto più di altri siti già riconosciuti, potrebbe attrarre visitatori stranieri 365 giorni all’anno. E invece viene richiamato, nel discorso del Sindaco, solo sotto nel capitolo “sport”, e ridotto a “palestra più bella a cielo aperto che ci sia non solo in Italia ma quasi in tutta Europa”.

Ho parlato prima del libro  Utopia per Realisti di Bregman che sostiene, citando Oscar Wilde, che “Il progresso altro non è che il farsi storia delle utopie”. Consultando Wikipedia ho scoperto che “utopia” significa sia “il luogo che non c’è” (“u” come “non”in lingua greca), sia “il buon luogo” (“eu” come “buono”). Mi piace pensare che scrivendo eu.topia posso aggiungerne, a quei due significati, altri due: quello della “e” dell’era digitale, e quello della “EU” come “Unione Europea”.

Nell’ottica di questa eu.topia, riporto in sintesi l’elenco di un insieme d’iniziative ed investimenti simile a quello che  ho già proposto nel mio precedente articolo e che potrebbero elevare Monza alla dimensione che merita. Potrebbero formare oggetto di un programma pluriennale (una prospettiva di lungo termine che anche Allievi ha in mente), che il  nostro Comune potrebbe promuovere per  far convergere risorse pubbliche ( anche europee) e private. Queste ultime in forme rigorosamente mecenatesche e non profit (non sto parlando, ovviamente, di bar e servizi vari):

 

  • Un Festival internazionale annuale di Monza sui rapporti tra Italia ed Europa;
  • Una  “History telling” annuale sulla “Imperial Regia Villa e Parco di Monza”, da proiettare  nell’Avancorte della Villa;
  • Il blocco assoluto del consumo di suolo, come condizione del recupero delle aree dismesse con destinazioni produttive, ambientali, culturali, sportive;
  • L’interramento di Via Boccaccio, per ricongiungere  Villa e Parco alla città;
  • La proposta di inclusione dell’Imperial Regia Villa e Parco nel Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco;
  • La demolizione progressiva dell’ecomostro della pista di alta velocità nel Parco;
  • Il non rinnovo nel 2022 della concessione del Golf Club Milano e la riforestazione dell’area, per riportarla al disegno originario di oasi vegetale  e faunistica;
  • Un grande programma di infrastrutture sportive e per i grandi eventi di valenza internazionale (Stadio, Cave Rocca, Cavallera), sia come valore in sé, sia per destinare il parco storico esclusivamente agli sport amatoriali e ad eventi non devastanti;
  • Il rilancio e potenziamento del Liceo Artistico-Istituto d’Arte nella Villa, come riferimento per  nuove attività produttive;
  • L’interramento del parcheggio antistante l’Ospedale Nuovo, per realizzare  un parco con gli impianti sportivi esistenti al servizio sia del quartiere che di un campus universitario della Facoltà di Medicina dell’Ospedale Nuovo;
  • La destinazione dell’area dell’Ospedale vecchio a un nuovo campus universitario per facoltà tecnologiche ed umanistiche.
  • La realizzazione di un centro bibliotecario come luogo di attrazione e di animazione culturale a vasto raggio.
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MONZA. Tra autodromo, impresa e storia, a passo di rock. Alla ricerca dell’identità.

18 aprile 2017

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Senza imparare a conoscere la nostra identità, anzi le nostre diverse identità, non potremo dialogare con le altre”.
Marc Augé

La storia non è in bianco e nero. È a colori, cangiante e futuribile.

La parola “identità” è ambigua, perché include e non distingue tra due significati opposti: da una parte chiusura, staticità, pretesa di essere “i migliori del mondo”, conflittualità; dall’altra apertura, cambiamento, miglioramento, confronto e dialogo con gli altri . È ciò che distingue il nazionalismo dal patriottismo bene inteso. Uso il termine “identità” nel secondo significato.

