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MONZA. Tra autodromo, impresa e storia, a passo di rock. Alla ricerca dell’identità.

18 aprile 2017

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Senza imparare a conoscere la nostra identità, anzi le nostre diverse identità, non potremo dialogare con le altre”.
Marc Augé

La storia non è in bianco e nero. È a colori, cangiante e futuribile.

La parola “identità” è ambigua, perché include e non distingue tra due significati opposti: da una parte chiusura, staticità, pretesa di essere “i migliori del mondo”, conflittualità; dall’altra apertura, cambiamento, miglioramento, confronto e dialogo con gli altri . È ciò che distingue il nazionalismo dal patriottismo bene inteso. Uso il termine “identità” nel secondo significato.

Ma anch’esso viene spesso sottovalutato e rimosso, specialmente dalle persone politicamente orientate a sinistra. Perseguendo l’obiettivo di una smart city, cioè di uno standard amministrativo all’avangiardia, e dedicando, prioritariamente e giustamente, l’attenzione ai beni comuni e ai diritti fondamentali dei più deboli, si dimentica (se vuoi prosegui su Vorrei) che qualsiasi essere umano, associazione, squadra, è una realtà organica tenuta insieme da un suo, chiamiamolo così, “spirito”. Così è, o dovrebbe essere, anche per una città. Se si vuole che la città conservi e sviluppi la sua vitalità, occorre scoprire e coltivare questo spirito. Si tratta di ciò che la fa diversa dalle altre, unica. Scoprire, o piuttosto ricercare continuamente la propria identità è fondamentale in relazione ad altri aspetti che nell’attuale era della comunicazione vanno per la maggiore: immagine, notorietà, attrattività. Aspetti che possono convergere, ma anche divergere con l’identità.

Ma conoscere la propria identità non è facile. E non a caso sul frontone del tempio di Apollo, sede dell’oracolo di Delfi, dove la gente andava a farsi predire il futuro, era scritto un pregiudiziale “conosci te stesso”.

Tutto ciò premesso, provo ad applicarlo all’identità di Monza. Consapevole della problematicità dell’argomento, mi guardo bene dal definirla. Propongo solo dei percorsi di ricerca, dei temi di discussione.

Si sente spesso dire che “Monza è conosciuta in tutto il mondo per l’autodromo”. Ma questa notorietà riassume forse l’identità di Monza? Seguendo Pirandello nel suo “Uno, nessuno, centomila”, qualcuno potrebbe affermare che quella, e non altra, è l’identità di Monza, sancita da come viene vista dall’esterno, ma anche da come viene probabilmente sentita da molti monzesi: sede di un autodromo. Come Indianapolis, come Silverstone, “circuito situato nel villaggio omonimo della contea di Northamptonshire in Inghilterra”.

Ebbene, con buona pace di Pirandello, io non credo che l’identità di Monza possa essere ridotta a quella di un circuito, per quanto amato e celebrato dai fan dell’automobilismo. Si potrebbe persino dire che l’autodromo è una cosa, Monza un’altra. Tant’è vero che da decenni si cerca di attrarre alla città il pubblico che accorre all’autodromo per assistere al Gran Premio di F1, ma con scarso successo. Insomma, sembra evidente che basare l’identità di Monza sulla notorietà dell’autodromo sia quanto meno riduttivo, se non addirittura negativo, perché presenta Monza come un luogo insignificante, appendice casuale di un autodromo famoso di per sé.

Ben più consistente appare il ricollegare l’identità di Monza alla sua storia industriale. Qui ritroviamo l’anima più profonda della città e del suo intorno, la Brianza. La tradizione artigianale di Monza si perde nella notte dei tempi. Il gusto del fare, e del fare bene, anche a livelli di eccellenza, è nel sangue della sua popolazione. Non è un prodotto d’importazione, è proprio nella vocazione locale. Ciò che qualifica particolarmente questa vocazione è la varietà spaziale e temporale: è infatti basata sulla grande diffusione della cultura e delle iniziative imprenditoriali (quasi un’impresa ogni dieci abitanti), e ancor più nella capacità di rinnovarsi con il progresso tecnologico e le esigenze dei mercati: dalla produzione della lana nel medioevo, alla seta, ai cappelli, ai mobili e alla meccanica, e si può star sicuri, alle nuove tecnologie dell’industria 4.0. Questa laboriosità e creatività di base, che si esprime nelle piccole imprese, è divenuta un elemento di attrazione anche per grandi imprese operanti nei settori più diversi. Monza non è un distretto industriale, con tutti i pregi ma anche i rischi dei distretti italiani: è una grande realtà produttiva multisettoriale, flessibile e dinamica.