Ma anch’esso viene spesso sottovalutato e rimosso, specialmente dalle persone politicamente orientate a sinistra. Perseguendo l’obiettivo di una smart city, cioè di uno standard amministrativo all’avangiardia, e dedicando, prioritariamente e giustamente, l’attenzione ai beni comuni e ai diritti fondamentali dei più deboli, si dimentica (se vuoi prosegui su Vorrei) che qualsiasi essere umano, associazione, squadra, è una realtà organica tenuta insieme da un suo, chiamiamolo così, “spirito”. Così è, o dovrebbe essere, anche per una città. Se si vuole che la città conservi e sviluppi la sua vitalità, occorre scoprire e coltivare questo spirito. Si tratta di ciò che la fa diversa dalle altre, unica. Scoprire, o piuttosto ricercare continuamente la propria identità è fondamentale in relazione ad altri aspetti che nell’attuale era della comunicazione vanno per la maggiore: immagine, notorietà, attrattività. Aspetti che possono convergere, ma anche divergere con l’identità.

Ma conoscere la propria identità non è facile. E non a caso sul frontone del tempio di Apollo, sede dell’oracolo di Delfi, dove la gente andava a farsi predire il futuro, era scritto un pregiudiziale “conosci te stesso”.

Tutto ciò premesso, provo ad applicarlo all’identità di Monza. Consapevole della problematicità dell’argomento, mi guardo bene dal definirla. Propongo solo dei percorsi di ricerca, dei temi di discussione.

Si sente spesso dire che “Monza è conosciuta in tutto il mondo per l’autodromo”. Ma questa notorietà riassume forse l’identità di Monza? Seguendo Pirandello nel suo “Uno, nessuno, centomila”, qualcuno potrebbe affermare che quella, e non altra, è l’identità di Monza, sancita da come viene vista dall’esterno, ma anche da come viene probabilmente sentita da molti monzesi: sede di un autodromo. Come Indianapolis, come Silverstone, “circuito situato nel villaggio omonimo della contea di Northamptonshire in Inghilterra”.

Ebbene, con buona pace di Pirandello, io non credo che l’identità di Monza possa essere ridotta a quella di un circuito, per quanto amato e celebrato dai fan dell’automobilismo. Si potrebbe persino dire che l’autodromo è una cosa, Monza un’altra. Tant’è vero che da decenni si cerca di attrarre alla città il pubblico che accorre all’autodromo per assistere al Gran Premio di F1, ma con scarso successo. Insomma, sembra evidente che basare l’identità di Monza sulla notorietà dell’autodromo sia quanto meno riduttivo, se non addirittura negativo, perché presenta Monza come un luogo insignificante, appendice casuale di un autodromo famoso di per sé.

Ben più consistente appare il ricollegare l’identità di Monza alla sua storia industriale. Qui ritroviamo l’anima più profonda della città e del suo intorno, la Brianza. La tradizione artigianale di Monza si perde nella notte dei tempi. Il gusto del fare, e del fare bene, anche a livelli di eccellenza, è nel sangue della sua popolazione. Non è un prodotto d’importazione, è proprio nella vocazione locale. Ciò che qualifica particolarmente questa vocazione è la varietà spaziale e temporale: è infatti basata sulla grande diffusione della cultura e delle iniziative imprenditoriali (quasi un’impresa ogni dieci abitanti), e ancor più nella capacità di rinnovarsi con il progresso tecnologico e le esigenze dei mercati: dalla produzione della lana nel medioevo, alla seta, ai cappelli, ai mobili e alla meccanica, e si può star sicuri, alle nuove tecnologie dell’industria 4.0. Questa laboriosità e creatività di base, che si esprime nelle piccole imprese, è divenuta un elemento di attrazione anche per grandi imprese operanti nei settori più diversi. Monza non è un distretto industriale, con tutti i pregi ma anche i rischi dei distretti italiani: è una grande realtà produttiva multisettoriale, flessibile e dinamica.

 

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Monza non è un distretto industriale, con tutti i pregi ma anche i rischi dei distretti italiani: è una grande realtà produttiva multisettoriale, flessibile e dinamica.

Due rifllessioni, però: é questa dote intrinseca di Monza sufficiente a differenziarla da altre realtà analoghe? Ricordo che diversi anni fa si tenne un convegno dal titolo “le Brianze d’Europa”, che metteva a confronto altre realtà europee analoghe a quella briantea, inserite in una fascia produttiva che va da Londra alla Pianura Padana. Inoltre, la vocazione artigianale-imprenditoriale di Monza è spesso subalterna all’incombente vicina: Milano. Un esempio lo si ha nel design: Monza e la Brianza sono il retroterra produttivo del design, che tuttavia si è sempre più affermato come un elemento identitario (insieme alla moda e a molto altro) di Milano. Tutto ciò fa temere che la cultura del lavoro e l’imprenditorialità di Monza non siano sufficienti a differenziarla, a caratterizzarne l’unicità rispetto ad altre città, italiane e straniere, non siano tali da esaltare la sua immagine e attrattività. Si avverte il bisogno di un salto di qualità, di un supplemento d’anima anche nell’identità manifatturiera, per quanto tradotta nell’internet delle cose, di un più alto livello culturale e sociale, quali si addicono a una città di 120 mila abitanti, moderna, viva e con tradizioni plurisecolari.

Ed è quest’ultimo elemento, forse decisivo, che va approfondito per ritrovare l’identità di Monza: la sua storia. Monza ha una storia importante, italiana ed europea nello steso tempo, come testimoniato da diverse vestigia: L’essere stata una delle residenze del regno longobardo con la regina Teodolinda; insignita intorno all’anno mille come “sede del grande regno d’Italia” nel quadro del Sacro Romano Impero; depositaria della Corona Ferrea, simbolo di questo ruolo; scelta dagli Asburgo e da Napoleone come luogo dove costruire una “imperial regia” Villa e Parco.

Ma questi segni straordinari sono sottovalutati. Vengono spesso ricordati, anche con iniziative importanti (ad esempio quella encomiabile delle “Longobard ways across Europe”) ma come “pezzi unici”, slegati l’uno dall’altro, senza essere ricondotti a una narrazione unitaria da ripensare su basi reali ma con immaginazione (le grandi storie sono sempre fatte di fatti e immaginazione, addirittura con ascendenze mitologiche). Sembra quasi che Monza si vergogni della sua storia, che si schermisca nel rievocarla.

Mi arrischio ad argomentare: dopo essere stata una delle sedi importanti del regno longobardo in Italia, Monza è divenuta nel Medio Evo un avamposto in Italia del Sacro Romano Impero, come Pavia, come Como. A differenza di molte città italiane non ha sviluppato una autonoma storia comunale, ma “imperiale”, sia pure non propria. Basta pensare alle vicende che portarono allo scontro tra la Lega Lombarda e Federico Barbarossa: Monza era particolarmente amata dall’imperatore, che fu tra le decine che si cinsero della Corona Ferrea, e che vi si insediò dopo avere distrutto Milano. Successivamente Monza fu assoggettata a Milano e ne seguì le sorti, per secoli, prima sotto i ducati, poi con gli spagnoli e l’Austria. Ma non fu forse un caso se gli Asburgo, ultimi rappresentanti del moribondo Sacro Romano Impero, edificassero a fine settecento proprio a Monza, e non altrove, la Villa, e che Napoleone, nel breve periodo del Regno d’Italia a cavallo tra i due secoli XVIII e XIX, la proclamasse insieme al Parco “Cesarea Imperial Regia”. Quest’ultimo racconto consentirebbe tra l’altro di ricongiungere idealmente e fisicamente la Villa e il Parco con la città.