 

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Monza non è un distretto industriale, con tutti i pregi ma anche i rischi dei distretti italiani: è una grande realtà produttiva multisettoriale, flessibile e dinamica.

Due rifllessioni, però: é questa dote intrinseca di Monza sufficiente a differenziarla da altre realtà analoghe? Ricordo che diversi anni fa si tenne un convegno dal titolo “le Brianze d’Europa”, che metteva a confronto altre realtà europee analoghe a quella briantea, inserite in una fascia produttiva che va da Londra alla Pianura Padana. Inoltre, la vocazione artigianale-imprenditoriale di Monza è spesso subalterna all’incombente vicina: Milano. Un esempio lo si ha nel design: Monza e la Brianza sono il retroterra produttivo del design, che tuttavia si è sempre più affermato come un elemento identitario (insieme alla moda e a molto altro) di Milano. Tutto ciò fa temere che la cultura del lavoro e l’imprenditorialità di Monza non siano sufficienti a differenziarla, a caratterizzarne l’unicità rispetto ad altre città, italiane e straniere, non siano tali da esaltare la sua immagine e attrattività. Si avverte il bisogno di un salto di qualità, di un supplemento d’anima anche nell’identità manifatturiera, per quanto tradotta nell’internet delle cose, di un più alto livello culturale e sociale, quali si addicono a una città di 120 mila abitanti, moderna, viva e con tradizioni plurisecolari.

Ed è quest’ultimo elemento, forse decisivo, che va approfondito per ritrovare l’identità di Monza: la sua storia. Monza ha una storia importante, italiana ed europea nello steso tempo, come testimoniato da diverse vestigia: L’essere stata una delle residenze del regno longobardo con la regina Teodolinda; insignita intorno all’anno mille come “sede del grande regno d’Italia” nel quadro del Sacro Romano Impero; depositaria della Corona Ferrea, simbolo di questo ruolo; scelta dagli Asburgo e da Napoleone come luogo dove costruire una “imperial regia” Villa e Parco.

Ma questi segni straordinari sono sottovalutati. Vengono spesso ricordati, anche con iniziative importanti (ad esempio quella encomiabile delle “Longobard ways across Europe”) ma come “pezzi unici”, slegati l’uno dall’altro, senza essere ricondotti a una narrazione unitaria da ripensare su basi reali ma con immaginazione (le grandi storie sono sempre fatte di fatti e immaginazione, addirittura con ascendenze mitologiche). Sembra quasi che Monza si vergogni della sua storia, che si schermisca nel rievocarla.

Mi arrischio ad argomentare: dopo essere stata una delle sedi importanti del regno longobardo in Italia, Monza è divenuta nel Medio Evo un avamposto in Italia del Sacro Romano Impero, come Pavia, come Como. A differenza di molte città italiane non ha sviluppato una autonoma storia comunale, ma “imperiale”, sia pure non propria. Basta pensare alle vicende che portarono allo scontro tra la Lega Lombarda e Federico Barbarossa: Monza era particolarmente amata dall’imperatore, che fu tra le decine che si cinsero della Corona Ferrea, e che vi si insediò dopo avere distrutto Milano. Successivamente Monza fu assoggettata a Milano e ne seguì le sorti, per secoli, prima sotto i ducati, poi con gli spagnoli e l’Austria. Ma non fu forse un caso se gli Asburgo, ultimi rappresentanti del moribondo Sacro Romano Impero, edificassero a fine settecento proprio a Monza, e non altrove, la Villa, e che Napoleone, nel breve periodo del Regno d’Italia a cavallo tra i due secoli XVIII e XIX, la proclamasse insieme al Parco “Cesarea Imperial Regia”. Quest’ultimo racconto consentirebbe tra l’altro di ricongiungere idealmente e fisicamente la Villa e il Parco con la città.