 

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Ma soprattutto questa rivisitazione storica potrebbe insegnare molto sulla questione delle relazioni che legano da sempre e che sempre legheranno Monza con Milano. Nonostante l’inevitabile predominio della grande metropoli, quasi incredibilmente Monza ha conservato una sua diversità e individualità. Si cita spesso l’adesione di Monza al nuovo rito romano-gregoriano nella Messa, distaccandosi dall’antico rito ambrosiano. Ma la distinzione di Monza rispetto a Milano è plausibilmente dovuta a ragioni storiche più profonde, tra cui il contrasto tra impero, municipalità medievali e nazioni emergenti nel secolo XV. Si potrebbero così porre le basi per un rapporto proficuo ma non subalterno di Monza con Milano. Magari lasciando a Milano la sua caratteristica di città esagitata, “fanatica” direbbero i romani, e facendo di Monza una realtà più vivibile, dotata di una forza tranquilla!

Ci si potrà chiedere quali siano le ragioni della reticenza monzese a coltivare la propria storia. Forse è dovuto al perdurare della visione nazionalistica che ha improntato gli ultimi due secoli, e a una ignoranza più o meno cosciente e diffusa dei fatti storici. Tuttora, se si chiede a un monzese chi abbia creato la Villa e il Parco, la risposta è spesso “Il Re”, con riferimento alla Casa Savoia. E l’essere stati dalla parte degli imperatori, per lo più germanici, invece che dei comuni italiani, può essere vissuto come un marchio negativo. Ma, come illustra Fabio Finotti, che insegna italianistica nella Pennsylvania University di Filadelfia nel suo bel libro “Italia, l’invenzione della Patria”, il rapporto dell’Italia comunale con l’Impero con l’Europa è stato complesso: se l’idea nazionale emergeva già con Petrarca, secondo il quale “Ben provide Natura al nostro stato, quando de l’Alpi schermo pose tra noi e la tedesca rabbia”, prima di lui Dante, con una visione antica ma oggi attualissima, inveiva contro “Alberto tedesco”, cioè con l’Imperatore di turno, austriaco, del Sacro Romano Impero, per la ragione opposta: per il fatto di aver abbandonato “costei (cioè l’Italia) ch’è fatta indomita e selvaggia (tanto per cambiare!), mentre avrebbe dovuto “inforcar li suoi arcioni”, cioè governarla. Tutto ciò per dire: le cose cambiano, e ogni storia ha il suo valore con riferimento al mutare degli eventi. E oggi essere europei prima che italiani dovrebbe essere auspicabile.

Ciascuno di noi non ha un’anima unitaria, ma una “confederazione di anime”, tra cui di volta in volta una prevale sulle altre.

Il lettore potrà pensare che io ritenga la storia politica di Monza come l’espressione unica della sua identità. È vero che io le attribuisco un ruolo preminente, ma sono consapevole della complessità dell’argomento. Ho sempre presente la concezione dei medici-filosofi a cui si ispirava Pereira nel romanzo di Tabucchi, secondo cui ciascuno di noi non ha un’anima unitaria, ma una “confederazione di anime”, tra cui di volta in volta una prevale sulle altre. Sicuramente preferirei che l’anima storica, culturale ed economica di Monza prevalesse su quella dell’autodromo. Anche quella, che appassiona oggi tanti giovani, di riferimento importante della musica rock, ci può stare: purché sia un’addizione in sedi proprie e di dimensioni eccellenti, e non si traduca nella distruzione di una ricchezza culturale senz’altro più preziosa, anche dal punto di vista economico: il Parco.

Una considerazione finale, un po’ cattiva: se è possibile e per me opportuno rivendicare una identità storica di Monza, è difficile negare che questa identità è stata vissuta dai monzesi come sudditi, e non come cittadini, a differenza delle città che hanno avuto una storia comunale. Mi spiace dire che questa “cultura della sudditanza” mi sembra ancora dominante. A mio parere i monzesi debbono ancora diventare cittadini in senso pieno, cioè orgogliosi della propria identità e storia, e smetterla con l’accettare qualsiasi dono da parte di “stranieri”: spesso si tratta di cavalli di Troia, o di lustrini (Ligabue) spacciati come più preziosi dell’oro svenduto (il Parco). Oggi si parla di un “brand” della città. C’è il rischio che sia d’importazione, d’imposizione o d’improvvisazione, frutto di interessi particolari, di corte vedute. Monza ce l’ha già la sua identità, di grande spessore, che è solo da restaurare. Un restauro che deve e può coinvolgere culturalmente e civilmente tutti i monzesi, che sono molto partecipativi per tante cose.