 

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Ma soprattutto questa rivisitazione storica potrebbe insegnare molto sulla questione delle relazioni che legano da sempre e che sempre legheranno Monza con Milano. Nonostante l’inevitabile predominio della grande metropoli, quasi incredibilmente Monza ha conservato una sua diversità e individualità. Si cita spesso l’adesione di Monza al nuovo rito romano-gregoriano nella Messa, distaccandosi dall’antico rito ambrosiano. Ma la distinzione di Monza rispetto a Milano è plausibilmente dovuta a ragioni storiche più profonde, tra cui il contrasto tra impero, municipalità medievali e nazioni emergenti nel secolo XV. Si potrebbero così porre le basi per un rapporto proficuo ma non subalterno di Monza con Milano. Magari lasciando a Milano la sua caratteristica di città esagitata, “fanatica” direbbero i romani, e facendo di Monza una realtà più vivibile, dotata di una forza tranquilla!

Ci si potrà chiedere quali siano le ragioni della reticenza monzese a coltivare la propria storia. Forse è dovuto al perdurare della visione nazionalistica che ha improntato gli ultimi due secoli, e a una ignoranza più o meno cosciente e diffusa dei fatti storici. Tuttora, se si chiede a un monzese chi abbia creato la Villa e il Parco, la risposta è spesso “Il Re”, con riferimento alla Casa Savoia. E l’essere stati dalla parte degli imperatori, per lo più germanici, invece che dei comuni italiani, può essere vissuto come un marchio negativo. Ma, come illustra Fabio Finotti, che insegna italianistica nella Pennsylvania University di Filadelfia nel suo bel libro “Italia, l’invenzione della Patria”, il rapporto dell’Italia comunale con l’Impero con l’Europa è stato complesso: se l’idea nazionale emergeva già con Petrarca, secondo il quale “Ben provide Natura al nostro stato, quando de l’Alpi schermo pose tra noi e la tedesca rabbia”, prima di lui Dante, con una visione antica ma oggi attualissima, inveiva contro “Alberto tedesco”, cioè con l’Imperatore di turno, austriaco, del Sacro Romano Impero, per la ragione opposta: per il fatto di aver abbandonato “costei (cioè l’Italia) ch’è fatta indomita e selvaggia (tanto per cambiare!), mentre avrebbe dovuto “inforcar li suoi arcioni”, cioè governarla. Tutto ciò per dire: le cose cambiano, e ogni storia ha il suo valore con riferimento al mutare degli eventi. E oggi essere europei prima che italiani dovrebbe essere auspicabile.

Ciascuno di noi non ha un’anima unitaria, ma una “confederazione di anime”, tra cui di volta in volta una prevale sulle altre.

Il lettore potrà pensare che io ritenga la storia politica di Monza come l’espressione unica della sua identità. È vero che io le attribuisco un ruolo preminente, ma sono consapevole della complessità dell’argomento. Ho sempre presente la concezione dei medici-filosofi a cui si ispirava Pereira nel romanzo di Tabucchi, secondo cui ciascuno di noi non ha un’anima unitaria, ma una “confederazione di anime”, tra cui di volta in volta una prevale sulle altre. Sicuramente preferirei che l’anima storica, culturale ed economica di Monza prevalesse su quella dell’autodromo. Anche quella, che appassiona oggi tanti giovani, di riferimento importante della musica rock, ci può stare: purché sia un’addizione in sedi proprie e di dimensioni eccellenti, e non si traduca nella distruzione di una ricchezza culturale senz’altro più preziosa, anche dal punto di vista economico: il Parco.

Una considerazione finale, un po’ cattiva: se è possibile e per me opportuno rivendicare una identità storica di Monza, è difficile negare che questa identità è stata vissuta dai monzesi come sudditi, e non come cittadini, a differenza delle città che hanno avuto una storia comunale. Mi spiace dire che questa “cultura della sudditanza” mi sembra ancora dominante. A mio parere i monzesi debbono ancora diventare cittadini in senso pieno, cioè orgogliosi della propria identità e storia, e smetterla con l’accettare qualsiasi dono da parte di “stranieri”: spesso si tratta di cavalli di Troia, o di lustrini (Ligabue) spacciati come più preziosi dell’oro svenduto (il Parco). Oggi si parla di un “brand” della città. C’è il rischio che sia d’importazione, d’imposizione o d’improvvisazione, frutto di interessi particolari, di corte vedute. Monza ce l’ha già la sua identità, di grande spessore, che è solo da restaurare. Un restauro che deve e può coinvolgere culturalmente e civilmente tutti i monzesi, che sono molto partecipativi per tante cose.

Una amministrazione cittadina lungimirante dovrebbe quindi porsi come obiettivo primario quello di diffondere tra i cittadini una forte consapevolezza e orgoglio cittadino, con iniziative basate sulla riscoperta della identità. Questa azione dovrebbe essere proiettata verso l’esterno, in termini di notorietà ed attrattività anche economica. Ho più volte suggerito due possibili iniziative, vocazionali per Monza: un festival internazionale Italia-Europa, da tenere ogni anno su argomenti storici e sulle prospettive dei rapporti attuali e futuri tra il nostro Paese e l’Europa . E un “History telling” sulla Imperial Regia Villa e Parco di Monza, da mettere in scena, anch’esso annualmente, nell’Avancorte della Villa, sul modello di altre città europee.

Per la prima proposta, temo molto l’asso pigliatutto invidioso: Milano.

 

N.B. Elenco qui di seguito una serie di interventi che, in un’ottica di lungo termine, contribuirebbero al rilancio dell’identità storica di Monza:

  1. L’interramento di Via Boccaccio, ristabilendo così l’essenziale  collegamento storico tra la Città e l’Imperial Regia Villa e Parco di Monza, tramite  la Passeggiata Beauharnais dei Giardini Reali.
  2. Rilanciare le iniziative dirette a ottenere l’inclusione della Imperial Regia Villa e Parco di Monza nel Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco, facendo accettare la pista storica su cui si corre il Gran Premio di F1.
  3. Demolire progressivamente l’inutile, fallimentare e devastante ecomostro della pista di alta velocità, cominciando dalla curva sopraelevata sud, per recuperare la prospettiva del Viale Mirabello e 60 ettari alla struttura paesaggistica del Parco e al pieno uso pubblico.
  4. Un Festival Internazionale Italia-Europa, da tenersi ogni anno sulla storia e il futuro dei rapporti tra Italia e Europa. Nessuna città come Monza ha tutti i numeri per esserne la sede (Regno Longobardo, Corona Ferrea simbolo del Regno d’Italia nel Sacro Romano Impero, stemma cittadino “Est sede Italiae Regni Modoetia Magni”, presenza della Imperial Regia Villa e Parco, asburgica, napoleonica e sabaudo-italiana…).  .
  5. Uno spettacolo di History telling, sul modello realizzato in molte città europee, con nuovi effetti di realtà aumentata, da tenersi annualmente nell’Avancorte della Villa Reale, che illustri la storia di Villa e Parco dal periodo asburgico a quello napoleonico a quello sabaudo-italiano, inquadrata nelle vicende storiche europee dalla Rivoluzione francese all’uccisione di Umberto I, e nella storia millenaria di Monza.
  6. Il rilancio del Liceo Artistico – Istituto d’Arte, culla della Triennale d’Arte di Milano, nell’ala sud della Villa Reale, con strutture adeguate a una offerta di studi superiori parauniversitari, possibilmente in cooperazione la Biennale (cioè con Milano, ma da pari a pari, senza subalternità). Incredibilmente, attualmente Liceo Artistico e Museo della Triennale, ambedue insediati nella Villa, non si parlano!
  7. Realizzare nelle Cave Rocca (30 ettari) un grande parco con al centro un anfiteatro-arena (8-10 ettari, come la Gerascia o il Circo Massimo di Roma) da destinare a grandi eventi e concerti, affidando il progetto a un architetto di fama, necessario per il successo internazionale (v. in proposito Enrico Moretti , professore di Economia all’Università di Berkeley, “La nuova geografia del lavoro”, ed. Mondadori, 2013)
  8. L’ interramento del parcheggio davanti all’Ospedale Nuovo, realizzando un parco che, insieme agli impianti sportivi esistenti, potrebbe diventare il cuore di un campus universitario costituito dalla Università di Medicina (oltre 2000 studenti), importante fattore di attrazione (v. Moretti cit.)
  9. La nuova biblioteca centrale, come luogo primario della vita cittadina e di richiamo per un turismo culturale, sul modello della biblioteca realizzata a Bologna, in Piazza Grande, nella vecchia sede della borsa.

PAPA FRANCESCO DEVE SAPERE (ED ALTRI RICORDARE)

3 febbraio 2017

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Ripercorriamo le vicende del Parco di Monza alla vigilia della visita di Bergoglio

Come si potrebbe sottovalutare l’importanza della venuta di Papa Francesco a Monza?
E come si potrebbe dire che, tra gli “eventi” per il cui svolgimento viene proposto il Parco, una Santa Messa officiata da Papa Francesco non sia all’altezza del prestigio della “Imperial Regia” Villa e Parco di Monza?