Una amministrazione cittadina lungimirante dovrebbe quindi porsi come obiettivo primario quello di diffondere tra i cittadini una forte consapevolezza e orgoglio cittadino, con iniziative basate sulla riscoperta della identità. Questa azione dovrebbe essere proiettata verso l’esterno, in termini di notorietà ed attrattività anche economica. Ho più volte suggerito due possibili iniziative, vocazionali per Monza: un festival internazionale Italia-Europa, da tenere ogni anno su argomenti storici e sulle prospettive dei rapporti attuali e futuri tra il nostro Paese e l’Europa . E un “History telling” sulla Imperial Regia Villa e Parco di Monza, da mettere in scena, anch’esso annualmente, nell’Avancorte della Villa, sul modello di altre città europee.

Per la prima proposta, temo molto l’asso pigliatutto invidioso: Milano.

 

N.B. Elenco qui di seguito una serie di interventi che, in un’ottica di lungo termine, contribuirebbero al rilancio dell’identità storica di Monza:

  1. L’interramento di Via Boccaccio, ristabilendo così l’essenziale  collegamento storico tra la Città e l’Imperial Regia Villa e Parco di Monza, tramite  la Passeggiata Beauharnais dei Giardini Reali.
  2. Rilanciare le iniziative dirette a ottenere l’inclusione della Imperial Regia Villa e Parco di Monza nel Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco, facendo accettare la pista storica su cui si corre il Gran Premio di F1.
  3. Demolire progressivamente l’inutile, fallimentare e devastante ecomostro della pista di alta velocità, cominciando dalla curva sopraelevata sud, per recuperare la prospettiva del Viale Mirabello e 60 ettari alla struttura paesaggistica del Parco e al pieno uso pubblico.
  4. Un Festival Internazionale Italia-Europa, da tenersi ogni anno sulla storia e il futuro dei rapporti tra Italia e Europa. Nessuna città come Monza ha tutti i numeri per esserne la sede (Regno Longobardo, Corona Ferrea simbolo del Regno d’Italia nel Sacro Romano Impero, stemma cittadino “Est sede Italiae Regni Modoetia Magni”, presenza della Imperial Regia Villa e Parco, asburgica, napoleonica e sabaudo-italiana…).  .
  5. Uno spettacolo di History telling, sul modello realizzato in molte città europee, con nuovi effetti di realtà aumentata, da tenersi annualmente nell’Avancorte della Villa Reale, che illustri la storia di Villa e Parco dal periodo asburgico a quello napoleonico a quello sabaudo-italiano, inquadrata nelle vicende storiche europee dalla Rivoluzione francese all’uccisione di Umberto I, e nella storia millenaria di Monza.
  6. Il rilancio del Liceo Artistico – Istituto d’Arte, culla della Triennale d’Arte di Milano, nell’ala sud della Villa Reale, con strutture adeguate a una offerta di studi superiori parauniversitari, possibilmente in cooperazione la Biennale (cioè con Milano, ma da pari a pari, senza subalternità). Incredibilmente, attualmente Liceo Artistico e Museo della Triennale, ambedue insediati nella Villa, non si parlano!
  7. Realizzare nelle Cave Rocca (30 ettari) un grande parco con al centro un anfiteatro-arena (8-10 ettari, come la Gerascia o il Circo Massimo di Roma) da destinare a grandi eventi e concerti, affidando il progetto a un architetto di fama, necessario per il successo internazionale (v. in proposito Enrico Moretti , professore di Economia all’Università di Berkeley, “La nuova geografia del lavoro”, ed. Mondadori, 2013)
  8. L’ interramento del parcheggio davanti all’Ospedale Nuovo, realizzando un parco che, insieme agli impianti sportivi esistenti, potrebbe diventare il cuore di un campus universitario costituito dalla Università di Medicina (oltre 2000 studenti), importante fattore di attrazione (v. Moretti cit.)
  9. La nuova biblioteca centrale, come luogo primario della vita cittadina e di richiamo per un turismo culturale, sul modello della biblioteca realizzata a Bologna, in Piazza Grande, nella vecchia sede della borsa.