C’è chi teme che l’afflusso di un numero di fedeli, valutato intorno a un milione, possa causare gravi danni al grande prato del Mirabello, uno dei luoghi più rappresentativi del Parco dal punto di vista storico, naturalistico e paesaggistico. Ma sembrano esserci elementi sufficienti per ritenere che ciò non avverrà: la durata dell’evento sarà relativamente breve, e il comportamento dei fedeli sarà ben diverso e non devastante come quello dei fan dei concerti rock.

Eppure, il Papa che ha scelto il nome di S. Francesco e ha scritto l’Enciclica “Laudatu si. Sulla cura della casa comune”, cioè dell’ambiente naturale in cui viviamo, deve sapere (leggi il seguito su Vorrei) che questo evento si iscrive in una storia di violenze a cui il Parco è stato sottoposto in tutto il secolo scorso e all’inizio di quello attuale. Non solo: che l’evento verrà strumentalizzato per legittimare ulteriori atti di violenza.

È molto probabile che il Papa, la cui agenda è densa di problemi di rilevanza universale, non sappia nemmeno di che cosa stiamo parlando. Ma sarebbe utile che sapesse che Il Parco di Monza è un capolavoro di architettura naturale e paesaggistica di quasi 800 ettari, di rilevanza storica e internazionale, tuttora splendido nonostante le ferite che gli sono state inferte dopo l’abbandono da parte dei Savoia, a causa dell’uccisione di Umberto I a Monza, nel luglio del 1900.

La violenza ha inizio nel 1922, quando viene realizzato l’autodromo, sul quale si corre ancor oggi il Gran Premio di F1. Ma se al giorno d’oggi questo fatto dirompente si presentasse come una ferita ormai cicatrizzata e circoscritta, tra Parco e autodromo potrebbe stabilirsi una convivenza sia pure di compromesso. Tenendo anche conto del fatto che negli spazi occupati dall’autodromo permangono vaste aree verdi di grande pregio naturalistico, purtroppo trascurate e isolate.

Ma non si tratta di una ferita cicatrizzata, bensì di una piaga sempre aperta.

Già dall’inizio, seguendo la spinta distruttiva, venne realizzata un’altra pista, detta “di alta velocità”, che penetra più della prima nel cuore del Parco, devastandone e isolandone circa 60 ettari. Dopo pochi anni questa pista venne abbandonata, perché rivelatasi priva di interesse sportivo ed economico. Ma è ancora lì, con la sua presenza dirompente.

Nel 1924 il Parco subì un altro affronto: nel prato del Mirabello, oggi recuperato (di ciò dirò poi), nel quale si terrà la Santa Messa, venne realizzato un ippodromo. Ecco cosa si legge in proposito su Wikipedia: “Collocato fra la villa Mirabello e la villa Mirabellino, l’ippodromo si inseriva in un delicato equilibrio paesaggistico, già fortemente compromesso nel 1922 con la realizzazione dell’autodromo… In realtà l’inserimento dell’ippodromo in quello che da molti era considerato il vero e proprio cuore del Parco, stravolse completamente l’equilibrio tra le diverse quote fra il Mirabello, il Mirabellino, le sponde del Lambro e lo storico cannocchiale prospettico del viale dei Carpini”.

Pochi anni dopo, nel 1928, il Parco subì una terza violazione di vasta portata: la realizzazione di un campo di golf, che comportò l’eliminazione di un bosco di oltre 100 ettari, una volta abitato da cervi e fagiani per le attività venatorie dei nobili, e che oggi potrebbe essere riportato allo stato di una riserva faunistica. Questo atto trasformò il bosco in un impianto sportivo standard, estraneo alla natura del luogo, sottratto all’uso dei comuni mortali per essere riservato ancora oggi a pochi privilegiati di un club esclusivo.

Un’altra devastazione, sia pure di minori dimensioni, furono costretti a subire i Giardini Reali, parte particolarmente pregiata del Parco, posta al contorno della Villa. Questi Giardini possono competere, con le loro prospettive, i prati ondulati, un lago e un arboreto di un centinaio di essenze pregiate, con i più prestigiosi giardini storici del mondo. Ebbene, entrando in questo gioiello attraverso un bel portale neogotico, ci si trova davanti a… quattro o cinque campi da tennis.

Come si suol dire, errare humanum est, sed perseverare diabolicum. Così nel 1956, dopo quasi quarant’anni di abbandono, si decide di rilanciare l’inutile e devastante pista di alta velocità, sopraelevando oltre il lecito le due curve del “catino”. L’impianto si rivelò subito tecnicamente ed economicamente sbagliato e malfatto, al punto da nuocere anche al prestigio dell’Autodromo: la pista fu rifiutata dai piloti e dalle case produttrici, le curve furono denominate “muri della morte”. e il tutto fu abbandonato di nuovo dopo qualche anno di problematico esercizio. Oggi questo ecomostro è un rudere che rompe ancora l’asse portante del disegno del Parco, il Viale Mirabello, un cannocchiale di quattro chilometri orientato verso le Brianza e le montagne lombarde, e ingombra tutta la zona circostante. La disinformazione alimentata da interessi estranei e pervicaci ha trasformato questo ecomostro in un totem con i piedi nell’ignoranza. Ebbene, ancora oggi, nonostante queste esperienze fallimentari e devastanti, c’è chi ne prevede un restauro finalizzato al nulla o al peggio. Cosa c’è oltre il “diabolicum”?

Ma come si spiega questa violenza senza fine? Perché, considerato il valore del complesso monumentale che nelle mappe dell’ottocento era chiamato “Imperial Regia Villa e Parco di Monza”, non si procede con l’unica strategia che sembrerebbe ovvia: un restauro il più possibile filologico, tale da rendere questo bene non solo una risorsa preziosa per le popolazioni locali, ma anche un luogo di attrazione a vasto raggio, data la sua storia bisecolare e internazionale? Perché non si punta a un obiettivo ideale, ma anche molto concreto, come quello di un riconoscimento da parte dell’UNESCO come parte del Patrimonio dell’umanità, con risultati anche economici che in prospettiva convergerebbero con la tutela dell’ambiente naturale e dei valori culturali?

Ebbene, tutto ciò non avviene perché dai tempi dello scempio dell’autodromo è in atto una strategia, non dichiarata ma pervicace, portata avanti da interessi economici speculativi estranei al Parco e alla città di Monza: una visione che separa il Parco dalla Villa, lo considera come ormai deflorato e irrecuperabile, disponibile per attività sportive (“un impianto sportivo a cielo aperto”, è stato detto) e di qualunque tipo, del tutto insensibili ai valori culturali e ambientali del luogo. Una testimonianza recente, generalmente sottovalutata, di questa visione, è la disseminazione in tutto il Parco di grandi cartelli e di segnavia di cemento ad imperitura memoria, con il marchio di uno sponsor, indicanti il percorso di una mezza maratona. Una corsa che si corre una volta l’anno e che poteva essere segnata (come ovunque, da Milano a New York) da una segnaletica rimovibile. Questa strategia si va oggi traducendo in altre attività altrettanto e forse più devastanti, di cui dirò in seguito.

(Ovviamente questo discorso verrà travisato come prova di una opposizione a qualsiasi attività sportiva nel Parco. In realtà migliaia di persone ogni giorno vi camminano, corrono, pattinano, cavalcano, fanno ginnastica, eccetera, senza recare alcun danno all’ambiente, al contrario rendendolo vivo e vitale. Ma si tratta di attività ben diverse da quelle di cui sto parlando, che richiedono infrastrutture invasive e snaturanti, e attraggono folle di tifosi poco consapevoli e rispettosi del luogo).

Nel 1996 accadde qualcosa che fece sperare nella fine delle aggressioni, in una inversione del processo devastante durato quasi un secolo. Sia pure a compensazione dell’ennesima violenza – la costruzione di nuovi box nell’autodromo, descritti come un grattacielo disteso sul suolo – venne elaborato per la prima volta un “Piano per la Rinascita del Parco di Monza”. Questo piano, attuato sia pure solo in parte, ha consentito una serie di interventi rilevanti per restituire al Parco la dignità ferita. In particolare venne eliminato l’ippodromo, con il rifacimento del grande prato del Mirabello, il recupero della visuale sulle montagne lombarde, il rifacimento del Viale dei Carpini che congiunge le due ville duriniane, Mirabello e Mirabellino. È questo il luogo dove si terrà la Santa Messa di Papa Francesco.