UN MASTER PLAN PER I GIARDINI E I BOSCHETTI REALI

23 marzo 2014

BOSCHETTI REALIRecentemente la Giunta comunale di Monza ha approvato una delibera dal titolo “Linee guida per la riqualificazione dei Boschetti Reali e dei Giardini Reali in occasione dell’Expo 2015”, per concorrere agli stanziamenti di un recente decreto-legge nazionale che stanzia un fondo di ben 500 milioni per “promuovere la valorizzazione di specifiche aree territoriali, culturali e ambientali”.
In occasione di un incontro con alcuni rappresentanti del gruppo “Andiamo ai Boschetti”, promosso da Virginia Fumagalli e Anna Martinetti, il Sindaco Roberto Scanagatti ha anticipato alcuni elementi interessanti del progetto. Ha esordito dicendo che l’obiettivo principale è quello di ristabilire il collegamento della Villa Reale e del Parco con la città, di cui i Boschetti sono il tramite; collegamento a suo tempo eliminato con la costruzione della Via Boccaccio.
Il conseguimento di questa ricongiunzione avrebbe una grande valenza storica e paesaggistica, perché consentirebbe la restituzione dei Boschetti Reali al complesso Villa-Parco. A questo scopo il Comune intende costituire un gruppo di lavoro altamente qualificato, che dovrebbe redigere un master plan entro il mese di maggio, data di scadenza per la presentazione dei progetti.
Queste notizie suonano ovviamente come una musica (leggi il seguito su Vorrei, oppure (more…)

LA CULTURA A MONZA: UNA CHIAVE DI VOLTA?

19 febbraio 2012

Recentemente ho assistito a due iniziative e realizzato delle interviste che mi hanno indotto a immaginare uno scenario per Monza nel quale la cultura potrebbe giocare un ruolo determinante.

Il 9 febbraio scorso il Sindaco Mariani e l’Assessore “tecnico” Mario Baldoni hanno presentato il volume “Assessorato all’Università. Ricerca scientifica e Salute. 2007-2012. Linee programmatiche e attività”. Il rapporto, di faticosa lettura, (leggi il seguito su Vorrei, oppure (more…)

LA CORONA FERREA, MOBY DICK E MONZA

27 maggio 2011

“Laggiù sull’orlo della tazza sempre colma le acque tiepide si arrossano come vino. La fronte dorata scandaglia l’azzurro. Il sole che si tuffa: si tuffa lentamente nel meriggio, scende giù, e il mio spirito risorge! E’ ormai stanco della collina infinita. E’ dunque troppo greve la corona che porto, questa Corona Ferrea della Lombardia? Eppure scintilla di molte gemme: io che la porto non vedo i suoi lontani splendori, ma sento oscuramente di portare una cosa che abbacina sfolgorando. E’ ferro, lo so, e non oro. Ed è pure spaccato, lo sento: l’orlo rotto mi tortura talmente che mi pare che il cervello pulsi contro il metallo; ma è d’acciaio il mio cranio, di quelli che nella lotta più micidiale non hanno bisogno dell’elmo”.

Hermann Melville, Moby Dick, Traduzione di Cesare Pavese, Frassinelli, Torino, 1956, p. 242.

Questo passaggio fantastico del capolavoro della letteratura americana mi ha sempre rimandato con la mente al famoso verso dantesco “Era già l’ora che volge il desio – ai naviganti …”, anche se i contenuti sono molto diversi, elegiaci in Dante e drammatici in Melville 1.

Del resto (leggi il seguito)