Ma purtroppo questo ritorno alla natura, alla bellezza, e alla stessa ragione, è stato presto abbandonato, e lo spirito distruttivo ha ripreso il sopravvento.

Con il nuovo millennio lo sport automobilistico vede un calo d’interesse, specie tra i giovani, dovuto probabilmente agli eccessi della motorizzazione, alla consapevolezza del conseguente inquinamento atmosferico e acustico, al progresso tecnologico che rende obsoleto il mito dei bolidi rombanti. Questa tendenza ha riflessi negativi sulle corse automobilistiche, e quindi anche sull’autodromo di Monza, compromettendone la sopravvivenza.

Si poteva supporre che, di fronte alla crisi, i gestori dell’autodromo modificassero le loro strategie, rendendo anche l’impianto più compatibile con la natura del Parco (ad esempio con le gare di auto elettriche e con attività di ricerca scientifica). Ma nulla di tutto questo. E così, per uscire dalla crisi, si è pensato a una “diversificazione” rispetto alle attività sportive: i concerti rock. Immaginando ancora il Parco come luogo ormai compromesso, disponibile per accogliere centinaia di migliaia di fan, devastandolo con strutture monstre trasportate da enormi TIR, inquinamento luminoso e acustico, compattamento e compromissione dei terreni prativi (tappi di bottiglie di birra, mozziconi di sigarette e altri rifiuti incistati nel terreno). Notizie recenti sui gestori della Formula Uno e dell’autodromo fanno prevedere il peggio, con la trasformazione delle gare automobilistiche in kermesse polivalenti e l’estensione degli “eventi” dai concerti rock a diverse attività ludiche, in un’ottica esclusivamente affaristica. Il tutto all’insegna del “che c’è di male?” (Papa Francesco sa bene cosa può nascondersi dietro questa frase).

E vorrei concludere proprio con il tema dei prati, sulla cui difesa molti ironizzano, come se fosse un argomento di scarso rilievo. È infatti opinione diffusa che un prato, dopo essere stato devastato, può essere facilmente ripiantumato. Nulla di più falso. Perché un prato naturale offre nella sua umiltà (che deriva da humus, non a caso) un contributo prezioso a tre aspetti fondamentali della difesa dell’ambiente, sui quali l’enciclica di Papa Francesco “Laudatu si” si sofferma in modo molto approfondito: la biodiversità, la conservazione delle risorse naturali, la salvaguardia dall’inquinamento.
Un prato naturale, come quelli che caratterizzano il Parco, è “polifita”: è formato cioè da una grande varietà di essenze erbacee, che oltre a caratterizzarlo esteticamente emanano anche profumi diversi che distinguono un luogo. È cioè una espressione della biodiversità. Una ripiantumazione non potrà mai restituirgli quelle caratteristiche. Va bene per un campo di calcio, per un campo da golf, insomma per un “non luogo”, per usare il termine felicemente proposto da Marc Augè. Inoltre, un prato naturale si mantiene da sé, resistendo alle intemperie e giovandosi di concimi naturali altrimenti trasformati in rifiuti. In più, gli sfalci dell’erba lo rendono economicamente e sanamente redditizio. Al contrario un prato artificiale richiede continui interventi per essere conservato, spesso con l’uso di fertilizzanti chimici, diserbanti e pesticidi fortemente inquinanti. E consuma molta acqua. Se abbandonato a sé stesso, magari dopo il susseguirsi di “grandi eventi”, è destinato a morire, trasformandosi in una sterile terra battuta. Guarda caso, proprio in questo mese si terrà a Treviso, per iniziativa della fondazione Benetton, un convegno di due giorni con il titolo “Prati, Commons”. “Quattro sessioni di studio che partono dai prati nella storia e nella cultura del paesaggio”.

Certamente Papa Francesco non avrà il tempo di leggersi tutto questo discorso. Spero solo che qualche suo collaboratore, non influenzato da narrazioni interessate, dotato di informata coscienza, lo legga e gliene comunichi il senso. E che qualcun altro, a Monza e dintorni, sia indotto a qualche riflessione.

CARTELLI NEL PARCO DI MONZA. UNA STORIA INFINITA. MALE

6 agosto 2016

Qualcuno potrebbe ritenere esagerata l’attenzione che io propongo di dedicare all’argomento dei cartelli nell’Imperial Regio Parco di Monza. Ma sicuramente non lo riterrebbe un esperto di comunicazione, o di marchi o brand di qualsiasi persona, ente, impresa o cosa qualsiasi. Non lo riterrebbe neanche un cultore di araldica, per il quale stemmi e motti emblematici rivestono grandi valori da tramandare. Un cartello serve, ovviamente, per dare indicazioni a chi lo legge. Ma è anche un elemento sostanziale della immagine e soprattutto della identità del soggetto che rappresenta.

Alla luce di queste considerazioni, provo a descrivere le vicende dei cartelli nel Parco di Monza.

C’erano una volta (leggi il seguito su Vorrei, oppure (more…)

SPORT NEL PARCO DI MONZA: BENESSERE O MALATTIA?

30 maggio 2016

SPORT AMATORIALI NEL PARCOOgni giorno il Parco è meta di migliaia di persone che praticano uno sport. La maggioranza ama correre. Ma c’è chi si impegna in esercizi ginnici, chi va con i pattini, con gli sci da fondo a rotelle (e anche senza, in occasione di una bella nevicata), con lo skateboard; chi pratica il nordic walking, chi si impegna in giochi all’aperto come l’orienteering, Chi può permettersi di andare a cavallo. E soprattutto coloro che, sempre più numerosi, apprezzano il senso profondo, spirituale e salutare, del camminare nella natura e nel silenzio. E ci sono anche piccoli gruppi che occasionalmente vengono al Parco per una sessione di yoga o di altre attività finalizzate a ristorare il corpo e la mente, o ad allenarsi per attività sportive più impegnative, da praticare poi negli impianti dedicati.
Tutte queste attività hanno in comune di essere amatoriali, rispettose e coerenti con l’alto valore storico, culturale, naturalistico, paesaggistico, agro-forestale, dello “Imperial Regio Parco di Monza”. Non solo sono coerenti, ma anche vivificanti, traducendo in termini attuali e popolari una tra le multiformi originarie funzioni del Parco: a suo tempo la caccia e l’equitazione, riservate alla nobiltà, oggi le attività sportive diffusamente praticate dai cittadini.
Non vi è quindi contraddizione tra la rigorosa tutela filologica del monumento costituito dal complesso della Villa e del Parco di Monza, e un suo uso appropriato al giorno d’oggi. Non c’è nessuna “imbalsamazione” del monumento, come pretendono alcuni neoliberisti pseudo-culturali, motivati spesso da interessi economici di breve termine. Al contrario, c’è una perfetta sinergia tra il passato, il presente e, speriamo, il futuro.
Ma vi sono diversi tipi di attività sportive.(leggi il seguito su Vorrei, oppure (more…)

L’AUTODROMO DI MONZA? UN TOTEM DAI PIEDI DI ARGILLA

29 aprile 2016

TOTEML’ultima sorprendente notizia è che la Regione Lombardia si sarebbe impegnata ad entrare nella Sias, società che gestisce l’Autodromo di Monza, con lo scopo esclusivo di integrare la somma richiesta dal patron della Formula Uno Bernie Ecclestone per rinnovare il contratto che consente di svolgere il Gran Premio di Formula Uno nell’Autodromo di Monza oltre il 2017. E questo a seguito di un incontro diretto del Presidente della Regione Lombardia con il boss della F1, Bernie Eclestone.
Ormai nulla può più sorprendere della lunga storia di questa sconcertante vicenda. Tutto potrebbe essere semplice e comprensibile: la Sias, società dell’Automobile Club di Milano, a sua volta federata dell’ACI (Automobile Club d’Italia), è concessionaria dell’Autodromo di Monza. Il rinnovo del contratto con Ecclestone dovrebbe dipendere, come ogni contratto, dalla convenienza delle parti contraenti. La Sias dovrebbe poter inserire nel suo bilancio costi e ricavi del Gran Premio di F1, ovviamente guadagnandoci o comunque non perdendoci. Se le parti non raggiungessero l’accordo, la Sias dovrebbe rinunciare, come hanno fatto altri gestori di autodromi europei.
Ma l’Autodromo di Monza, denominato dai mass media, non si sa perché, “Tempio della Velocità” (rigorosamente maiuscolo) è un feticcio. Con tanto di stregone (leggi il seguito su Vorrei, oppure (more…)